Economia
Quanto ci può costare non investire in Difesa?
La difesa non è solo una spesa, ma un investimento contro vulnerabilità, shock economici e costi futuri. Non investire può sembrare un risparmio, ma può generare perdite molto maggiori e, nel limite estremo, compromettere la stessa pace. Difendere la pace costa meno che perderla.
Quando si parla di difesa è quasi naturale sospettare che chi ne sostiene la necessità abbia un interesse nel suo rafforzamento, mentre chi ne contesta la spesa venga percepito come sostenitore della pace e dell’interesse collettivo. È una rappresentazione intuitiva, ma semplicistica e non necessariamente corretta. La realtà è meno lineare e, in alcuni casi, i ruoli possono perfino invertirsi. Una politica di sicurezza inefficiente può certamente trasformarsi in rendita industriale, assorbendo risorse pubbliche senza produrre capacità realmente utili. Allo stesso modo, una sicurezza insufficiente può trasferire sull’intera economia costi enormemente superiori alle risorse che sarebbero state necessarie per prevenirli.
Da questo punto di vista, spendere in difesa non equivale necessariamente a consumare risorse: quando produce capacità effettive, può significare investire nella riduzione di rischi e vulnerabilità future. Allo stesso modo, non investire non equivale necessariamente a risparmiare. Può significare accumulare costi che emergeranno più avanti e che, nel caso estremo, possono comprendere perfino il venir meno di quella pace che il risparmio avrebbe dovuto preservare.
Il problema è che i primi costi sono immediatamente visibili, i secondi molto meno. Sappiamo quanto spendiamo per la difesa e possiamo misurarne gli effetti sul deficit, sul debito pubblico, sugli investimenti alternativi sacrificati e sulla crescita economica. Molto più difficile è attribuire un valore a ciò che una determinata capacità consente di evitare: un’infrastruttura che continua a funzionare, una rotta commerciale che rimane accessibile, una dipendenza energetica che può essere sostituita, una filiera produttiva capace di reagire rapidamente a una crisi.
Siamo abituati, in altre parole, a misurare il costo della sicurezza. Molto meno il costo della vulnerabilità. Ed è probabilmente da questa seconda grandezza che dovrebbe partire una discussione economica più completa sulla difesa.
Il costo della vulnerabilità
L’invasione russa dell’Ucraina offre un esempio particolarmente chiaro. Nelle prime due settimane successive all’attacco i prezzi europei del gas aumentarono di circa il 180 per cento. Secondo le analisi della Banca centrale europea, il deterioramento delle ragioni di scambio energetiche provocò nell’area euro una perdita cumulata di reddito pari a circa 2,4 punti percentuali di PIL tra il terzo trimestre del 2021 e quello del 2022.
Sarebbe evidentemente scorretto concludere che una maggiore spesa militare avrebbe evitato quella perdita. Il punto è diverso. La dimensione economica dello shock dipese anche dal livello di vulnerabilità con cui l’Europa arrivò alla crisi. La dipendenza dalle importazioni energetiche, la concentrazione delle forniture e la difficoltà di sostituirle rapidamente contribuirono ad amplificare le conseguenze economiche di un evento geopolitico.
Una dinamica simile è emersa nel Mar Rosso. Gli attacchi alle navi nell’area di Bab-el-Mandeb hanno spinto numerosi operatori a evitare la rotta e a circumnavigare l’Africa. Questo ha significato distanze maggiori, tempi di navigazione più lunghi, maggiore assorbimento della capacità della flotta e un incremento dei premi assicurativi legati al rischio di guerra.
Nemmeno questi costi compaiono nel bilancio della Difesa. Eppure hanno molto a che fare con la sicurezza.
Una grande economia può infatti subire perdite rilevanti anche senza essere direttamente coinvolta in un conflitto. È sufficiente che dipenda in misura elevata da una rotta, da pochi fornitori, da una tecnologia difficilmente sostituibile o da infrastrutture prive di adeguata ridondanza.
Questo cambia anche il modo in cui dovremmo confrontare i Paesi. Due Stati possono spendere cifre simili per la propria sicurezza e avere livelli di vulnerabilità completamente differenti. Uno può disporre di fornitori alternativi, capacità produttiva interna, scorte, infrastrutture ridondanti e alleati capaci di sostituire rapidamente una capacità mancante. L’altro può dipendere da pochi nodi critici.
La spesa è facilmente osservabile. La vulnerabilità molto meno.
Più spesa non significa automaticamente più sicurezza
Riconoscere il costo della vulnerabilità non significa sostenere che aumentare la spesa per la difesa sia sempre economicamente conveniente. Non lo è.
Una capacità militare o industriale mantenuta oltre ciò che è necessario assorbe capitale, lavoro e risorse pubbliche che potrebbero generare maggiore valore altrove. Se finanziata in deficit può aumentare il debito e il costo degli interessi. Se viene acquistata prevalentemente all’estero può produrre effetti limitati sul sistema produttivo nazionale. Se risponde più a pressioni industriali che a reali esigenze strategiche può trasformarsi in inefficienza o rendita.
