Storia
Settant’anni fa la rivolta ungherese
Il 23 ottobre 1956 Budapest si ribellò al dominio sovietico. La repressione sconvolse l’Europa e mise in crisi la sinistra italiana, aprendo una ferita nel rapporto tra socialismo, democrazia e libertà.
Il 23 ottobre 1956 Budapest scelse di sfidare la paura. Migliaia di studenti scesero in piazza chiedendo libertà, democrazia, riforme e il ritiro delle truppe sovietiche. Quella che era nata come una manifestazione si trasformò in poche ore in una rivolta popolare che attraversò la capitale e si estese al Paese. Caddero i simboli del potere comunista, furono liberati prigionieri politici, nacquero consigli operai e nuovi organismi di rappresentanza. Per alcuni giorni, all’ombra della Guerra fredda, sembrò davvero possibile che l’Ungheria potesse liberarsi dal controllo di Mosca e scegliere finalmente il proprio destino. A guidare il governo tornò Imre Nagy, che cercò di dare una risposta politica alle richieste degli insorti. Il 1° novembre annunciò la neutralità dell’Ungheria e la volontà di uscire dal Patto di Varsavia. Per l’Unione Sovietica era una sfida intollerabile. Il 4 novembre l’Armata Rossa intervenne massicciamente: migliaia di carri armati entrarono a Budapest e la resistenza fu schiacciata dopo giorni di combattimenti. Migliaia furono i morti, centinaia di migliaia gli ungheresi costretti a lasciare il Paese. Imre Nagy venne arrestato, processato segretamente e giustiziato nel 1958.La rivolta ungherese divenne così uno dei simboli più drammatici della Guerra fredda, ma il suo terremoto politico arrivò anche in Italia. Per il Partito comunista italiano il 1956 rappresentò una delle crisi più profonde del dopoguerra. Il PCI di Palmiro Togliatti scelse di difendere sostanzialmente l’intervento sovietico, interpretando la rivolta nel quadro dello scontro tra i due blocchi. Una posizione che provocò dissensi e lacerazioni, soprattutto tra intellettuali e militanti che non accettavano che la fedeltà all’Unione Sovietica potesse prevalere sulla condanna della repressione. Il mito dell’URSS come patria del socialismo uscì profondamente incrinato. Ancora più significative furono le conseguenze nel Partito socialista italiano. Pietro Nenni prese le distanze da Mosca e l’invasione dell’Ungheria contribuì a rompere il rapporto privilegiato con il comunismo sovietico. Il PSI di Nenni avviò così un percorso di maggiore autonomia che, insieme ad altri fattori, avrebbe contribuito negli anni successivi alla trasformazione degli equilibri della sinistra e alla stagione del centro-sinistra. Il 1956 costrinse dunque la sinistra italiana a confrontarsi con una contraddizione destinata a lasciare una traccia profonda: può un progetto di emancipazione essere difeso quando, in suo nome, vengono negate libertà fondamentali? A Budapest quella domanda divenne concreta. Gli studenti, gli operai e i cittadini scesi in strada chiedevano semplicemente di poter parlare, associarsi e scegliere il proprio destino senza il timore della repressione. Da quella ferita sarebbe maturata lentamente una nuova riflessione sul rapporto tra socialismo, democrazia e libertà. Il 1956 contribuì a mettere in discussione alcune certezze della sinistra italiana e ad aprire una lunga stagione di ripensamento politico. Settant’anni dopo, l’Europa è profondamente diversa e sarebbe sbagliato trasferire meccanicamente le categorie di allora al presente. Ma Budapest conserva una lezione che va oltre la Guerra fredda: nessuna appartenenza politica o internazionale può cancellare il valore della libertà. Per questo il 23 ottobre 1956 non è soltanto una pagina della storia ungherese. È anche una pagina della storia della sinistra italiana, una pagina dolorosa che segnò la fine di alcune certezze e l’inizio di un difficile cammino di autonomia e ripensamento.
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