Letteratura
Lo sbilico di Alcide Pierantozzi
Rassegna Premio Strega 2026
Alcide Pietantozzi — Lo sbilico— Einaudi, Torino 2025
Già dall’esordio, Lo sbilico imposta senza esitazioni il proprio registro: un attacco frontale, diretto, privo di sfumature alla sfera emotiva del lettore. Quando, nelle prime righe, compaiono parole come «tumore», «carcinoma mammario», «non ero ancora impazzito», «dosaggio dell’antidepressivo», e veniamo informati che il narratore dorme ancora «a quarant’anni con la mamma», è chiaro che i pugni nello stomaco non sono accidentali ma costituiscono una precisa strategia testuale con cui intessere una storia con un protagonista che vive una sorta di “sbilanciamento” continuo: fatica a trovare un equilibrio tra ciò che è e ciò che vorrebbe essere. Il racconto si muove tra riflessioni interiori, rapporti personali complicati e una percezione spesso distorta o fragile della realtà. Il patto di lettura implicito sembra essere: o si accetta questa esposizione brutale del dolore, oppure si resta fuori.
Il fatto è che per reggere un simile rovescio di sofferenza, occorrerebbe avere solidissime riserve di ottimismo interiori oppure—al contrario, più cinicamente—una certa curiosità per le disgrazie altrui, che in noi invece è del tutto assente. E tuttavia questo dolore, invece di catturare, finisce spesso per respingere. Si potrebbe obiettare che «così è la vita», che la pagina si limita a restituire un effetto di realtà come una sorta di wysiwyg informatico (what you see is what you get, «ciò che vedi è ciò che ottieni»), qui letterario. Ma è un’illusione: l’artificio è presente, subdolo e raffinato, eccome, e si nasconde proprio dietro l’apparente naturalità. Ne risulta una costruzione che insiste su una ipnotica e circolare sinfonia doloristica più che su una vera necessità narrativa, che a tratti mostra tutta la sua pretestuosità e l’artata costruzione dell’effetto imposto.
La scrittura rivela a tratti una consapevolezza di questo limite:«Dovrei dare alle frasi un nuovo effetto di senso, un diverso nitore di traiettoria». Ma è un proposito che non ha seguito. Subito dopo si torna alla cronaca del sé: «Avevo ventisette anni, qualche disturbo psichico ancora gestibile e un libro, il mio terzo, a poche settimane dall’uscita». Epperò si osserva tacitamente: il disagio parrebbe convivere con una produttività tranquilla, ordinaria.
Quando leggiamo «Mi chiamo Alcide Pierantozzi», senza alcuna distanza o dispositivo letterario, il testo rinuncia esplicitamente a ogni ambiguità tra autore e narratore. Viene spontaneo il confronto con Walter Siti e il suo «mi chiamo Walter Siti come tutti» di Troppi paradisi, dove l’io si fa figura universale. Qui invece l’identità resta sigillata, non trasfigurata: più che scrittura, elaborazione artistica, sembra mera trascrizione. Non a caso compaiono formulazioni da cartella clinica: «regolarmente in cura poneva una diagnosi di disturbo bipolare a rapida ciclicità con aspetti anancastici». Il rischio è quello di una letteratura che registra, ma non trasforma.
La scelta è chiaramente quella dell’autofiction più esposta, del de me fabula narratur. Ma proprio per questo il confronto con modelli più complessi diventa inevitabile: basti pensare a La cognizione del dolore, dove la sofferenza appunto viene filtrata attraverso il travestimento, la deformazione linguistica, la costruzione di un mondo. In Carlo Emilio Gadda, il dolore si fa stile; qui, invece, resta spesso materia grezza: cartella clinica.
Del resto, già Alberto Arbasino metteva in guardia contro la tentazione di esibire il «duolo» in letteratura, suggerendo un ironico never complain, never explain che era un imperativo dei Reali inglesi. Ma il panorama contemporaneo sembra invece muoversi in direzione opposta: una vera e propria cascata di voluptas dolendi s’è riversata nelle Lettere, un compiacimento del dolore che incontra il favore di lettori e premi.
