Letteratura

Donnaregina di Teresa Ciabatti

Rassegna Strega 2026

7 Maggio 2026

Teresa Ciabatti — Donnaregina —Mondadori, Milano 2025

La fascinazione, leggermente intinta nell’estetismo, verso il crimine e i malacarne è nota in Letteratura. Cito Moosbrugger dell’Uomo senza qualità e il Pescatore a strascico delle  Schegge di Bret Easton Ellis solo per fare due esempi. A chi scrive, questo fascino del crimine è del tutto estraneo  per puro contrappasso di vita visto che è nato, ma non cresciuto per fortuna, in un mondo malavitoso. Era molto facile infatti per chi è nato in una inerrarabile borgata ultrapopolare di una città del Sud come  la Catania dei Cinquanta trovarsi un genitore che  fosse dentro fino al collo in certi giri  (stop non vado oltre, fatti miei, attendete la mia autofiction) e me ne sia allontanato  grazie a una straordinaria sorte romanzesca: morto il padre per fortuna al momento giusto,  fui preso dalla mano pubblica e portato altrove. L’ho detto e lo ripeto: ho amato il romanzo perché il romanzo ha amato me. Ora, partendo da queste premesse  che sono tutte mie tento di spiegarmi perché ho percepito un senso di estraneità in un romanzo come questo che ho avvertito, di pancia prima e di testa dopo, come artificioso e pretestuoso.
I libri non hanno una loro chimica ineluttabile in sé: incontrano invece alcuni lettori e non toccano altri.  Non producono a tutti le stesse risonanze interiori, e alla stessa persona che li ama, l’affezione gli si accende secondo la stagione di vita in cui si trova mentre ad altri non diranno nulla in tutte le stagioni. Troppi fattori entrano in gioco: il ceto sociale e la regione di provenienza, quali libri hai letto da giovane quando ti sei formato il gusto che poi si solidificherà da adulto, il grado di istruzione, la predilezione passiva per un’area geografica del mondo (p.e. inspiegabilmente  gli anticapitalisti in genere adorano libri, film, canzoni rigorosamente yankee) e tanto altro.  Non è questione di alea ma di affinità elettive, di incontro con la struttura profonda della tua personalità.

E personalmente venendo dal basso  ho preferito per puro bovarismo la via all’insù verso il paradiso delle letture borghesi mentre va all’ingiù, credo, in  direzione degli Inferi sociali la borghese Ciabatti figlia in letteratura, non sappiamo se anche nella vita, del borghese opaco Lorenzo—vedi l’autofiction  La più amata—per non dire di Roberto Saviano che in storie di crimine c’è finito dentro a capofitto in parte per aderenza  geografica  e in parte per vocazione civile, infine per mestiere, e qualche volta lo abbiamo visto sbarellare (ricordo una recente intervista al “Corriere della sera”) nella constatazione di che vita ha fatto per quel proposito di testimonianza civile. Saviano, e non  è un caso, per intrinsichezza tematica è il proponente di quest’opera alla dozzina Strega, e riceve in dono di entrare in qualche modo nella narrazione.

Tornado al nostro romamzo. Perlopiù, nonostante le intenzioni, si tratta di  pura nostalgie de la boue, una curiosità mista, letteraria ed esistenziale, per biografie estreme, fangose, eccitanti nella loro dismisura e sproporzione rispetto al grigiore tritanzuolo borghese. Ognuno va in cerca dei propri Demoni! Per Raimo ho tolto dalla polvere il termine adorcismo: cacciarsi i diavoli dentro piuttosto che scacciarli da sé. È pratica comune, dunque, potrebbe essere anche la mia. Come lo è forse di Teresa Ciabatti in questo libro.

