Grandi imprese
Scacco matto! La lunga marcia contro l’impunità delle imprese transnazionali
A Ginevra, la dodicesima sessione negoziale sul trattato vincolante per le imprese transnazionali si è chiusa con una tabella di marcia verso il 2027. Il tribunale internazionale invocato dai movimenti resta una proposta, non una decisione degli Stati.
A Ginevra, la dodicesima sessione di negoziati su un trattato vincolante riguardante le imprese transnazionali e i diritti umani si è conclusa con una tabella di marcia verso il 2027. Per la campagna che da oltre un decennio porta avanti il processo, il passo successivo dovrebbe essere la creazione di un’istituzione in grado di giudicare le imprese. Ma tra le ambizioni delle organizzazioni sociali e il consenso tra gli Stati resta una distanza considerevole.
Ginevra, 16 ottobre 2026. La sessione si è chiusa con una decisione dall’apparenza modesta e dalla portata incerta: gli Stati hanno approvato all’unanimità le raccomandazioni della presidenza ecuadoriana, che prevedono un nuovo progetto di trattato, tre consultazioni tematiche intersessionali e una nuova tornata negoziale nell’ottobre 2027. Non è stato approvato alcun trattato. Non è stato creato alcun tribunale internazionale. Si è conclusa una fase di colloqui e se ne è aperta una nuova, offrendo un’altra occasione per discutere quale strumento potrebbe scaturire dal processo.
La distinzione è importante. Nel linguaggio della mobilitazione, l’idea di un tribunale internazionale per le imprese transnazionali si è fatta strada a Ginevra: Cuba e Palestina hanno sostenuto la proposta e altre delegazioni hanno manifestato interesse, secondo la Campagna globale per rivendicare la sovranità dei popoli, smantellare il potere delle imprese e porre fine all’impunità. La campagna ha presentato un documento programmatico e organizzato un evento parallelo con la partecipazione di movimenti, organizzazioni civili e rappresentanti degli Stati. Il fatto che la proposta abbia trovato spazio nel dibattito non significa che i governi abbiano concordato di istituire tale organismo. Per ora, è una rivendicazione politica e giuridica all’interno di un negoziato ancora aperto.
La differenza tra le due cose riassume la storia del processo. Per i suoi promotori, l’asimmetria è evidente: le imprese operano oltre i confini, attraverso catene di approvvigionamento e strutture societarie complesse; i meccanismi per chiamarle a rispondere delle proprie azioni restano in gran parte nazionali e frammentati. Quando una comunità colpita da un’attività imprenditoriale cerca giustizia, può scontrarsi con ostacoli giurisdizionali, mancanza di risorse, difficoltà nel reperire prove o con uno Stato incapace — o poco disposto — a confrontarsi con una grande azienda. Al contrario, gli accordi commerciali e d’investimento hanno sviluppato meccanismi internazionali a tutela degli interessi economici. La campagna definisce questa disuguaglianza «architettura dell’impunità».
Una campagna nata da una lacuna
L’iniziativa non è nata dal nulla nel 2014. Per decenni, le Nazioni Unite hanno discusso su come regolamentare le attività delle imprese transnazionali, con risultati limitati. Nel 2012 è stata avviata la Campagna globale, che ha trasformato una serie di lotte locali contro l’accaparramento delle terre, l’industria mineraria estrattiva, lo sfruttamento del lavoro e la distruzione ambientale in un progetto internazionale. L’obiettivo era collegare quelle esperienze a una richiesta comune: fare in modo che le norme internazionali non considerassero le imprese soltanto come soggetti economici, ma affrontassero anche la loro responsabilità per gli impatti sui diritti umani. Oggi la rete riunisce movimenti sociali, sindacati, organizzazioni civili e comunità colpite in diverse regioni.
Il punto di svolta è arrivato il 26 giugno 2014. Quel giorno il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite ha approvato la risoluzione 26/9, promossa da Ecuador e Sudafrica, istituendo un gruppo di lavoro intergovernativo a composizione aperta incaricato di elaborare uno strumento giuridicamente vincolante sulle imprese transnazionali e le altre imprese in relazione ai diritti umani. La risoluzione non ha stabilito in anticipo i contenuti del futuro trattato: ha avviato un negoziato tra gli Stati, segnato da disaccordi sul suo ambito di applicazione, sugli obblighi da prevedere e sui meccanismi attuativi da includere.
