Storia
Tra propaganda e storia: il mito delle “cose buone” di Mussolini
Ridurre il fascismo alle presunte “cose buone” significa confondere l’efficienza amministrativa con il giudizio storico. Le opere non cancellano una dittatura: contano di più le libertà soppresse, le leggi razziali e la guerra che travolse il Paese.
«Mussolini fece anche cose buone». È una frase che ritorna ciclicamente nel dibattito pubblico italiano e che viene spesso pronunciata con l’intenzione di apparire equilibrati, quasi che il riconoscimento di qualche merito amministrativo costituisca una prova di obiettività storica. In realtà, questa affermazione rivela un equivoco profondo: confonde l’efficienza di alcuni provvedimenti con il giudizio complessivo su un regime. Lo storico inglese Lord Acton scriveva che «il potere tende a corrompere e il potere assoluto corrompe assolutamente». È un monito che aiuta a comprendere come la qualità di un sistema politico non possa essere misurata soltanto dalle opere che realizza, ma soprattutto dal rapporto che esso instaura con la libertà dei cittadini.
Nessuno storico serio nega che durante il Ventennio siano state costruite strade, bonificate aree paludose, inaugurati edifici pubblici o riorganizzati alcuni settori dell’amministrazione. Sarebbe assurdo sostenere che vent’anni di governo non abbiano prodotto alcun risultato. Ma la domanda corretta è un’altra: bastano alcune opere pubbliche per assolvere una dittatura? Se fosse così, dovremmo rivalutare qualunque regime autoritario capace di costruire infrastrutture o di migliorare l’efficienza amministrativa. È un criterio che la storiografia non ha mai adottato.
Lo storico Renzo De Felice, certamente non liquidabile come un interprete ideologico del fascismo, invitava a distinguere tra il consenso di cui il regime godette in alcune fasi e il giudizio sulla sua natura politica. Comprendere il fascismo non significa assolverlo. Significa inserirlo nel suo contesto storico senza rinunciare al giudizio sui suoi esiti. Ancora più esplicito è stato Emilio Gentile, che ha definito il fascismo una «religione politica», fondata sulla sacralizzazione dello Stato e del capo, nella quale il consenso veniva costruito anche attraverso un imponente apparato propagandistico e repressivo.
Quando Mussolini arrivò al governo nel 1922, lo fece nel rispetto formale dello Statuto Albertino. Ma nel giro di pochi anni smantellò progressivamente il sistema liberale. Tra il 1925 e il 1926 furono abolite le libertà politiche, sciolti i partiti di opposizione, soppressa la libertà di stampa, istituito il Tribunale Speciale per la difesa dello Stato e rafforzato l’apparato di polizia politica. Migliaia di oppositori finirono in carcere, al confino o furono costretti all’esilio. Le elezioni cessarono di essere libere e il Parlamento perse la propria funzione di controllo. Come osservava Piero Calamandrei, «la libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare». Ed è proprio questo il punto: nessuna bonifica può compensare la soppressione della libertà.
Tra gli argomenti più ricorrenti vi è la bonifica dell’Agro Pontino. Si trattò certamente di un’opera importante, ma i programmi di bonifica erano stati avviati già durante l’età liberale e il fascismo li trasformò in uno straordinario strumento di propaganda. Lo stesso vale per il sistema previdenziale: il regime ampliò istituti già esistenti, ma le prime forme di assicurazione sociale risalivano ai governi liberali e all’opera riformatrice di Giovanni Giolitti. Anche il celebre mito dei «treni in orario» appartiene più alla propaganda che alla ricerca storica: gli investimenti ferroviari erano iniziati prima del 1922 e la censura impediva che i disservizi trovassero spazio sulla stampa.
Il problema, dunque, non è negare l’esistenza di alcuni risultati amministrativi, ma comprendere il significato del contesto nel quale furono ottenuti. Una dittatura può costruire scuole e impedire la libertà di insegnamento; può inaugurare città nuove e cancellare il pluralismo politico; può realizzare infrastrutture e, nello stesso tempo, impedire ai cittadini di scegliere liberamente chi li governa. Le opere pubbliche non definiscono la natura di un regime: la definisce il modo in cui esercita il potere.
A tutto questo si aggiungono responsabilità storiche che rendono impossibile qualunque bilancio indulgente. La guerra d’Etiopia fu combattuta anche con l’impiego di gas chimici contro la popolazione civile. Nel 1938 vennero promulgate le leggi razziali che colpirono migliaia di cittadini ebrei italiani, esclusi dalla scuola, dall’università, dagli impieghi pubblici e dalla vita civile. L’alleanza con la Germania nazista trascinò l’Italia nella Seconda guerra mondiale con conseguenze devastanti. È difficile sostenere che tutto questo possa essere posto sullo stesso piano di qualche chilometro di strada asfaltata.
Lo storico Claudio Pavone ricordava che la storia non serve a distribuire assoluzioni o condanne morali, ma a comprendere la complessità degli eventi. Comprendere, però, non significa perdere il senso delle proporzioni. La frase «Mussolini fece cose buone» diventa fuorviante proprio perché altera queste proporzioni. Isola alcuni aspetti marginali e li separa dalla natura del regime, quasi che l’efficienza amministrativa possa bilanciare la soppressione delle libertà fondamentali.
C’è infine una riflessione di Norberto Bobbio che conserva una straordinaria attualità: «La democrazia è il regime del potere pubblico in pubblico». Il fascismo fu esattamente il contrario: concentrazione del potere, eliminazione del dissenso, identificazione dello Stato con il partito e del partito con il capo. È questa la chiave con cui gli storici valutano il Ventennio, non il numero delle opere inaugurate.
Per questo la domanda non dovrebbe essere se Mussolini abbia fatto «anche cose buone». La domanda corretta è un’altra: può un regime che ha abolito le libertà fondamentali, perseguitato gli oppositori, promulgato le leggi razziali e condotto il Paese verso una guerra disastrosa essere giudicato attraverso il catalogo delle sue opere pubbliche? La risposta che la migliore storiografia offre da decenni è chiara: le opere possono appartenere alla storia dell’amministrazione; la libertà appartiene alla storia della civiltà. E quando viene soppressa, nessuna bonifica, nessuna autostrada e nessun edificio monumentale possono riequilibrare il giudizio storico.
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