Storia
Sergio Ramelli. Una storia italiana.
Vita e morte di un ragazzo milanese.
15 Ottobre 2026
Il libro è “Uccidere un fascista”, di Giuseppe Culicchia, vita e morte di Sergio Ramelli, ragazzo.
Sergio Ramelli viene ammazzato a diciotto anni nel 1975 a Milano da studenti universitari della facoltà di Medicina. Muore dopo un mese di agonia; gli hanno sfondato il cranio forse con una chiave inglese, mentre appoggiava il motorino al muro. Tempo prima, nel suo istituto tecnico aveva fatto un tema dove criticava l’omicidio, da parte delle Brigate Rosse, di due missini padovani (il compito in classe: estro deamicisiano, talento accorato, ingenuità civile).
Dopo il tema, affisso per dileggio nella bacheca della scuola, Ramelli viene umiliato e sbeffeggiato da tutti i Franti di sinistra del circondario, alunni e professori. Per reazione e protezione si iscrive all’organizzazione giovanile fascista. Verrà ucciso per questo: rancida solerzia di un leninismo giovanile, per il quale gli avversari sono soltanto corpi concettuali, numeri pitagorici di una tessera di morte da recapitare in contrassegno.
Dal libro Ramelli esce senza la consistenza non diremo di un fanatico, ma neppure di un militante. Il suo è lo spirito soffuso, impalpabile di un normale giovane lombardo nella sua normale vita di relazioni: la famiglia, la ragazza, il calcio, le canzoni di Celentano. La qualità migliore del libro: restituire vaghezza e solitudine di vita a un’ombra fuggitiva.
Quando Ramelli viene aggredito, si tenterà falsamente di accreditarne l’immagine di un violento. Primo nello zelo, incredibilmente, il quotidiano Avvenire. Dall’associazionismo cattolico viene anche colui che materialmente lo colpisce: a che punto accade dunque la torsione tra la guancia e l’artiglio, la remissione e l’esecuzione? Dì soltanto una parola, ed io sarò dannato.
Si chiamano Avanguardia operaia, sono borghesi di retrovia; ganzi agitati della middle class ambrosiana, enfatici, banditeschi. Per colpire Ramelli, e molti altri poi rimasti atterriti, miracolati, invalidi, usano di solito la Hazet 36, chiave inglese e strumento di fabbrica (un romanzo di Primo Levi si intitola La chiave a stella. Il protagonista la usa in giro per il mondo a costruire ponti, tralicci, impianti. Il lavoro genera nobiltà, inclusione; a volte invece protrae l’uomo all’indietro, alla tribù, ai riti di sangue).
Avanguardia operaia ha un poderoso archivio di foto e informazioni su tutti, amici, nemici. Viene custodito in un edificio dove molti anni dopo Maurizio Cattelan farà il suo atelier. Singolare contrappasso immobiliare: le pose marziali e liturgiche degli uni sembrano la magnificazione del ridicolo in una statua dell’altro.
Alla preparazione dell’agguato a Ramelli partecipa un’unica donna. Lo ha pedinato nei giorni precedenti, cambiandosi di vestito ogni volta per non farsi riconoscere (nel commando che rapì Aldo Moro c’era anche una ragazza. Il suo compito fu di agitare un mazzo di fiori, per segnalare agli altri l’avvicinarsi delle auto di scorta. Nel quadro d’orrore fa capolino ogni volta una grazia occasionale, un movimento ventoso di concentrica elusione).
Quando i colpevoli vengono arrestati confessano quasi tutti, subito. Si solleva in loro solidarietà il solito collegio livido, giustificazionista, dei cattivi maestri. Creanza gelatinosa che ricopre, converge, attenua. Albume di famiglia.
Il capo degli assassini si è suicidato anni prima, ancora impunito: si parlò di stelo del rimorso cresciuto nel giardino dell’ideologia. Gli altri dopo la condanna hanno fatto carriera nella sanità pubblica. Di loro ho sempre immaginato il finale di una sera simenoniana: cognac, abito d’ordinanza, silenzio dalla strada. In fondo al corridoio qualcosa, qualcuno, un sospiro, un’increspatura di buio. Niente che meriti, per il momento, di accendere la luce.
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