Non è un caso che il libro sia stato accolto con entusiasmo. La motivazione del Premio Wondy parla di «spietata lucidità» e di una lingua sottoposta a «tensione costante», mentre il Premio Bergamo lo celebra come racconto di una vita da «malato psichiatrico» scritto «per gli altri».
Eppure viene da chiedersi se, più che la letteratura, non venga premiata la materia stessa: la malattia, l’esposizione del corpo, o l’idea—discutibile—che la parola abbia una funzione terapeutica.
Anche l’uso insistito di lemmi tratti da dizionari storici, ostentati e messi in evidenza, sembra rispondere a questa logica: come se il linguaggio potesse curare per accumulo o per aura antiquaria, come si legge in giro in approvazione estatica di questo libro- regesto di dolori. Una convinzione che richiama certe ingenuità pseudo-scientifiche già irrise da Gramsci nei Quaderni, ovvero le bizzarrie linguistiche e le false credenze scientiste secondo le quali per esempio i montanari, moralmente piú puri, sono fisicamente piú robusti e «triplicano» le consonanti, la gente di pianura (guai poi se sta al livello del mare come i veneziani) invece, [oltre che] moralmente depravata, è anche fisicamente degenerata e «scempia» le consonanti.
Sul piano strettamente stilistico, il testo alterna momenti più controllati ad altri decisamente deboli. Alcuni esempi risultano emblematici:
«Mi addormento per un paio di minuti e sogno di medicare la Morte, la fascio con le garze bianche» —immagine che scivola in un simbolismo quasi infantile;
«Il mio senso di penosa colpa verso di lei m’impedisce di bere un sorso d’acqua […] nonostante la sete m’impazzisca in bocca» — forzatura emotiva poco convincente;
«Ci stringiamo e diventiamo un pane che lievita al contrario» — metafora che sfiora il nonsenso;
«Ho misurato la molla di gesti e parole per restare equidistante tra follia e realtà» — una belletristica artificiosa.
Nel complesso, la scrittura appare spesso sovraccarica, come se cercasse continuamente di intensificare un’esperienza che invece avrebbe bisogno di misura, di distanza, di forma.
Inserito nel contesto editoriale recente, il libro sembra partecipare di una tendenza più ampia: quella di una narrativa che insiste sul dolore personale, sul trauma, sulla malattia, sempre più a scapito della costruzione letteraria. Un filone che trova riscontri anche in altri titoli contemporanei (che qui taccio per non aprire inutili fronti polemici) e che riflette, probabilmente, una latente domanda di mercato, credo dovuta al generale, diffuso e generico crescere dell’inverno del nostro scontento, come dice il Bardo. C’è forse oggi molta più gente che è in bilico, che sta male al mondo e vuole sul piatto il disco del dolore: potrebbe essere una spiegazione del fiorire di tanta letteratura di lacrime sul viso, che però ti suggerisce il sospetto della posa letteraria, quando non del “chiagni e fotti”, allorché vedi il povero scrittore afflitto sbevazzare con amici su Instagram (non sto parlando di Pierantozzi di cui non sapevo nulla prima di aprire il suo libro).
Le parole dello stesso autore, tratte da interviste, confermano questa impostazione: «Non mi interessa la discussione su quanto sia letterario […] Mettere il mio corpo disastrato al centro». E ancora: «Non lo definirei un romanzo, forse è una testimonianza […] un modo per provare a capirci qualcosa da solo». Dichiarazioni che chiariscono l’intenzione, ma che non risolvono il problema fondamentale: la distanza tra esperienza e forma. E il compito supremo della letteratura non è forse costruire una forma esemplare più che la refertazione gelida di un momento del reale afflitto o debilitato? (Chiedo per un amico esigente).
Alla fine, Lo sbilico appare più come un documento, una deposizione, che come un’opera compiuta. Un libro che espone molto, forse troppo, e trasfigura poco. Che punta tutto sull’urgenza, ma fatica a costruire una necessità.
Resta allora una domanda: la letteratura deve curare o sconvolgere? Storicamente ha fatto più spesso la seconda cosa. Qui, invece, sembra aspirare a una forma di taumaturgia linguistica che convince poco se non per niente a essere più inflessibili e meno concessivi. Alla fine, nonostante gli sforzi, resta difficile promuovere un libro che chiede molto al lettore ma restituisce, sul piano propriamente letterario, assai meno.
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