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D’Avenia spiega. Ma non basta

Due ragazzi morti riaprono il tema educativo. D’Avenia risponde con relazioni e vocazione. Ma il problema non è solo come crescono i ragazzi. È il mondo che li misura, li attraversa, non si ferma mai. Un sistema che assorbe anche il dolore e non cambia.

20 Aprile 2026

D’Avenia prova a dare un senso. Lo fa con intelligenza, con misura, con parole che tengono insieme il dolore e la responsabilità. Due ragazzi si tolgono la vita e la domanda torna lì, sull’educazione, sulle relazioni, sugli adulti che non sanno più trasmettere il gusto di vivere.

È un discorso che funziona. È anche un discorso che non basta.

Si dice che i ragazzi sono sotto pressione e soli. Si dice che la scuola li schiaccia, che mancano relazioni buone capaci di attivare qualcosa che è già dentro. Tutto vero. Eppure non basta.

Non basta perché questo racconto ha una forma precisa. Consola. Tiene insieme. Sposta il problema dentro uno spazio in cui possiamo ancora intervenire senza mettere in discussione il resto.

Se un ragazzo muore, allora serve più relazione. Più ascolto. Più maestri. Più autenticità. È una risposta che funziona perché non rompe nulla. Non chiede di interrogare il mondo in cui quei ragazzi vivono. Chiede di migliorarlo dall’interno.

Il punto è un altro.

Quei ragazzi non sono oggetti che si rompono perché nessuno li ha amati abbastanza. Sono soggetti che non trovano un posto possibile dentro un sistema che li misura, li valuta, li attraversa continuamente senza mai fermarsi.

Non è solo pressione. È una forma di vita.

Una forma che non proibisce, ma chiede sempre di più. Che non esclude, ma include tutto trasformandolo in prestazione. Anche il fallimento. Anche la fragilità. Anche il dolore.

Si può essere stanchi della scuola a tredici anni perché la scuola non è più un luogo, è una traiettoria. Una linea continua che non prevede interruzioni. Non c’è un fuori. Non c’è un tempo morto. Non c’è un punto in cui dire basta.

Si può fingere una laurea fino a cadere dentro una tromba delle scale perché il problema non è mentire. È non poter smettere di rappresentarsi.

In questo scenario, parlare di relazione rischia di diventare un modo per rendere più abitabile ciò che resta intatto. Un correttivo. Non una rottura.

Il maestro che salva, la vocazione che emerge, la risonanza che accende la vita. Sono immagini forti. Ma funzionano dentro lo stesso schema. Presuppongono che il problema sia nell’attivazione del soggetto, non nel mondo che lo riceve.

Così la responsabilità torna sempre lì. Nell’individuo. Nella sua capacità di diventare ciò che è. Anche quando non c’è spazio per diventarlo.

Anche davanti alla morte.

Si nominano le cause, si evocano le relazioni, si indicano strade possibili. Ma non si tocca il punto in cui tutto questo dovrebbe interrompersi.

Perché se lo si toccasse, bisognerebbe ammettere che non basta educare meglio. Bisognerebbe cambiare le condizioni in cui vivere non è più un compito, ma una prestazione continua.

E allora si resta dentro un discorso che funziona. Che consola. Che orienta. Ma che non rompe.

Anche la morte, così, rischia di essere riassorbita. Trasformata in un’occasione per dire qualcosa di giusto senza dover cambiare nulla.

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