È il principio alla base del cosiddetto dividendo della pace. Quando il rischio esterno diminuisce, ridurre capacità divenute sovrabbondanti può liberare risorse da destinare a investimenti civili e ad altri impieghi produttivi.
Ma proprio lo stesso ragionamento implica anche il contrario. Quando il rischio aumenta oppure quando un sistema economico diventa più dipendente da infrastrutture, materie prime, tecnologie e rotte difficilmente sostituibili, una capacità che ieri appariva sufficiente può non esserlo più.
Il problema economico non è quindi decidere se spendere tanto o poco, ma individuare il livello di capacità che minimizza il costo complessivo per la società. Troppa poca capacità lascia vulnerabilità eccessive. Troppa capacità assorbe risorse che potrebbero produrre maggiore benessere altrove.
È una prospettiva molto diversa dalla discussione concentrata esclusivamente sul 2, sul 3 o sul 5 per cento del PIL. Una percentuale può avere una funzione politica e contribuire alla ripartizione degli oneri all’interno di un’alleanza, ma non ci dice automaticamente quanta sicurezza venga prodotta da quella spesa.
Una fabbrica non si ricrea con un bonifico
C’è poi un elemento ancora più importante. Il denaro è un flusso, la capacità è uno stock.
Un governo può approvare in pochi mesi un aumento molto significativo del bilancio della difesa. Non può costruire nello stesso tempo uno stabilimento industriale, una rete di fornitori qualificati, migliaia di competenze specialistiche o determinate capacità tecnologiche.
Una fabbrica non si ricrea con un bonifico.
Quando gli investimenti rimangono bassi per molti anni gli impianti possono chiudere, i lavoratori specializzati spostarsi verso altri settori, i fornitori uscire dal mercato e il patrimonio di conoscenze produttive disperdersi. Il problema non riguarda soltanto la quantità di capacità disponibile in quel momento, ma anche la possibilità di ricostituirla rapidamente quando torna a essere necessaria.
È su questo punto che, nella ricerca sviluppata nell’ambito di SHIELD – SDA Bocconi, introduciamo il concetto di “deterrence gap”. Non è la distanza da una percentuale arbitraria di spesa pubblica. È il divario tra le capacità strategiche disponibili e quelle necessarie per contenere la vulnerabilità di un Paese a un livello economicamente efficiente.
E di questo divario conta anche la durata.
Lo stesso deficit di capacità può avere conseguenze molto differenti se dura un anno o dieci anni, perché nel secondo caso non è necessariamente rimasta intatta la capacità produttiva necessaria per colmarlo. Un euro non investito oggi, quindi, non equivale sempre a un euro che potrà essere investito domani ottenendo lo stesso risultato.
Il tempo può rendere più costoso intervenire e, soprattutto, più lento.
Questa distinzione assume particolare importanza proprio in settori nei quali gli investimenti richiedono tempi lunghi, competenze molto specifiche e filiere complesse. Vale per la produzione militare, ma il principio può estendersi alla capacità energetica, alle infrastrutture sottomarine, allo spazio, al cyber e ad alcune tecnologie critiche.
Cosa sta succedendo nell’industria europea
Una prima evidenza elaborata nell’ambito di SHIELD – SDA Bocconi permette di osservare almeno una parte di questo meccanismo. Abbiamo analizzato dati pubblici relativi a sei importanti gruppi o unità produttive europee fortemente esposte alla difesa tra il 2019 e il 2024: BAE Systems, HENSOLDT, Kongsberg Defence & Aerospace, Leonardo Defence Electronics & Security, Saab e Thales Defence & Security.
Il rapporto medio tra portafoglio ordini e vendite annuali passa da circa 2,6 anni nel periodo 2019-2021 a oltre 3,1 anni nel 2022-2024. L’incremento equivale a circa 6,6 mesi di vendite annuali accumulate nel portafoglio.
Non significa che le imprese non abbiano reagito. Al contrario, la produzione e i ricavi accelerano. Il punto è che gli ordini aumentano ancora più rapidamente e il portafoglio continua ad ampliarsi.
Secondo le stime elaborate nell’ambito di SHIELD – SDA Bocconi, nel breve periodo un aumento del 10 per cento del portafoglio ordini è associato a un aumento delle vendite nell’ordine del 5 per cento. Non si tratta di un’elasticità strutturale della capacità produttiva e il campione è troppo limitato per costruire su questo risultato conclusioni generali sull’intera industria europea. Il dato mostra però qualcosa di economicamente significativo: l’aumento della domanda finanziaria non si trasforma immediatamente in aumento della produzione.
