Letteratura
Vedove di Camus di Elena Rui
Rassegna Premio Strega 2026
Elena Rui —Vedove di Camus — L’Orma, Roma 2025
Se una distinzione tra fiction e saggistica ha ancora senso, Vedove di Camus si colloca esattamente sulla linea di confine: una “saggistica narrante” o, se si preferisce, una “narrazione documentata”. Non pura invenzione, non mera ricostruzione, ma un territorio ibrido in cui la documentazione si fa racconto. Da un po’ allo Strega siamo abituati a vedere sfumati i confini tra narrativa e saggistica, includendo le varie stagioni libri basati su ricerche documentali, biografie o memorie personali. I precedenti sono tanti ormai: M. Il figlio del secolo di Antonio Scurati (2019), Due vite di Emanuele Trevi (vincitore 2021), La corsara. Ritratto di Natalia Ginzburg di Sandra Petrignani (Finalista 2018), La ragazza con la Leica di Helena Janeczek (Vincitrice 2018). Dobbiamo rassegnarci: evidentemente si considera narrativa tutto ciò che ha andamento narrativo, anche il tessuto-non-tessuto narrativo della saggistica che viene assimilata alla narrativa pura per il fatto che non ha note a piè di pagina.
Il fatto è noto: la morte di Albert Camus il 4 gennaio 1950 a Villeblevin: in un incidente stradale, un’auto di grossa cilindrata con alla guida il suo editore Michel Gallimard va a sbattere contro un filare di platani a 140 km all’ora procurando la morte di entrambi.
L’oggetto del libro è soprattutto l’onda d’urto che essa produce nelle vite delle quattro donne che gli furono accanto negli ultimi anni.
L’autrice esplicita subito la natura dell’operazione: «Aver voluto immaginare il lutto delle quattro “vedove” […] è una scelta arbitraria, come lo è, in fondo, qualsiasi narrazione». E ancora: «l’immaginazione ha funzionato da collante, perché questa, seppur documentata, è una finzione». È qui il cuore del libro: non la biografia di Camus, ma la sua rifrazione attraverso quattro coscienze femminili.
Leggiamo che Camus ebbe due mogli e due amanti. Le “vedove” sono Francine Faure, la moglie; Maria Casarès, l’amante principale; Catherine Sellers; e Mette Ivers, le due amanti successive.Tutte consapevoli, in misura diversa, della coesistenza delle altre. Siamo nella Parigi delle eccitanti e diaboliche liaisons dangereuses «La realtà si riorganizza intorno a nuovi dati e i fatti precedenti non contano più»: frase che sintetizza bene l’equilibrio instabile di queste relazioni amorose. C’è anche un accenno agli amori “contingenti” rispetto a quelli “necessari” come la coppia Sartre-de Beauvoir chiamava l’alternarsi dell’esperienza sentimental-sessuale cui indulgevano entrambi. Ed era Parigi quella città in cui nei tardi Cinquanta accorrevano ancora affascinati Flaiano e tanti intellettuali italiani e da dove lo scrittore abruzzese dettava una sua acquisizione: «Ci sono luoghi dove amarsi non significa più niente, ma solo esercizio, come Parigi.» (Aforisma 265 Diario degli errori).
Ma ecco il catalogo delle donne.
—Francine Faure: la moglie, custode e interprete. Francine occupa il centro morale del libro. «Brillante studentessa di matematica e buona pianista», figura composta e disciplinata, è la depositaria ufficiale dell’eredità, non solo affettiva ma anche letteraria. Il rapporto con Camus è segnato da una lunga abitudine all’infedeltà di lui: «Albert non le è mai stato fedele […] gli scrittori non sono tenuti alla stessa morale degli impiegati di banca». Una frase che riassume un’intera etica coniugale.