L’autrice mette in scena perciò il caso di una giornalista che non si è mai occupata di criminalità ma di temi familiari e  adolescenziali, che ha intervistato scrittori, talvolta cantanti, e che tuttavia viene  scelta dalla direzione del grande giornale nazionale per intervistare il boss camorrista Giuseppe Misso detto ’o Nasone, ’o Gioiello, responsabile diretto o come mandante di quasi 150 omicidi. Ma il criminale ha, ti pareva, velleità letterarie,  è lettore di Céline e ha scritto anche un libro I leoni di marmo infarcito di citazioni di Pavese,  Nietzsche, Tamaro  edito da Milieu editore in Milano, testo da cui la scrittrice annota questo passo: «Se prendi un bambino di Napoli e lo porti in Inghilterra, imparerà l’inglese, se prendi un bambino inglese e lo porti nei bassifondi di Napoli, imparerà il linguaggio della strada».

Eh sì, insomma, siamo nella magnificazione dell’Assoluto napoletano, dell’inesplicabile universo antropologico partenopeo, fascinoso, primitivo e unico che ci interroga dai tempi del Ventre di Napoli quantomeno della Serao destinato a generare letteratura e realtà inestricabilemente avvinte.
Un’offa insperata per la  scrittura  brada chic e choc della Nostra. Ma  lei sembra subire più attrattive letterarie, di mera eccitazione mentale  che di indagine antropologica, di conoscenza. La descrive,la città, da lontano servendosi del regard éloigné di Internet e Wikipedia e vi si reca per un sopralluogo in una due-giorni ricognitiva. Qualche domanda in più sulla Napoli eterna, sul ritardo permanente dei suoi ceti popolari e avrebbe scoperto che persiste tuttora nel nostro Sud quel che Gramsci chiamava «disgregazione sociale», specie nella grande conurbazione dove insistono più bocche che risorse,  per via di una composizione demografica irrazionale. Una Napoli che c’è stata per un certo tratto anche nelle città europee, nella Londra di Oliver Twist di Dickens o nella Parigi di Zola, una Napoli endemica.  Nell’Argent di quest’ultimo v’è descritto un quartiere che si chiama addirittura….la Cité de Naples! E vi si legge «derrière la butte Montmartre toute une cité, la Cité de Naples … un coin d’épouvantable misère, des meurt-de-faim»…

A me sembra che la titolare della trama sia interessata più alla ricerca di supplementi d’anima o di eccitazioni estetiche che ad una effettiva conoscenza intellettuale.
Si stabilisce un rapporto col criminale
Lei la giornalista «Una donna dal fare mondano che domanda di abiti e orologi senza incalzare su omicidi, mai sfiorando l’argomento strage» e il criminale a riposo, collaboratore di giustizia che intende in qualche modo eternarsi anche nell’Olimpo delle Lettere (e anche del cinema, chissà, qualcuno ha già  tentato la combine scrittura e audiovisivo, è fatto normale nel nostro mondo dei Media interconnessi).

Ma, ci si chiede:  siamo nell’ambito di una saison  à l’enfer, quella dell’incontro ravvicinato  col brigante,  col primitivo, con forme destrutturate dell’essere?, o nella situazione dell’ eccitazione artificiale, della dopamina necessaria per scrivere un romanzo? Parte infatti l’intenzione di scrivere un libro, che è quello che stiamo leggendo, si stabilisce il calendario degli incontri. Il boss si fa coredattore. Fornisce materiale per il libro insomma. Prima rifiuta la registrazione poi cede. È come se Balzac  invitasse Vautrin a scrivere insieme Le Illusioni perdute. Balza in mente la boutade di Mallarmè «Tout, au monde, existe pour aboutir à un livre ». C’è tutto il mondo a disposizione pronto a esser convertito in scrittura. Il mondo intero come pretesto per il testo insomma. Ma tutto è messo al servizio del progetto letterario a fourre-tout ovviamente, alla rinfusa, nel più grande disordine redazionale, nello stile sgocciolamento alla Pollok: alla speraindio e vediamo  cosa salta fuori.  Ed ecco dipanarsi l’amore con Antonietta che faceva la prostituta, l’idillio dei primi anni. La scomparsa della bambina di lei avuta da un altro. Ecco un  figlio gay–un fatto diventato famoso, dato che Misso è il primo boss ad ammettere l’omosessualità del figlio. Si apre il capitolo dei “femminielli” napoletani. Il figlio Giulio omosessuale diventa un femminiello e si fa chiamare Bruna. «I figli non sono come li abbiamo immaginati.» È una frase spia. La narratrice  parla del figlio gay del boss ma in mente ha la figlia con pulsioni suicidarie. Il parallelo implicito è questo: la scrittrice imbastisce una storia napoletana per dimenticare la propria.  Frasi chiave: «I figli non sono come li abbiamo immaginati», «I fatti si mescolano alle leggende, difficile distinguere la verità. Chiunque è un’invenzione di qualcun altro.»