La risoluzione è stata anche il frutto di una mobilitazione più ampia. Le reti della società civile si erano impegnate affinché il dibattito non restasse confinato agli impegni volontari e alle linee guida per la condotta aziendale. In questo ambito convivono — e continuano a confrontarsi — orientamenti diversi: alcuni insistono sulla necessità che gli Stati regolamentino le imprese e garantiscano rimedi; altri chiedono obblighi internazionali diretti per le aziende e meccanismi internazionali di supervisione e applicazione. Per la Campagna globale, una norma che dipenda esclusivamente dalla volontà e dalle capacità dei singoli Stati lascerebbe irrisolta la difficoltà fondamentale: le attività d’impresa attraversano i confini, mentre la giustizia spesso si ferma davanti a essi.
La campagna ha cercato di influire sui negoziati con proposte concrete, non soltanto con slogan. Nel 2014 ha iniziato a elaborare un Trattato internazionale dei popoli sul controllo delle imprese transnazionali; il testo è stato aggiornato e presentato come proposta di trattato nel 2017. Il lavoro mirava a tradurre sul piano giuridico le richieste delle comunità e dei movimenti: includere nel trattato le attività imprenditoriali lungo le catene di approvvigionamento, riconoscere i diritti delle persone colpite e dare priorità ai diritti umani rispetto alle norme commerciali e d’investimento. Chiede inoltre obblighi diretti per le imprese e misure contro la cattura degli spazi decisionali da parte delle aziende.
In questo senso, la campagna non si limita a chiedere una nuova convenzione. Contesta una distribuzione del potere che considera diseguale: gli Stati restano responsabili della tutela dei diritti, ma possono non disporre delle risorse necessarie per vigilare su gruppi societari attivi in molteplici giurisdizioni; al contempo, i trattati d’investimento e meccanismi come la risoluzione delle controversie tra investitori e Stati offrono agli investitori canali di ricorso. La proposta di dare priorità ai diritti umani mira a correggere questo squilibrio, anche se i negoziati devono ancora stabilire come tradurre tale priorità in articoli precisi e obblighi applicabili.
Un decennio di bozze e disaccordi
Dal 2014, il gruppo intergovernativo ha tenuto sessioni negoziali annuali. La prima si è svolta nel 2015; in seguito sono arrivate diverse proposte e successive bozze: una «bozza zero» nel 2018, revisioni nel 2019 e nel 2020, una terza bozza riveduta nel 2021 e un testo aggiornato nel 2023. Ogni versione è stata teatro di controversie su quali soggetti dovessero rientrare nel trattato, sulle responsabilità delle imprese e sui doveri degli Stati.
Una disputa persistente riguarda l’ambito di applicazione. La risoluzione del 2014 si riferisce specificamente alle imprese transnazionali e alle altre imprese, ma alcuni Stati hanno sostenuto che lo strumento debba riguardare tutte le aziende. Altri hanno contestato che il processo si concentri sulle imprese transnazionali, sostenendo che gli obblighi in materia di diritti umani debbano applicarsi senza distinzioni legate alla struttura o alle dimensioni aziendali. Dietro la formulazione giuridica si cela una questione politica: il trattato dovrebbe rivolgersi in via prioritaria alle imprese che operano oltre i confini e rendono più difficile accertare le responsabilità, oppure stabilire regole universali per l’intero settore imprenditoriale?
Un’altra controversia riguarda il rapporto tra questo processo e i Principi guida delle Nazioni Unite su imprese e diritti umani, adottati nel 2011. Questi principi organizzano il dibattito attorno a tre pilastri: il dovere degli Stati di proteggere, la responsabilità delle imprese di rispettare i diritti e l’accesso ai rimedi. I loro sostenitori li considerano una base per migliorare politiche e prassi. Chi sostiene un trattato vincolante ritiene invece che gli impegni volontari e le misure nazionali, da soli, non bastino ad affrontare gli abusi transfrontalieri né a garantire un risarcimento effettivo. Non si tratta semplicemente di scegliere tra «regolamentazione» e «assenza di regolamentazione»: la contesa riguarda la forza giuridica, l’ambito territoriale e i meccanismi di applicazione delle norme.
