Letteratura
L’invenzione del colore di Christian Raimo
Rassegna Premio Strega 2026
Christian Raimo — L’invenzione del colore—La Nave di Teseo, Milano 2026
Dopo un preambolo che somiglia più a un’antifona che a una vera introduzione centrato sull’attribuzione di un procedimento legato al miglioramento della pellicola cinematografica a colori, in cui il padre del narratore avrebbe avuto un ruolo—il testo prende finalmente avvio con un incipit netto, quasi cinematografico: una sorta di zoomata sulla voce narrante. «Insegno storia e filosofia in un liceo a Roma nordest». Siamo dentro una forma oggi diffusissima, quella del memoir o dell’autofiction.Dopo un preambolo che somiglia più a un’antifona che a una vera introduzione—centrato sull’attribuzione di un procedimento legato al miglioramento della pellicola cinematografica a colori, in cui il padre del narratore avrebbe avuto un ruolo—il testo prende finalmente avvio con un incipit netto, quasi cinematografico: una sorta di zoomata sulla voce narrante. «Insegno storia e filosofia in un liceo a Roma nordest». Siamo dentro una forma oggi diffusissima, quella del memoir o dell’autofiction.
Tuttavia, nel caso specifico, la conoscenza pregressa dell’autore—anche solo come presenza social impossibile da ignorare—interferisce inevitabilmente con la lettura. Il narratore appare subito come un soggetto ideologicamente definito: rigido, radicale, animato da una tensione polemica viva, febbrile. Viene spontaneo accostarlo a figure letterarie come Ivan Šatov nei Demoni di Fëdor Dostoevskij, uno di quegli idealisti travolti da un’idea totalizzante che finisce per schiacciarli.
Il libro intreccia diversi fili narrativi. Il primo è la quête del padre e la storia dell’azienda cinematografica Technicolor, dal suo splendore analogico di pellicola impressa al declino nell’era digitale. Il secondo riguarda la relazione con Gadda—nome curioso, che richiama inevitabilmente Carlo Emilio Gadda mentre forse è solo il femminile di Gaddo—e l’impegno politico del protagonista. Il terzo è ambientato nella scuola, con una serie di figure studentesche (Paolo, Giorgia, Simone) che orbitano attorno a un docente rappresentato quasi come guida morale, con prestazioni extracontrattuali nel sociale in un rapporto pedagogico che ricorda certe tensioni pasoliniane. «E da quando è morto mio padre, o forse semplicemente invecchiando, che ho sviluppato una forma di omofilia con i ragazzi che si rivolgono a me?», si legge.
Questa pluralità di piani, tuttavia, non si traduce in una struttura solida. Al contrario, il testo procede per frammenti, per pannelli staccati, senza una vera continuità e fluidità narrativa. I capitoli sembrano autonomi, giustapposti secondo una logica rapsodica, talvolta traballante. Quando la narrazione manca, subentrano riempitivi: letture dei tarocchi, inserti culturali (film di Ingmar Bergman, riferimenti a Il mago di Oz o a L’insostenibile leggerezza dell’essere), che però non riescono a consolidare il tessuto del racconto ma a fare solo pesante foliazione: il libro è di 384 pp. La verbosità del personaggio chiamato Christian Raimo—cui non mancano tratti di graffiante autoironia, evoca quel brani della sorella Veronica nel suo memoir Niente di vero (Strega 2022 urly.it/3nsnm) dove così dipinge il fratello in una scena. C’è un esibizionista che si denuda su uno scoglio con un’erezione in corso e si pone accanto a lei che, non sapendo come uscire d’impaccio, si mette in collegamento telefonico vivavoce col fratello politico Christian sortendo l’effetto sperato: «Dopo nemmeno cinque minuti di politiche culturali nella periferia nord-est di Roma, il ragazzo si è smosciato».