Non è se racconti fatti straordinari che la tua storia diventa straordinaria. Se non sai mettere in tensione tutta la materia il tuo romanzo diventa una successione di fatti straordinari ma senza mordente, vien fatto di osservare. I miei appunti di lettura dicono: prevalenza dello stile indiretto, quello che riassume, sintetizza e che dà l’opportunità di fare le carrellate biografiche, e dare spazio alla presenza di una voce narrante, panoramica, insomma l’aborrito to tell rispetto al to show, che dovrebbe essere autonarrantesi ma che si risolve spesso in una cascata di scene  e di dialoghi che zavorrano e rallentano il tutto. Qui invece, la procedura stilistica prescelta tenta di dare un ritmo tamburellante alla vicenda, uno svelto incedere narrativo.a volte riuscendoci. Spira qua e là nei momenti migliori,  un’aria frizzante di celia o comunque di una coscienza narrativa che governando il plot sembra sapere il fatto suo.
Alle scene dell’incontro col “mostro” delinquente, si alternano quelle del proprio ambiente domestico. Un romanzo tutto su Napoli avrebbe stancato. A metà dell’opera la scrittrice informa che si è disamorata del suo soggetto. È una mamma che scruta l’evoluzione della prole, l’ambiente scolastico, i  problemi evolutivi. Il tutto è tratteggiato con una prosa scucita, “immediatista”, sussultoria, a flusso di pensieri. Come in questo brano relativo alla figlia Camilla. «Negli anni non ha mai dato problemi: vivace, socievole. Sensibile, brava a scuola. Con l’avvicinarsi dell’adolescenza è diventata irascibile, meno disposta a parlare con me e col padre, ma studiare ha sempre studiato, la scuola non ha smesso di essere una priorità. Chiedo al professore se non sia un problema di pigrizia. O di amore, magari è innamorata, il primo amore, sappiamo quel che può provocare. Secondo lui no. Quindi?»

Quindi, prosa paratattica, sminuzzata, rapsodica, umorale. Ed ecco inaccuratezze  redazionali che forse vorrebbero essere una sfrontatezza chic come questa. «Viola afferma: bella intervista, per quanto. Hai scritto preciso quello che voleva lui.» Un «per quanto» che resta appeso. Frase che forse voleva e poteva essere: «Viola afferma: bella intervista, per quanto hai scritto preciso quello che voleva lui.» È un brano di prosa  casual o piuttosto  l’interrogativo: chi fa più  nelle case editrici nell’epoca di tutti autori, tutti romanzieri?

Gli Dei ci danno le sciagure perché i poeti abbiano di che cantare si diceva una volta. Ma  scrittrice impari si appalesa alla distanza l’autofinta  Ciabatti. Intende mettere tutto assieme. Il caos della sua vita domestica: il marito professionista brillante, il fratello gemello che vuole vendere la casa avita disabitata e costosa, la figlia e i suoi problemi di adolescente, la professione di giornalista e lo sviluppo della vicenda del criminale patentato con velleità letterarie. Mettere tutto assieme che non è certo il nobile only connect ma il più modesto fritto misto che si converte in una scrittura che sotto le forme immediatiste nasconde mero disordine redazionale. D’altronde solo chi si innamora “di testa” per eventi crudeli eppure sepolti nelle pieghe del tempo (si tratta di 50 anni fa) può pensare di trarre dosi di mitopoiesi se non a proprio uso e consumo, a soddisfare la necessità di cavare cccitazioni mentali, vibrazioni letterarie, e un romanzo da tutto ciò.
Il risultato per noi che stiamo da quest’altra parte è di una modestia accasciante.

Rassegna Strega 2026 su “Gli Stati Generali”

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