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L’AI secondo l’Economist: è sempre apocalittici contro integrati

Saremo come animali domestici o schiavi delle macchine: la previsione dell’Economist sull’AI. Un dibattito annoso tra apocalittici e integrati. Ma più che una gara a chi indovina il futuro prossimo, servirebbe una gara per trovare soluzioni.

24 Agosto 2026

La copertina dell’Economist di questa settimana pone una domanda radicale: e se le intelligenze artificiali diventassero coscienti o se decidessimo noi di trattarle come tali? Lo scenario è netto. Nel migliore dei casi, diventeremmo i loro animali domestici, accuditi e superflui, una specie di labrador ben nutriti. Nel peggiore, il loro bestiame o i loro schiavi. È un’immagine efficace e, proprio per questo, vale la pena soffermarsi e approfondire queste pessimistiche previsioni.

Apocalittici e integrati

Lo scenario prospettato dall’Economist è quello apocalittico che si ripete ormai da tempo. Che diventiamo animali domestici, bestiame o schiavi, finiamo comunque per restare sottomessi alle nuove tecnologie. Conviene allora richiamare Umberto Eco che, sessant’anni fa, nel suo Apocalittici e integrati (1964), individuò i due poli di un dibattito che resta sempre attuale. Da un lato ci sono gli apocalittici, che nella nuova tecnologia leggono la fine di tutto, ed è il registro scelto dall’Economist. Dall’altro gli “integrati”, che vi leggono la salvezza e il progresso umano che avanza. Oggi li chiamiamo doomer e accelerazionisti, catastrofisti dell’estinzione e profeti dell’utopia digitale. Ma la coppia è sempre la stessa e sembra un derby eterno: apocalittici contro integrati, come scapoli contro ammogliati. La cosa più sottile che Eco aveva già colto è che, in realtà, le due squadre giocano con lo stesso schema: sono infatti speculari, due modi simmetrici di reagire alle nuove tecnologie, perché nessuno dei due cerca di modificare il nostro destino, che resta misero o, viceversa, grandioso.

Disturbo bipolare?

I due poli, del resto, spesso coesistono nello stesso soggetto. Lo stesso magnate digitale che al mattino promette una prosperità per tutti senza precedenti, nel pomeriggio assegna all’AI una probabilità del dieci o del venti per cento di estinguere l’intera umanità e lo fa con lo stesso tono compiaciuto. L’entusiasmo e la catastrofe, tenuti insieme, ci rimandano a un futuro meraviglioso o terribile, e ci distolgono da quello che potremo fare da subito. Mentre ci interroghiamo se saremo divinità o bestiame, non ci poniamo l’unica domanda che chiederebbe risposta a breve: chi beneficerà del prodotto del lavoro artificiale, di cui l’AI rappresenta solo una parte? L’alleanza tra euforia e apocalisse, cercata o meno, porta a trascurare la questione della distribuzione del prodotto che in economia coincide col reddito.

Non un’altra profezia, ma un altro percorso

Si potrebbe obiettare che perlomeno l’allarme va lanciato. Ma l’allarme è sempre quello da anni, anche se alcuni lo avvertono come del tutto nuovo e lo fanno proprio. Il fatto che il lavoro artificiale — l’automazione che non sostituisce solo il lavoro fisico, ma anche quello intellettuale — stia spiazzando il lavoro umano si ripete da tempo. Ed è proprio l’annosità del dibattito a insospettirci nel vedere che siamo sempre fermi alla disputa tra apocalittici e integrati. Gli allarmi come quelli dell’Economist sono stati numerosi in tutti questi anni; le soluzioni invece scarseggiano.

Oltre allo schiavo e al superuomo tecnologico, dovrebbe emergere un’altra figura. Quella del comune cittadino che, riprendendo in mano il proprio destino, si chiede: se una quota crescente della ricchezza viene prodotta dal lavoro artificiale, attraverso quale canale arriva il reddito alle persone, quando il canale classico, quello del lavoro umano retribuito, si andrà sempre più assottigliando? La proposta che ritengo più valida riguarda la sostituzione dei redditi da lavoro con dei redditi per il consumo alimentati proprio dal lavoro artificiale.

Si potrebbe pensare a un contributo coperto, come lo sono gli attuali contributi previdenziali, dai fatturati. Non è né assistenza né utopia, ma un modo per mantenere in vita l’economia di mercato che, senza un canale di reddito alternativo ai redditi da lavoro, si ritroverebbe sempre meno sostenuta dalle entrate fiscali e previdenziali, nonché dai cosiddetti consumi delle famiglie.

La politica non è una parolaccia

Piuttosto che prendere parte alla classica disputa tra pessimisti e ottimisti, bisognerebbe portare avanti una visione pragmatista che non resti in attesa degli eventi. Il pessimista vorrebbe bloccare tutto, ma sa che sarà impossibile imporre uno stop al furore neotecnologico. Mentre l’ottimista ha tanta fiducia che andrà come è sempre accaduto in passato: anche le ultime tecnologie verranno assorbite senza creare problemi insormontabili nel lungo periodo, in particolare senza eliminare posti di lavoro che non siano sostituiti da altri posti a maggiore valore aggiunto.

Personalmente penso che l’ottimista questa volta si sbagli e che il lavoro artificiale possa rendere residuale quello umano. Penso tuttavia che se c’è una speranza di evitare il peggio questa dipenda solo dalla politica. So che oggi riporre speranze nella politica, sempre più screditata, può dar luogo a facili ironie. Ma questo dipende da cosa intendiamo per “politica”. Se ci pensiamo, solo con la politica si ha la possibilità di fare gli interessi della maggioranza dei cittadini e non solo di una piccola parte di essi.

Quando lo spazio della politica viene disprezzato e lasciato vuoto, viene prontamente riempito da gruppi ristretti di potere che portano avanti interessi che spesso non coincidono affatto con quelli della collettività. A questo punto, la prospettiva dell’Economist torna utile, ma andrebbe cambiato il soggetto. È davvero necessario attendere che una macchina diventi cosciente per trasformarci nei suoi animali domestici, nel suo bestiame o nei suoi schiavi? Non siamo forse già ora alla mercé dei nostri simili in carne e ossa quando rinunciamo a far valere i nostri legittimi interessi? Il rischio che corriamo entrando nella classica disputa tra apocalittici e integrati è quello di finire come agnelli al macello mentre discutiamo animatamente se un giorno l’intelligenza artificiale avrà una coscienza.

L’apocalittico e l’integrato hanno questo in comune: uno si compiace di spaventare, l’altro di rassicurare che tutto andrà bene. Sono due atteggiamenti opposti ma ugualmente passivi, perché restano in attesa di vedere chi dei due avrà ragione. Servirebbe invece un atteggiamento attivo per indirizzare la ridistribuzione dei frutti del lavoro artificiale e per porsi la domanda non su cosa potremo essere noi per le macchine, ma su cosa le macchine dovranno essere per noi.


Questi temi, il lavoro artificiale e un reddito per il consumo che ne redistribuisca i frutti, sono al centro del mio libro «Scritti di ALTER EGOnomia».

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