Economia
La povertà non accade: si fabbrica, avverte l’ONU
La povertà non è un fenomeno naturale ma il prodotto di scelte politiche ed economiche che concentrano ricchezza e amplificano la crisi ecologica. Nel suo rapporto finale, l’ONU denuncia un sistema che fabbrica disuguaglianze e chiede di ridefinire il progresso oltre la crescita.
La povertà non è né un incidente né un residuo del sottosviluppo. È, come afferma il Relatore speciale sull’estrema povertà e i diritti umani, Olivier De Schutter, il risultato di un sistema economico globale che la produce e la riproduce in modo sistematico. Nel suo rapporto finale al Consiglio dei diritti umani, presentato nel giugno 2026, il relatore sintetizza sei anni di lavoro e giunge a una conclusione devastante: “la povertà e le disuguaglianze si fabbricano”. Non sono catastrofi naturali, ma il prodotto di decisioni politiche, fiscali ed economiche che privilegiano una minoranza e condannano miliardi di persone a una precarietà permanente.
Il documento parte da una diagnosi che contraddice la retorica trionfalista dell’Agenda 2030. Gli Stati avevano promesso di “porre fine alla povertà in tutte le sue forme” entro il 2030, ma i dati mostrano un arretramento. Nel 2025, 845 milioni di persone vivevano in povertà estrema secondo la soglia internazionale di 3 dollari al giorno in PPA. Tuttavia, il rapporto avverte che questa soglia è così bassa da risultare “ingannevole”. Con una soglia più realistica — 8,20 dollari al giorno — il 45% della popolazione mondiale vive in povertà estrema. Nell’Africa subsahariana, questa cifra raggiunge l’89,3%, praticamente la stessa di trent’anni fa. La povertà non diminuisce: ristagna o aumenta, mentre la ricchezza si concentra a livelli storici.
Il rapporto descrive un mondo in cui nove persone su dieci vivono in Paesi caratterizzati da forti livelli di disuguaglianza. In India, il 10% più ricco accaparra il 58% del reddito nazionale; in Russia, il 75% della ricchezza; in Messico, il 71%; in Colombia, anch’esso il 71%. La disuguaglianza non è solo un divario economico: è una struttura che determina chi può condurre una vita dignitosa e chi rimane intrappolato nella precarietà. In Paesi come Brasile, Colombia o Sudafrica, sono necessarie nove generazioni affinché una persona nata in una famiglia povera raggiunga il reddito mediano. La disuguaglianza trasforma società che si pretendono meritocratiche in sistemi di caste economiche, dove l’origine determina il destino. E le conseguenze politiche sono pesanti: i Paesi più diseguali hanno sette volte più probabilità di conoscere un declino democratico.
La povertà, insiste il rapporto, è relazionale. Non è solo mancanza di reddito, ma esclusione sociale, impossibilità di partecipare pienamente alla società, assenza di reti, di beni e di opportunità. Mentre le famiglie benestanti possono assorbire le crisi, le più povere restano intrappolate in cicli di svantaggio che si rafforzano reciprocamente. La povertà cronica — quella che si trasmette di generazione in generazione — è direttamente legata alla disuguaglianza di opportunità, all’assenza di protezione sociale, alla precarietà del lavoro, alla discriminazione strutturale e a territori abbandonati dallo Stato. Il rapporto mostra che, nei Paesi dell’OCSE, tra il 60% e il 75% delle disuguaglianze di reddito si spiega con fattori indipendenti dallo sforzo individuale: l’origine socio‑economica dei genitori, il quartiere di nascita, il livello di istruzione familiare. Anche le società che si proclamano meritocratiche non mantengono le loro promesse.
Il relatore identifica tre grandi leve per combattere la povertà: la redistribuzione dopo il mercato, l’inclusione nel mercato e l’investimento sociale prima del mercato. Ma la sua analisi va oltre: mostra come ciascuna di queste leve sia limitata da un sistema economico che subordina la politica sociale alla crescita. La redistribuzione — fiscalità progressiva, servizi pubblici, protezione sociale — è essenziale, ma dipende da entrate fiscali che a loro volta dipendono dalla crescita economica. E la crescita, avverte il rapporto, è diventata una trappola: necessaria per finanziare le politiche sociali, ma allo stesso tempo alimenta la crisi ecologica e approfondisce le disuguaglianze.
Dagli anni ’70, la scienza avverte che una crescita infinita è impossibile su un pianeta finito. Eppure, i governi continuano a subordinare la politica sociale all’espansione del PIL. Il risultato è un modello che aumenta le emissioni — 55% legate all’estrazione e all’uso delle risorse —, distrugge la biodiversità — 90% a causa dei cambiamenti d’uso del suolo —, aggrava la crisi climatica e colpisce più duramente le persone che vivono in povertà. La disuguaglianza amplifica questa crisi: il 10% più ricco genera tra il 36% e il 45% delle emissioni globali, mentre i più poveri — che emettono tra 5 e 50 volte meno — ne subiscono gli impatti più severi. Povertà, disuguaglianza e crisi ecologica formano un triangolo di retroalimentazione distruttiva.
Il rapporto denuncia anche la precarizzazione del lavoro come uno dei motori contemporanei della povertà. Nel 2024, 2 miliardi di persone lavoravano nel settore informale, senza protezione sociale né diritti del lavoro. Nei Paesi meno sviluppati e nell’Africa subsahariana, questa cifra raggiunge il 90%. L’informalità non è un fenomeno marginale: è il modo di funzionamento dell’economia globale. E l’assenza di protezione sociale trasforma qualsiasi crisi — malattia, catastrofe naturale, perdita del lavoro — in una caduta immediata nella povertà.
L’investimento sociale — la terza leva — è la più trasformativa. Implica affrontare le cause profonde della povertà investendo nell’infanzia, nell’alloggio, nell’istruzione, nella salute, nella nutrizione e nei territori marginalizzati. Il rapporto cita studi che mostrano che il quartiere in cui nasce un bambino determina il suo futuro: reddito, criminalità, accesso agli spazi verdi, reti sociali, modelli di comportamento. La povertà non è solo uno stato economico: è un ecosistema di svantaggi accumulati.
Ma il rapporto va oltre la diagnosi. Propone una Tabella di marcia per sradicare la povertà oltre la crescita, un quadro che combina redistribuzione, regolazione, investimento sociale, giustizia fiscale, giustizia del debito, protezione sociale universale, transizione giusta e partecipazione democratica reale. La povertà non scomparirà grazie alla crescita, ma grazie a un coraggio politico. Il relatore insiste: la lotta contro la povertà deve essere integrata con la lotta contro la disuguaglianza e la crisi ecologica — non sono agende separate, ma dimensioni di uno stesso problema strutturale.
Il rapporto si conclude con un avvertimento: se non ridefiniamo il progresso, il mondo si dirige verso una combinazione esplosiva di collasso ecologico, disuguaglianze estreme e delegittimazione democratica. La povertà non è inevitabile. Neppure la disuguaglianza. Ciò che manca — afferma De Schutter — è il coraggio politico.
Devi fare login per commentare
Accedi