Storia
Togliatti e le camicie nere: le ambigue simmetrie del Novecento
L’Appello di Togliatti ai fascisti è letto come esempio di tattica leninista di egemonia. Il testo si inserisce nel dibattito storiografico sulle assonanze tra fascismo e comunismo come forme di politica totalitaria di massa.
L’Appello ai fratelli in camicia nera, pubblicato da Palmiro Togliatti nel 1936 durante il suo esilio sovietico, si colloca nella fase in cui la strategia comunista nei confronti del fascismo non escludeva tentativi di penetrazione nelle sue basi sociali. Il testo non rappresenta un’abiura del regime fascista, ma una manovra politica tipica del frontismo e della logica leninista dell’egemonia.
Il presupposto dell’appello è la distinzione tra direzione politica e massa popolare: come suggerisce l’idea che “non sono i lavoratori che portano la camicia nera il nostro nemico, ma chi li ha ingannati e diretti contro la loro stessa classe”. In questa prospettiva, il fascismo viene interpretato non come blocco monolitico, ma come formazione politica attraversata da contraddizioni sociali, potenzialmente scindibile.
Togliatti fa leva su un richiamo alla comune condizione materiale, insistendo sul fatto che “anche voi appartenete al mondo del lavoro e subite il dominio degli stessi interessi che opprimono gli operai”. L’obiettivo è spostare il conflitto dall’opposizione ideologica tra comunismo e fascismo a una contrapposizione di classe, secondo la grammatica tipica del leninismo.
Ne deriva un invito implicito alla rottura politica: “è tempo di comprendere dove sta il vero nemico e di rompere con chi vi ha condotti a combattere contro voi stessi”. La funzione del linguaggio politico non è descrittiva ma trasformativa: esso mira a produrre una ricollocazione delle masse nello spazio del conflitto sociale.
È proprio qui che si coglie la chiave teorica più rilevante: la convinzione che “le masse non appartengono per natura a un’idea: possono essere conquistate e guidate verso una nuova coscienza politica”. Tale impostazione evidenzia la centralità, nel leninismo, della costruzione dell’egemonia come processo attivo e reversibile.
Su questo terreno si inserisce il dibattito storiografico sulle assonanze tra fascismo e leninismo. Nella prospettiva della teoria del totalitarismo, Hannah Arendt ha sottolineato la comune tendenza dei sistemi totalitari a subordinare l’individuo a una visione ideologica totalizzante e a mobilitare permanentemente le masse. Pur nella diversità delle origini, ciò che accomuna queste esperienze è la pretesa di rifondazione integrale della società.
In una linea interpretativa diversa, Ernst Nolte ha proposto una lettura “relazionale” tra bolscevismo e fascismo, interpretando quest’ultimo anche come risposta storica al primo, mentre François Furet ha insistito sulla comune rottura con la tradizione liberale e sulla matrice rivoluzionaria condivisa. Renzo De Felice, dal canto suo, ha contribuito a leggere il fascismo come fenomeno politico moderno e di massa, sottraendolo a interpretazioni puramente riduttive o moralistiche.
Infine, Augusto Del Noce ha proposto una lettura filosofica della convergenza tra fascismo e comunismo come esiti distinti ma paralleli della crisi della modernità e della secolarizzazione della politica.
L’Appello di Togliatti si colloca così al crocevia tra tattica politica e teoria delle masse. Più che suggerire una vicinanza ideologica diretta tra fascismo e leninismo, esso illumina una grammatica comune del Novecento: la convinzione che la politica fosse il luogo in cui le coscienze potevano essere disarticolate e ricomposte, e in cui le masse costituivano il vero terreno decisivo della trasformazione storica.
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