La loro è una convivenza che nel tempo si fa «asessuata», fondata su una forma di pietà reciproca: «l’equilibrio […] stava là: nella tenerezza suscitata dall’inadeguatezza dell’altro». Non c’è idealizzazione, ma una specie di misericordia domestica.
Il nodo più potente è quello del manoscritto de Il primo uomo, l’ultimo libro di Camus in cui egli intende riassumersi in autobiografia. Francine è l’unica in grado di decifrarlo, ma anche l’unica che potrebbe distruggerlo. Qui il libro tocca un punto alto: il conflitto tra filologia e dolore. «Chiedersi quanta Casarès [l’amante] ci sia in Jessica […] fa un male che inibisce lo spirito filologico». La letteratura diventa un campo minato emotivo. Francine non è solo vedova: è interprete, custode, filtro.
— Catherine Sellers: l’intelligenza inquieta. Attrice, osservatrice, quasi investigatrice in quanto ha fatto ricerche di ogni tipo su Faulkner e sulla vita di Temple Drake che le sono valse il soprannome di Sherlock Holmes, nome con cui il suo capitolo si intitola). Catherine rappresenta la dimensione più lucida e analitica del rapporto con Camus. È consapevole della competizione tra le donne e della gerarchia affettiva: Maria Casarès è l’ombra ingombrante, Mette la rivale contingente. «Desidera essere la donna di cui Camus ha sentito di più la mancanza»: aspirazione che rivela la natura sempre differita del suo amore. Accetta la poligamia, ma non senza attriti, soprattutto quando scopre la ripetitività dei gesti di Camus: le stesse versioni e la stessa edizione dei libri regalate anche a lei. L’unicità promessa si dissolve nella serialità. Il nostro eroe è anche sventato nella pratica dei tradimenti.
Catherine coglie forse meglio delle altre il nucleo poetico dello scrittore. In alcune pagine di diario di lui vede «il senso profondo del suo essere al mondo»: un’estetica della bellezza capace di annullare «ogni eco di umana sofferenza». È una lettura acuta: Camus come uomo diviso tra dolore e desiderio di innocenza.
— Mette Ivers: la giovinezza e la distanza. Mette (Mi), di origini danesi, introduce una prospettiva diversa: quella della distanza temporale. È la più giovane, la meno compromessa, quella che può guardare indietro senza esserne schiacciata. L’incontro con Camus ha qualcosa di leggero e quasi mondano: «essere invitata […] al loro tavolo e passare la serata a ballare». Un inizio che sembra destinato a dissolversi, e invece lascia tracce. Il Camus che emerge qui è fisico, vitale: «un ballerino fantastico». Ma anche ambiguo, insofferente alla propria stessa condizione: il desiderio di una vita concreta («un lavoro fisico») convive con l’evidenza della sua vocazione. Nel tempo, Mette rielabora: diventa madre, nonna, artista. Il ricordo si stabilizza, perde l’urgenza. È forse la figura più equilibrata: non nega il fascino dell’uomo, ma non ne resta prigioniera.
— Maria Casarès: “l’Unica”. Maria, spagnola, è il grande amore, la figura più mitizzata. La seconda moglie. Attrice, esule, protagonista di una relazione intensa e duratura, incarna l’aspetto più drammatico e consapevole del legame con Camus. Dopo la morte di Francine, può finalmente parlare apertamente. La sua posizione è chiara: lei «non si è appropriata di nulla che non fosse già libero». L’amore, per lei, è per definizione non esclusivo. È una rivendicazione, ma anche una forma di autoassoluzione. Scrive la propria autobiografia, segna il passaggio «dalla discrezione alla parola». È qui che il lutto si fa narrazione: non più solo perdita, ma costruzione di sé.
