Sono passati dieci anni dal primo articolo sull’ILVA ed è interessante vedere come il filo conduttore di questa vicenda sia l’assenza di una politica industriale del Paese, di una classe dirigente che si possa dire tale e pertanto di una progressiva deindustrializzazione cui sta andando incontro l’Italia, di cui ILVA rappresenta l’emblema. Nel meridione questo è ancora più grave perché la ritirata dello Stato e delle attività economiche lascia più spazio alla malavita che oltre ad utilizzare ILVA come un magazzino, con ferrovia e molo dedicati, potrà contare su un bacino enorme aggiuntivo di voti e manodopera (tra gli esodati diretti e quelli dell’indotto).
Vale la pena di rileggere quegli eventi a distanza di tempo.
La procedura d’asta e l’aggiudicazione a Mittal
Gli errori fatti a
Piombino, affidata ad un commerciante di frutta e verdura e finita male, insegnano che non ci si può affidare a promesse belle ma insostenibili, perché la realtà poi torna a bussare. Jindal promette per ILVA un piano innovativo: “12 milioni di tonnellate con una tecnologia, basata sull’uso del gas, che promette di salvaguardare la salute delle persone e di sviluppare significative economie di scala. Questo renderebbe l’ILVA super competitiva (economie di scala e competitività crescono esponenzialmente con i volumi) ed eleverebbero lo standard ambientale di riferimento per tutte le acciaierie d’Europa.”. Il DRI di cui oggi parlano tutti, inclusa la Cassazione. All’epoca il DRI non lo conosceva nessuno e quindi il Ministro all’epoca competente, Calenda, lo giudica
un’ipotesi illusoria, divertente leggere il perché.
Mentre parte la fase delle promesse chiaramente irrealizzabili di Mittal (9,5 milioni di tonnellate di produzione), Intesa, principale creditore di ILVA, affianca Arcelor-Marcegaglia dimenticando l’allineamento di interessi: Jindal ha interesse a sviluppare ILVA per entrare in Europa, Mittal a chiuderla per eliminare il principale concorrente ed evitare che standard ambientali più elevati comportino la necessità di effettuare investimenti negli altri stabilimenti in Europa. Ovvio no? E poi gli obiettivi “Girano voci di advisor che cambiano ruoli. Con la politica che non esiste e un Governo debole, si sentono cose strane e chi ci guarda affinché non distorcano il risultato finale? Soprattutto, chi guarda alla credibilità delle promesse? […] Le autorità europee hanno imposto che nell’asta per l’aggiudicazione dell’ILVA il prezzo abbia un peso pari al 50% del punteggio complessivo. Non dunque il piano ambientale, che dovrebbe essere una condizione per l’ammissibilità delle proposte, ma il solo prezzo, che può invece indicare anche un elevato valore economico connesso con la chiusura, riducendo l’efficienza media di settore e quindi della competizione”. E quindi la Morselli, messa a capo della cordata da CDP, convince il capo della pianificazione di Jindal ad offrire “solo” 1,2 miliardi di euro rispetto ad 1,8 miliardi offerti da Arcelor Mittal. La stessa Morselli che guiderà ADI verso l’implosione e diventerà il capro espiatorio per un disastro prevedibile.
Mentre anche Papa Francesco si interessa al destino dell’acciaieria, emerge una sorpresa:
la UE ricorda che i pesi anomali li hanno stabiliti in Italia (commissari e MISE?) non i burocrati europei a cui però appare facile dare la colpa di trame tutte italiane. Ricordiamo “l’ILVA rappresenta uno dei cardini dell’industria italiana e ha sempre guadagnato bene. Assegnarla nelle mani sbagliate decreterebbe la fine di questo redditizio e strategico polo. Ci sono 14.000 dipendenti diretti e altrettanti nell’indotto che rischiano il posto, con effetti nefasti per i relativi nuclei familiari e per l’economia di Puglia e Liguria. Non si può fare finta di nulla e girare la testa dall’altra parte.”. Quello che è invece puntualmente accaduto.
Vi è una chiara convenienza a scegliere il piano della
cordata Jindal-Del Vecchio-CDP-Arvedi, quello di Mittal contiene evidenti incongruità. Inoltre “Usando il carbone in modo intensivo si rischia l’ennesimo incidente ambientale che comporterebbe uno stop agli impianti. Un’altra crisi ambientale con la magistratura equivarrebbe alla fine dell’ILVA. Allora se questi sono elementi salienti dei due piani, come si fa a dire che sono equivalenti?”.
Jindal e Del Vecchio provano un rilancio, con l’opposizione di CDP. Procedono da soli incrementando l’offerta a 1,85miliardi di euro. Ma non basta perché la macchina del lobbying dietro Mittal è forte. Calenda dice che l’offerta non è ricevibile secondo l’avvocatura dello Stato. Jindal e Del Vecchio si bloccano. Jindal riceve il contentino di Piombino. Mittal fa tutto ciò che occorre per chiudere “Come era facile presagire, Arcelor Mittal, dopo aver cercato in lungo ed in largo uno studio legale per far causa allo Stato, ha invece dichiarato che «accetta tutte le richieste sostanziali di ulteriori impegni rispetto al contratto di affitto e acquisto firmato nel giugno 2017». Saranno i dubbi sul processo che ha portato a loro l’assegnazione, sarà un concreto pragmatismo (portiamoci l’ILVA a casa prima che salti tutto), questa presa di posizione dimostra che probabilmente vale la pena investire il tempo necessario per capire come stanno le cose”. E qui ci sono
domande che vale la pena rileggere oggi.
