Storia

Il mio discorso l’ho fatto

Il 30 maggio 1924 Matteotti usò le procedure parlamentari contro il regime che le aveva svuotate, sapendo già il risultato. Undici giorni dopo fu ucciso tra quel discorso e un secondo che non poté pronunciare.

28 Maggio 2026

Il verbale stenografico della seduta del 30 maggio 1924 registra ogni interruzione con scrupolo tecnico. “Rumori vivissimi”, “voci a destra”, “proteste”, “interruzioni prolungate”: le formule si ripetono ogni tre righe, come referti meteorologici. Nel mezzo, la voce di Matteotti che continua.

Il discorso trascritto in isolamento, senza il contrappunto del rumore, è l’orazione resa monumento. Il verbale con le interruzioni è il fatto politico, in corpore vivo. E il fatto politico dice che Matteotti parla – in un’aula che ha già deciso – con la stessa qualità espositiva che userebbe in condizioni di normale dibattito parlamentare democratico.

La Camera deve convalidare i risultati delle elezioni del 6 aprile. La lista governativa ha preso quattro milioni di voti; la legge Acerbo le ha consegnato i due terzi dei seggi. Matteotti chiede l’annullamento in blocco di quei mandati. La strategia è limpida: la stessa legge elettorale del regime non avrebbe prodotto quei risultati se il voto fosse stato realmente libero. Matteotti sostiene che, sottraendo i voti estorti con la violenza, è dubbio che la soglia del 25% sarebbe stata effettivamente superata con voti liberi.

Descrive il funzionamento della milizia durante le operazioni di voto – “composta di cittadini di un solo Partito, la quale ha il compito dichiarato di sostenere un determinato Governo con la forza, anche se ad esso il consenso mancasse” – e segnala che gli elenchi degli obbligati all’astensione depositati presso i Comuni erano ridotti, citando lui stesso, “a tre o quattro persone per ogni città“. Lo denuncia chiaramente perché la legge elettorale prevedeva che chi svolgeva funzioni di ordine pubblico nelle giornate elettorali non potesse votare; una norma di separazione tra controllo dell’ordine ed esercizio del voto, pensata per qualsiasi corpo armato in servizio. La milizia fascista era visibilmente presente in massa ai seggi in tutta Italia, specialmente nelle campagne, ma gli elenchi ufficiali degli obbligati all’astensione depositati presso i Comuni la riducevano a pochi nomi per città. La milizia dunque aveva votato in forze, semplicemente non risultava che fosse stata in servizio. Matteotti costruisce un argomento quasi notarile, che avanza per dati accumulati, mentre l’aula gli urla contro. “Codesti vostri applausi sono la conferma precisa della fondatezza del mio ragionamento. Per vostra stessa conferma dunque nessun elettore italiano si è trovato libero”.

Proprio quello che i fascisti gridano merita attenzione: le irregolarità che Matteotti enumera erano avvenute e tutti lo sapevano, i presenti per primi. La milizia aveva votato: era documentabile. Il “non è vero, non è vero!” che il verbale registra risponde agli episodi specifici citati ma il contenuto reale di quelle urla è un altro: il patto implicito dell’aula era l’omertà. Ecco il vero meccanismo di stabilizzazione del regime, più ancora della violenza diretta: l’omertà, una conveniente omertà strutturale.

Matteotti rompe quel sistema “né prudentemente né imprudentemente ma parlamentarmente”. Porta la conoscenza privata in forma documentata davanti all’assemblea, usa le regole del fascismo contro il fascismo sapendo già come finirà il voto. La proposta verrà respinta con 285 contrari e 57 favorevoli. La matematica era nota prima che aprisse bocca.

C’è una distinzione sottesa a tutta l’interpretazione politica di questo gesto. Il coraggio di opporsi al fascismo in quel momento e la fedeltà al metodo democratico sono due cose che la retorica commemorativa tende a fondere ma che funzionano in modo diverso. Matteotti sceglie lo strumento parlamentare, quello regolato, quello procedurale e lo sceglie nel pieno della consapevolezza che le procedure non lo proteggeranno, che chi lo fronteggia ha già dichiarato di non sentirsi vincolato al responso elettorale. La sua posizione è una risposta alla domanda su cosa sia la democrazia: qualcosa che si difende restando dentro le sue forme anche quando quelle forme sono state svuotate dall’avversario, perché abbandonarle per combatterlo con le sue stesse armi significa averla già persa.

Giacomo Matteotti esce dall’aula e dice ai colleghi: “Io il mio discorso l’ho fatto, ora voi preparate il mio elogio funebre.”

Una valutazione a freddo, pronunciata da chi ha appena usato con scrupolo uno strumento sapendo già il risultato e assumendosi ogni responsabilità delle conseguenze. C’è, in quelle parole, un coraggio doloroso che la retorica del martirio non sa maneggiare. La democrazia richiede questo, anche quando non basta.

Mauro Canali ha ricostruito attraverso ricerche d’archivio un secondo livello che cambia la natura stessa del movente. Matteotti aveva acquisito – probabilmente durante un viaggio in Inghilterra nella primavera del 1924 attraverso canali vicini al Partito laburista allora al governo – le prove della corruzione alla base della convenzione tra lo Stato italiano e la Sinclair Oil Company: tangenti versate ai ministri Gabriello Carnazza e Orso Mario Corbino in cambio di concessioni di trivellazione sul territorio italiano e nelle colonie; nell’operazione era coinvolto anche Arnaldo Mussolini, il fratello del duce. Per l’11 giugno Matteotti aveva preparato un secondo discorso. Amerigo Dumini e la sua squadra lo rapirono e uccisero il 10.

Il regime aveva due ragioni sovrapposte e distinte: punire quello che aveva già detto il 30 maggio, impedire quello che stava per dire l’11 giugno.

La conoscenza che non diventa atto pubblico, il patto omertoso come infrastruttura del potere, il singolo che rompe quel patto con gli strumenti ordinari della democrazia non appartengono soltanto al 1924. Si riproducono ogni volta che l’abisso tra ciò che si sa e ciò che si denuncia davanti alle istituzioni diventa lo strumento principale attraverso cui chi detiene il potere si protegge. Il silenzio che circondava Matteotti in quell’aula era il funzionamento normale di un sistema che aveva già scelto. Lui aveva scelto diversamente.

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