Il libro è una costruzione documentata (e dichiaratamente arbitraria). La nota finale dell’autrice chiarisce il metodo: diari, epistolari, interviste, biografie. Ma anche «un ampio margine per inventare». È un equilibrio delicato, non sempre perfetto. A volte la documentazione, nonostante il lavoro di snellimento, grava, irrigidisce la pagina; altre volte l’invenzione fatica a emanciparsi dal dato. Il tempo narrativo prevalente, un presente storico documentaristico, accentua questa impressione: immediatezza sì, ma a scapito di sfumature più suggestive che darebbe l’imperfetto, dopotutto il tempo ipnotico delle favole, del c’era una volta.
Qual è il punto di caduta di questo lavoro oltre il fascino catalizzatore dell’uomo e dell’intellettuale Camus? Il libro corre il rischio di una letteratura di secondo livello, non quella in presa diretta col reale ma di una letteratura sulla letteratura, destinata a coloro che hanno una certa consuetudine con un autore non certo nella memoria e nella predilezione di tutti e in un ambiente—la Francia letteraria dei Camus, Sartre, de Beauvoir—non proprio di stringente attualità su cui si è depositata una patina d’antan. È soprattutto una letteratura—differente dalla nostra tradizione recente tranne che in Pirandello—in cui le narrazioni di un Camus o Sartre recano una filosofia incorporata. Quella filosofia sulla quale gli intellettuali litigano ferocemente (e i due litigarono fino alla rottura sul filo della rivolta: che doveva essere individuale per Camus, collettiva per il marxista Sartre).
Il rischio di operazioni come questa è un’antiquaria chic oppure, se si sono comprese bene le intenzioni della Rui e se si son saputi decrittare i lampeggiamenti del sottotesto, un ritratto documentato del maschilismo sultanesco nell’epoca della patriarcato trionfante seppur in un clima morale libertineggiante, tanto più in cui il predatore seriale era il maschio intellettuale di pregio e privilegio. «Camus era un uomo di grandi ideali, ma anche una simpatica canaglia». Ma non solo questo. Il libro è uno scandaglio sul desiderio sessuale maschile. Perché in fondo il «desiderio maschile è sete di conquista e congestione sanguigna», si legge. Formula brutale, ma non priva di efficacia e verità.
La narrazione, dopo un avvio promettente, più sciolto o décontracté visto che siamo in Francia, tende ad appesantirsi, a perdere mordente. Resta un libro assennato, diligente, ben documentato, con le sue robine a posto insomma, con molte qualità ma anche un limite: non prende alla gola. Richiede un interesse specifico per Camus per essere pienamente apprezzato, ed è il caso di chi scrive visto che ha amato molto questo autore per i casi piu laterali, meno centrali, avendo in comune con lui una mamma analfabeta, un professore di filosofia al liceo che ti salva e una passione primordiale per l’estate. Leggo altrove per intero un testo solo accennato da Rui: «Quante ore passate a calpestare gli assenzi, ad accarezzare le rovine, a tentare di accordare il mio respiro con il sospirare tumultuoso del mondo! Immerso negli odori selvaggi e fra i concerti d’insetti assonnati, apro gli occhi e il cuore alla grandezza insostenibile di questo cielo saturo di calore. Non è così facile diventare ciò che si è, ritrovare la propria misura profonda.» (Nozze a Tipasa in L’estate e altri saggi solari (Bompiani, ed.digitale 2019).
Ma al netto di tutto ciò il libro che abbiamo tra le mani lascia una sottile sensazione di distanza, come se si fosse indotti più a stimarlo che ad amarlo. E forse è proprio qui la sua verità: un’opera che scruta con intelligenza un artista, un’epoca, un ambiente ma che di rado riesce a incendiare come un’estate mediterranea
^^^
Rassegna Strega 2026 su “Gli Stati Generali”
Christian Raimo — L’invenzione del colore, urly.it/31fm3f
Michele Mari —I convitati di pietra— urly.it/31fgag
Alcide Pierantozzi —Lo sbilico urly.it/31fmy8
Elena Rui —Vedove di Camus— urly.it/31fn-3
Devi fare login per commentare
Accedi