C’è poi un secondo elemento. La pressione sui portafogli ordini era già in crescita prima del 2022. I dati non consentono quindi di interpretare l’invasione russa dell’Ucraina come un semplice punto di rottura che avrebbe generato improvvisamente il problema. È più prudente leggere quanto accaduto come un forte shock di domanda arrivato su un sistema nel quale alcune tensioni produttive stavano già emergendo.
Ed è proprio questo il punto. Quando arriva una crisi, la capacità di rispondere non dipende soltanto da quanto un governo è disposto a spendere in quel momento. Dipende anche da ciò che è stato conservato negli anni precedenti.
Dalla spesa alla capacità e dalla capacità alla vulnerabilità
È per questa ragione che il dibattito dovrebbe progressivamente spostarsi dalle percentuali di PIL alle capacità effettivamente prodotte e, soprattutto, alla vulnerabilità che quelle capacità riescono concretamente a ridurre.
Spendere non significa automaticamente diventare più sicuri. Ma nemmeno non spendere significa automaticamente risparmiare.
Un investimento ha valore strategico se modifica qualcosa di misurabile. Può ridurre la probabilità che uno shock si verifichi, limitarne le conseguenze, impedirne la propagazione attraverso l’economia oppure ridurre il tempo necessario per ripristinare una funzione essenziale.
Questo criterio consente anche di superare una distinzione sempre meno utile tra ciò che è formalmente militare e ciò che è civile. Una centrale energetica non diventa strategica semplicemente perché produce energia. Può diventarlo se riduce una dipendenza che un altro Paese può utilizzare come strumento di coercizione. Un cavo sottomarino non è automaticamente una spesa per la difesa, ma la ridondanza della rete, la disponibilità di capacità di riparazione e la possibilità di trasferire rapidamente il traffico possono ridurre enormemente il danno provocato dalla sua interruzione.
Lo stesso ragionamento vale per le materie prime critiche, per lo spazio, per il cyber, per alcune tecnologie dual use e per le catene di fornitura.
Il confine non dovrebbe essere semplicemente amministrativo. Dovrebbe essere economico. Una capacità è strategicamente rilevante nella misura in cui possiamo dimostrare che riduce concretamente una vulnerabilità.
Quanto vale una vulnerabilità che riusciamo a eliminare?
Alla fine la questione può essere ricondotta a una domanda molto semplice: quanto vale per un’economia ridurre una determinata vulnerabilità e quanto costa farlo?
È una domanda diversa da quella a cui siamo abituati. Non chiede semplicemente quanto spendiamo per la difesa, ma quale perdita economica possiamo evitare grazie a una determinata capacità.
Esistono già vari modi per osservare almeno una parte di questo valore. I prezzi dell’energia possono mostrare quanto costa una dipendenza quando diventa improvvisamente vincolante. I premi assicurativi possono attribuire un prezzo all’esposizione di una rotta marittima. Gli spread finanziari possono incorporare parte dell’aumento del rischio geopolitico. I tempi necessari per sostituire una fornitura o ripristinare un’infrastruttura possono misurare il costo della mancanza di ridondanza.
Il passaggio successivo consiste nello stabilire quali investimenti siano realmente capaci di ridurre quelle esposizioni e a quale costo. È soltanto mettendo insieme queste due grandezze che possiamo arrivare a una valutazione economica più seria della sicurezza: da una parte il costo della vulnerabilità che vogliamo eliminare, dall’altra il costo delle capacità necessarie per farlo.
Questo non significa sostenere che ogni euro speso in difesa sia utile. Sarebbe una conclusione tanto semplicistica quanto sostenere che ogni euro non speso rappresenti automaticamente un risparmio.
Significa riconoscere che, quando produce capacità realmente necessarie, spendere in difesa può equivalere a investire. E che, quando lascia crescere vulnerabilità strategiche, non investire può equivalere ad accumulare costi.
Tra questi costi ce n’è uno che può sembrare paradossale ma che rappresenta la ragione stessa della deterrenza. Una capacità credibile non serve necessariamente per combattere una guerra. Può servire proprio a ridurre la probabilità che quella guerra abbia luogo.
Per questo anche la pace ha una dimensione economica che spesso dimentichiamo. Non è necessariamente il risultato dell’assenza di spesa. In determinate condizioni può essere anche il rendimento di capacità costruite, mantenute e mai utilizzate.
La domanda più utile, allora, non è essere favorevoli o contrari all’aumento della spesa militare e nemmeno stabilire a priori quale percentuale del PIL debba essere destinata alla difesa. È capire quanto ci costa mantenere una vulnerabilità che avremmo potuto ridurre, quanto siamo disposti a investire per eliminarla e quanto diventa più costoso intervenire dopo aver lasciato deteriorare per anni le capacità necessarie.
La difesa ha certamente un costo. Ma può costare anche non investire in difesa.
E il paradosso è che, tra i costi di una sicurezza insufficiente, potrebbe esserci alla fine proprio ciò che pensavamo di proteggere non spendendo: la pace stessa.
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