L’ingresso di Invitalia
Parte la fase 2. Nel 2019 Mittal rescinde il contratto di affitto sull’ILVA. “Il contratto di affitto e poi d’acquisizione dell’
ILVA è stato rescisso. È la fine?
Arcelor Mittal andrà via? Magari, purtroppo no, o almeno non subito. […] Arcelor Mittal era ben felice di pagare il prezzo dell’acquisizione dell’ILVA pur di impedire che andasse a un concorrente, anche se questo poi avrebbe significato chiuderla. Lentamente, in modo che il peggioramento fosse poco percepibile ma continuo, senza suscitare grosse reazioni. Una dote da pagare per eliminare della capacità produttiva in eccesso in Europa, uno stabilimento con elevatissime economie di scala che avrebbe potuto fare molto male nelle mani sbagliate. Poterla chiudere senza neanche pagare la dote sembra un’occasione veramente ghiotta. Un regalo inaspettato da parte del Governo. […] Proseguire su questa strada porterebbe inevitabilmente verso la chiusura di impianti sfiniti per consunzione. Dall’assegnazione fino a oggi la situazione degli impianti si è deteriorata e Mittal può pure mettere le mani sui clienti di ILVA. Quindi il danno serio c’è già stato. Senza pagare l’acquisizione, Mittal ha già ottenuto ciò che risponde ai suoi interessi strategici. […] Quindi ha senso proseguire su questa strada, arrendersi alle richieste di Mittal e veder comunque chiudere ILVA tra un po’? Un Governo che ha a cuore il futuro di un’industria chiave per il Paese dovrebbe approfittare di questa rescissione e verificare se
per ILVA si possono trovare degli azionisti realmente interessati al suo futuro, magari con un piano basato sul gas e quindi meno problematico sotto il profilo ambientale”.
Mittal vuole pagare un miliardo di euro di penale ed andarsene (ha distrutto abbastanza l’acciaieria).
Sarebbe stata un’ottima idea accettare: “la soluzione vera, per quanto difficile e rischiosa, non può che passare da un proprietà diversa. […] togliere definitivamente l’Ilva a Mittal è l’unico modo per riuscire a salvaguardare salute e lavoro e soprattutto per tutelare la struttura industriale del nostro paese, di cui ILVA è la linea Maginot
, dalle forze che lo vorrebbero de-industrializzato e buono solo come meta turistica dei vecchi d’Europa. Per farlo bisogna capire che esiste un’alternativa valida,
che passa per l’uso del gas : una soluzione che coniuga salute e occupazione, e che è stata inspiegabilmente accantonata nel processo d’asta. Una soluzione che permetterebbe l’incremento dei livelli produttivi, senza i quali non si possono generare utili e quindi attrarre capitali. Da lì bisogna dunque ripartire. Ma questo non può che avvenire senza Arcelor Mittal: perché il gruppo indiano non ha interesse strategico a sviluppare il gas”. Conte, invece di prendere ILVA ed un miliardo, negozia con Mittal un controverso ingresso di Invitalia che dovrebbe pagare progressivamente un miliardo per acquisire il 60%. Iniziando con una minoranza. Si allunga l’agonia dell’ILVA, si scava un buco più profondo, si deteriorano gli impianti, si riducono le possibilità di ripresa.
Mittal viene cacciato: e ora?
Arriva Giorgia Meloni ed
il disastro, prevedibile, è evidente. “Oggi siamo di fronte ad un disastro industriale, con la produzione che viaggia intorno a circa 3 milioni di tonnellate, ovvero la metà di quello che occorreva ad assicurare il
break even, nel momento in cui l’offerta di acciaio nel continente è crollata a causa della guerra e gli acciaieri fanno fatturato ed utili da record. E quindi l’incentivo ad allungare la crisi industriale dell’ILVA persiste. Sarebbe interessante conoscere lo stato manutentivo degli impianti e degli altoforni”. E almeno la Meloni si decide ad allontanare Mittal che avvia un arbitrato a Washington, destinato a vincere, con la beffa di indennizzi miliardari.
Si avviano processi di ricerca di un nuovo azionista destinati a fallire anche perché un’ILVA competitiva posseduta da un operatore estero serio sarebbe un problema per molti acciaieri italiani che vogliono i laminatori al nord. Si avvia la Procura di Taranto e si avvia la Procura di Milano. Vedremo se emergeranno le responsabilità di Mittal e se dovrà pagare o ricevere un risarcimento.
E arriviamo ai giorni nostri.
Il destino probabile di ILVA è che diventi una nuova Bagnoli, cinque volte più costosa. C’è un giudice a Taranto. Le forze che corrono sotterranee spingono per quello. L’alternativa c’è. Creare la prima acciaieria verde d’Europa, combinando i forni elettrici con l’energia rinnovabile. La siderurgia con l’agrivoltaico. Un grande vantaggio competitivo oggi con il costo del gas esploso e la geopolitica dell’energia impazzita grazie a Trump.
Gira un piano di questo tipo ma manca un leader che lo prenda in mano e lo porti avanti. Uno statista che guardi al bene pubblico e superi le forze che puntano ad una folla di disoccupati disperati controllabili, a prevenire la concorrenza di un’acciaieria competitiva grazie ad un assetto produttivo diverso, a prendersi le spoglie di quello che resta dell’ILVA a Novi Ligure e a Genova. Si potrebbero utilizzare gli indennizzi mostruosi che Mittal dovrà pagare se realmente la magistratura guarda a quello che è accaduto. Si potrebbero utilizzare parte delle risorse ottenute da Fitto a Bruxelles per la transizione energetica. Ma manca lo Stato, manca uno statista in questa vicenda. Da dieci anni.
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