Letteratura
Patrizia Starnone, Assonanze: una storia di corpi, memoria e conflitto
Un romanzo in cui amore, guerra e memoria si intrecciano senza trovare mai una coincidenza. Tra Libano, Argentina e Sud Italia, Patrizia Starnone racconta relazioni segnate da asimmetrie, desideri che sfuggono e un passato che continua a operare nel presente.
Patrizia Starnone arriva alla scrittura attraverso una traiettoria che non è mai puramente letteraria, ma profondamente esistenziale e civile. Avvocato penalista, docente, immersa nei territori della fragilità, della violenza e della responsabilità, costruisce la propria voce a partire da un contatto diretto con ciò che accade nei corpi e nelle relazioni. Assonanze (Eretica Edizioni), prefato da Franz Foti – è docente di Comunicazione politica e d’impresa e di Fondamenti teorici e sociali della modernità all’Università degli Studi dell’Insubria – si inserisce dentro questo percorso come un passaggio ulteriore, portando questa materia dentro una struttura narrativa che tiene insieme piani diversi senza mai separarli davvero.
Questo non è un romanzo che si legge, è un romanzo che ti prende per la gola e non ti lascia andare. Starnone non costruisce una storia nel senso rassicurante del termine, scava, e lo fa senza chiedere permesso, senza protezioni, senza la tentazione di spiegare ciò che accade per renderlo più accettabile. Ma qui la forza del testo sta nel fatto che tutto si tiene. I personaggi, i luoghi, la guerra, il desiderio, la memoria non sono elementi giustapposti, sono un unico movimento.
Eva è il centro fragile e necessario del romanzo. Non è un personaggio da amare, è un punto di frattura. Vive dentro una tensione continua tra ciò che prova e ciò che riesce a dire, tra ciò che desidera e ciò che si concede. Luca rappresenta la traiettoria verso l’esterno, verso il mondo, verso la guerra e le sue logiche. Alessandra è il perturbante, ciò che destabilizza e costringe a guardarsi senza mediazioni. E poi ci sono le figure che arrivano dal passato, Virginia, la madre di Eva, che non è solo memoria ma struttura, presenza che continua a operare anche quando non viene nominata. I personaggi non sono mai psicologicamente “spiegati”, sono attraversati da qualcosa che li eccede.
La guerra, in questo romanzo, non è mai sfondo. Il Libano, i campi profughi, le traiettorie geopolitiche non funzionano come ambientazione, ma come dispositivo. La guerra è una logica che entra nei rapporti, li deforma, li rende asimmetrici, e lo stesso accade quando lo sguardo si allarga oltre il Mediterraneo, fino alle vicende sudamericane, all’Argentina, alle interferenze e ai disequilibri che attraversano la storia dei popoli. Non c’è separazione tra pubblico e privato. Il conflitto attraversa tutto, anche quando sembra che non stia accadendo nulla.
I luoghi sono decisivi. Napoli, la Calabria interna, Roghudi, il mare. Non sono scenari, sono corpi. Roghudi è il ritorno al rimosso, il punto in cui ciò che è stato espulso torna a chiedere parola. Il paesaggio non accompagna i personaggi, li contiene, li costringe. Il mare non è mai consolatorio, è apertura e vertigine insieme, come il desiderio che attraversa tutto il romanzo.
La struttura epistolare è uno degli elementi più riusciti. Le lettere non sono un artificio, sono il luogo del ritardo. La parola arriva sempre dopo, quando qualcosa è già accaduto. È qui che il romanzo trova il suo crinale più potente. Arrivare troppo tardi. Troppo tardi per dire, troppo tardi per amare, troppo tardi per comprendere. Ma è proprio in questo scarto che nasce la scrittura.
Il testo lavora in profondità sul rimosso. Non c’è mai coincidenza tra esperienza e consapevolezza. Il desiderio si muove altrove, eccede la volontà, e i personaggi inseguono qualcosa che non controllano. La storia della madre non è un semplice racconto del passato, è la struttura che organizza il presente. La frattura originaria non viene mai ricomposta. Non c’è genealogia pacificata, c’è una mancanza che continua a operare. In questo senso il romanzo insiste su ciò che non è stato detto, su ciò che resta fuori dal discorso ma determina tutto.
Letterariamente, Assonanze ha una qualità precisa. Quando smette di spiegare e inizia a guardare, quando si affida alle scene, ai corpi, ai silenzi, il testo si alza in modo evidente. Ci sono pagine che non cercano alcuna protezione, che non si appoggiano a nulla di già riconosciuto, e proprio per questo colpiscono con una forza che non ha bisogno di essere dichiarata. Il rischio, a tratti, è quello di un eccesso di esplicitazione, soprattutto quando il discorso si fa storico o teorico. Ma è un rischio che non compromette la traiettoria complessiva, perché la materia resta viva.
Il finale è uno dei punti più alti. Non chiude, non risolve, non consola. Resta sospeso tra riconoscimento e vertigine, tra presenza e fantasma. Basta una domanda, lasciata aperta, a tenere tutto. E in quella domanda si concentra ciò che il romanzo ha costruito, la perdita, la colpa, il desiderio, la possibilità che non si compie mai fino in fondo.
Questo libro non cerca consenso, non cerca approvazione, non si preoccupa di piacere. Cerca qualcosa di molto più difficile, la realtà. E quando un romanzo sceglie questa strada smette di essere soltanto bello e diventa necessario.
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