Teatro

Un teatrante alla scoperta del mondo

Uomo di teatro e sggista, Massimiliano Troiani racconta con irnonia e distacco, ma anche con nostalgia, le sue esperienze teatrali e i suoi viaggi in India econclude con la storia di uno scrittore che precipita nell’obnubilamento del cervello.

9 Ottobre 2026

Il titolo, Esili impronte e pentimenti (Roma, La lepre Edizioni, 2026, € 25,00), è tratto da un passo delle Enneadi di Plotino e può essere letto in due modi, a seconda di dove si lascia cadere l’accento della prima parola: ésili impronte e pentimenti, oppure esìli impronte e pentimenti. L’ambiguità si fa significato, perché la prima parola significa entrambe le cose: l’esilio e l’esilità. “Pulvis et umbra” definisce Orazio l’uomo, polvere ed ombra (Odi, IV, 7, v. 16). Pindaro ci va giù più duro: “sogno di un’ombra”, τί δέ τις; τί δ’οὔτις; σκιᾶς ὄναρ / ἄνθρωπος (chi è qualcuno? chi nessuno? di un’ombra il sogno / l’uomo – Pitica VIII, vv. 95-96). L’immaginario di un titolo rivela spesso il senso di un libro. Se poi lo si sfoglia, in capo ai capitoli compaiono taluni esergo significativi. A pag. 101, I Tamburi (quelli che battono nella notte per Brecht). abbiamo due versi di Byron: “the memory of joy is no longer joy, / the memory of pain is pain still”, la memoria di una gioia è una non più lunga gioia / la memoria di una pena è ancora pena. Vi si potrebbe accostare il primo verso del poemetto Endymion di John Keats: “A thing of beauty is a joy for ever“, una cosa bella è una gioia per sempre. Ma Keats continua: “Its loveliness increases; it will never / Pass into nothingness”, il suo fascino si accresce; e mai / passerà nel nulla. Il libro è un saggio sulla memoria. Massimiliano Troiani, l’autore, è un teatrante e un saggista, in entrambi i campi è un ricercatore dell’altro da noi, nel libro rievoca la propria esperienza teatrale degli anni 70/80 del secolo scorso, l’impatto con l’India, e la figura enigmatica di uno scrittore che precipita nel nulla dell’Alzheimer. Il lettore di oggi che non abbia vissuto quegli anni, che in realtà principiano nei tardi ’50, anche se s’informasse scrupolosamente su quanto accadde, non riuscirà forse mai a percepire la sensibilità che rendeva così freneticamente irrequieta la mente di quasi tutti, o almeno di quelli che l’orrore di quanto vedevano e vivevano intorno – c’erano guerre tremende, lotte sociali all’ultimo sangue, e la sfida di bande terroristiche nere e rosse, segnava per sempre. Ma ciononostante non ci si buttava in braccio alla disperazione, salvo singoli casi, forse i più lucidi, per esempio Cesare Pavese, Primo Levi, o Paul Celan, si cercava dagli altri invece un’uscita, si pretendeva un’alternativa, nel teatro, nel cinema, nella letteratura, nella vita. Nel 1963 Strehler mette in scena il Galilei di Brecht, nel 1967 L’Istruttoria e nel 1969 Il mostro lusitano di Weiss. Il Living Theater, partendo da Atene, nel 1961, porta l’Antigone di Sofocle riscritta da Brecht nei teatri di mezza Europa. Luca Ronconi mette in scene nel 1968 Il candelaio di Giordano Bruno, nel 1972 l’Oresteia di Eschilo e nel 1969 l’Orlando Furioso di Ariosto. Ma sono solo alcuni dei nomi più celebrati. C’erano Giancarlo Cobelli, Giancarlo Nanni. E c’era il cinema, Fellini, Antonioni, La dolce vita, L’avventura, 8 e1/2, La Notte, L’Eclissi. E c’era la letteratura, Moravia, Pasolini, Calvino, Umberto Eco. Era quasi una voglia di cambiare il mondo, e anzi in qualcuno quasi la certezza. C’erano, è vero, anche le fughe, mascherate da ricerca di sé stessi: e l’India era il nuovo Eden. C’era il Tao, lo Zen. John Cage prima di segnare una nota sul pentagramma consultava l’oracolo del Libro dei Mutamenti, I King, o, più correttamente, I Ching. Massimiliano Troiani di tutti questi avvenimenti, di tutte queste esperienze si fa specchio, carta assorbente. Ma uno specchio che riflette non solo immagini, bensì pensieri, emozioni, invenzioni, una carta assorbente che rielabora i dati, li