Anche sul piano stilistico emergono diverse criticità. Alcuni passaggi aspirano a un lirismo evocativo, ma risultano opachi o mal formulati. L’effetto è spesso quello di un flou espressivo, più che di una vera profondità poetica: «facciamo ancora l’amore come un rito operaio di chi non possiede altro che la propria pelle.» Altrove, il registro scivola verso un biologismo confuso o immagini poco controllate, che finiscono per generare ambiguità involontarie. «Per tutto ciò che il sangue non passa, ci vuole un travaso cellula a cellula. Per diventare simili, uguali, una famiglia, occorre adattarsi allo stesso ambiente, attaccarsi le cose». Ma il sangue, ci si chiede, non è il miglior veicolo circolatorio nell’organismo? «Attaccarsi le cose»? Dove? Addosso, reciprocamente? O alle cose? Non si capisce. Ma c’è anche un nonsensical descrittivo ordinario «Mi prendo il traffico di Roma, la tangenziale, Porta Maggiore, San Giovanni, Re di Roma, come fossero un campione di felicità proletaria estratto con un’iniezione dalla schiena della città.» Cose così, da lirismo sfranto o da piccola e gratuita epopea espressiva. Quel “proletaria” in un individuo totalmente borghese è una forzatura espressiva da virtue signalling, o da precisa designazione di campo ideologico per i lettori distratti o che si vogliono godere solo un romanzo: un bagno dannunziano nella folla proletaria?
Non mancano poi imprecisioni concrete: errori nei nomi dei personaggi (Minelli, il proprietario di casa che sfratta i Raimo che diventa Marcelli, cap.9), refusi evidenti ( un «No. stÈ…» a luogo di un “ «No. È…», ecc cap. 21), sviste che interrompono la lettura e minano la fiducia nel testo. Dettagli che, in un’opera già fragile sul piano strutturale, pesano più del dovuto.
La relazione sentimentale con Gadda è tratteggiata in modo discontinuo: manca una vera costruzione del rapporto, si salta dal primo incontro a scene intime senza sviluppo intermedio. Alcune citazioni—come quella da Harold Brodkey—appaiono suggestive ma poco integrate, quasi decorative.
Osservando con attenzione il personaggio e voce narrante viene in mente l’adorcismo. È il contrario dell’esorcismo, qui il personaggio chiamato Raimo sembra cacciarseli dentro i Demoni, con un atto deliberato della coscienza politica, che in lui occupa i 4/5 della psiche: la lotta, la militanza, le temperature che s’innalzano, le guerre e le migrazioni forzate, la guerra alle ingiustizie, i sistemi sanitari sociali periclitanti, il generale cattivo corso del mondo…. e fa sembrare noi dei tranquilli filistei acchittati nella nostra quiete borghese magari intenti a leggere il suo scucito e prolisso romanzo. Nel complesso emerge una forte componente di narcisismo ideologico: il protagonista sembra costantemente impegnato a ribadire la propria posizione morale e politica. L’impegno civile, le disuguaglianze, le migrazioni, le crisi globali attraversano il testo, ma spesso vengono assorbiti in una dimensione autoreferenziale che li impoverisce.
Il libro funziona allora più come esercizio di autoanalisi—quasi una seduta psicoanalitica trasferita sulla pagina—che come esperienza letteraria capace di restituire all’ipocrita lettore una visione nuova o complessa del mondo. Più contemplazione che scavo, più accumulo che costruzione.
Rimane una scrittura irregolare, a tratti sincera ma spesso disordinata, che oscilla tra ambizione lirica e dispersione. Un testo che sembra voler dire molto, ma che finisce per restituire soprattutto una sensazione di confusione, come se tra confessione a proprio uso e consumo e narrazione al servizio del disvelamento di una porzione di mondo non si fosse mai davvero scelta una direzione.
Rassegna Strega 2026
Rassegna Strega 2026 su “Gli Stati Generali”
Christian Raimo — L’invenzione del colore, urly.it/31fm3f
Michele Mari —I convitati di pietra— urly.it/31fgag
Devi fare login per commentare
Accedi