trasforma. L’impatto, quasi per caso, con un genio del teatro, dall’ego ipertrofico (ma se non ha un ego ipertrofico un teatrante, chi allora avrebbe il diritto di averlo?): Carlo Cecchi. E c’è sì l’esperienza di Brecht, una tappa inevitabile. Ma anche quella quasi metafisica e insieme catartica di Büchner, Woyzeck. Anni dopo vidi Cecchi recitare Finale di partita di Beckett, al Teatro Valli di Roma. I tempi erano cambiati. Una parte del pubblico rideva, e commentava. Tanto che Cecchi interruppe la recitazione e si rivolse al pubblico: “So che non è facile ascoltare ciò che dico. Figuratevi allora recitarlo. Se non vi garba, siete liberi di alzarvi e di andarvene. Se restate, le risate, i commenti lasciateli per quando avrò finito e sarà calato il sipario e me, non mi vedrete più”. Ottenne un silenzio assoluto. Era il 1997. Stava esaurendosi un millennio e se ne apriva un altro. Se migliore lo diranno i posteri. Certo – sembra – un’epoca molto meno interessata a cambiare il mondo. Se mai a impossessarsene per trarne il maggiore profitto possibile. Non che il possesso prima facesse schifo, ma era contrastato, almeno idealmente. Oggi sembra l’unico progetto che si abbia voglia di attuare. Ma torniamo al libro di Troiani. Nella prima parte è raccontata la sua esperienza teatrale, appunto con il teatro di Carlo Cechi. Nella seconda parte si raccontano due viaggi in India. Fa parte del clima culturale di quel periodo che se ne parli insieme con emozione e con disincanto. Certo che molte idee dell’India, sull’India e sul pensiero indiano erano fasulle, ed era tipicamente europeo l’atteggiamento di usufruirne a proprio vantaggio, come di una panacea, di uno strumento per agevolare la propria vita, non una via per raggiungere una nuova consapevolezza di sé stessi e del mondo. Salvo che per alcuni, in parte lo stesso Troiani. La conoscenza dell’India spinse infatti Troiani a interessarsi anche di un altro continente, l’Africa, ma questa volta non per cambiare sé stessi, bensì per conoscere gli altri. Questo, però, esce fuori dal progetto del libro, che si conclude con la storia di uno scrittore visionario, che piano piano perde la cognizione di sé stesso. Ciò che conquista subito il lettore è l’ironia che pervade una prosa lucidissima, il distacco insieme consapevole e nostalgico da un’epoca irripetibile, né migliore né peggiore di altre, ma che dalle epoche precedenti e dalle successive si distingueva, appunto, per questa capacità di autoanalisi ironica, che vedeva i mali, non ne conosceva la guarigione, ma la cercava lo stesso. Un romanzo che forse la descrive benissimo, anche se la vicenda si svolge all’epoca delle guerre napoleoniche, è Il barone rampante di Italo Calvino. Un romanzo addirittura del 1957, ma che già coglie il clima di un’epoca. E che ne prevede anche la fine. Sta nelle parole che verso la conclusione pronuncia Cosimo, il barone rampante, parlando dal ramo di un albero con Napoleone, che sotto di lui lo guarda con la faccia in alto. In Italia non si fanno mai rivoluzioni, osserva Napoleone. Cosimo risponde che ciò accade perché l’Italia è il paese nel quale si verificano sempre le cause degli avvenimenti, e mai gli effetti. Sembra che Calvino stia scrivendo dell’Italia, e il mondo, del 2026. Accurata e puntuale la prefazione di Emiliano Morreale. Coglie perfettamente lo spirito del libro, citandone l’attacco: “Certe storie sono false quandosi vivono, diventano autentiche quando si raccontano e poi tornano finte quando si scrivono”. Che poi in fondo è ciò che lu Muse avevano detto ad Esiodo: “Noi sappiamo raccontare menzogne che sembrano verità, ma anche verità che sembrano mezogne”. E così si ritorna agli ineliminabili Greci: viene quasi voglia, a volte, di pensare che avessero capito già tutto. Foto del frontespizio dello stesso autore, Massimiliano Troiani, e foto dell’autore, nella retrocopertina di Laura Fasciolo.

Massimiliano Troiani

 

 

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