Le bozze hanno compiuto progressi su questioni come la prevenzione dei danni, la dovuta diligenza in materia di diritti umani, l’accesso delle vittime alla giustizia e la responsabilità. Ma la presenza di questi temi nel testo non significa che esista già un sistema internazionale capace di farli rispettare. Le organizzazioni che chiedono uno strumento incisivo mettono in guardia proprio contro una convenzione che enunci principi generali, lasciandone l’applicazione interamente alle diverse legislazioni nazionali. La Campagna globale propone che il futuro trattato riconosca obblighi diretti per le imprese, promuova la cooperazione tra Stati, protegga chi difende i diritti e preveda meccanismi internazionali di supervisione e garanzia.
Nel frattempo, i negoziati sono stati lenti e politicamente tesi. Nel 2024 il presidente-relatore ecuadoriano ha avvertito che non era possibile «continuare per altri dieci anni a ripetere le nostre posizioni», aprendo un confronto su come rilanciare il processo. La sessione del 2026 si è conclusa con una tabella di marcia per la fase successiva: una nuova bozza, consultazioni tematiche e una tornata negoziale nel 2027. È un passaggio procedurale; la sua importanza dipenderà dalla capacità di avvicinare le posizioni sugli articoli sostanziali o dal ripetersi delle divisioni che hanno segnato il decennio precedente.
Il tribunale: un orizzonte e un punto di attrito
La proposta di un tribunale internazionale rappresenta l’ambizione più visibile della campagna. Nel 2022, la campagna ha pubblicato alcuni elementi per un possibile statuto di un tribunale sulle imprese transnazionali e i diritti umani, concepito come meccanismo per applicare e garantire gli obblighi previsti da un trattato. L’idea è che le persone e le comunità colpite dispongano di un’istanza in grado di esaminare casi che oltrepassano i confini nazionali, là dove i rimedi interni non offrano una risposta adeguata.
Ma un tribunale non nasce per decreto. Bisognerebbe definirne la giurisdizione, stabilire chi possa presentare un ricorso, quale rapporto avrebbe con i tribunali nazionali e come verrebbero eseguite le sue decisioni. Occorrerebbe inoltre concordare se le imprese potrebbero essere chiamate direttamente in giudizio, quali obblighi sarebbero esigibili e quali conseguenze giuridiche sarebbero applicabili. A queste domande se ne aggiunge una fondamentale: gli Stati accetterebbero di sottoporre le proprie imprese — e quelle che operano nei loro territori — a una giurisdizione internazionale di questo tipo? Il sostegno alla proposta espresso da alcune delegazioni a Ginevra dimostra che l’idea circola, ma non risolve questi interrogativi.
La campagna presenta il tribunale come uno strumento per ridurre la distanza tra la portata globale delle attività aziendali e il carattere territoriale di gran parte della giustizia. I suoi critici potrebbero obiettare che un’istanza internazionale duplichererebbe i meccanismi esistenti, interferirebbe con le competenze nazionali o imporrebbe alle imprese oneri incerti. Sono argomenti distinti e non intercambiabili: la possibilità di introdurre controlli giudiziari e garanzie procedurali non elimina il dibattito sulla portata del tribunale; allo stesso modo, invocare la sovranità non risponde da solo alla domanda su come risarcire i danni quando un caso coinvolge più giurisdizioni.
Nel comunicato conclusivo, la Campagna globale afferma di aver svolto oltre quaranta interventi durante la sessione, portando al tavolo dei negoziati le testimonianze delle comunità e proposte giuridiche. Le voci citate delineano la mappa politica che la campagna intende mettere in primo piano: le lotte per l’acqua in Messico, per la casa in Spagna e per l’istruzione in Francia; la difesa del territorio in Sudafrica; le critiche ai trattati d’investimento e alle regole che, secondo i promotori, privilegiano i profitti delle imprese rispetto alla tutela delle persone. Non sono questioni identiche, ma la campagna le riunisce attorno a un’unica domanda: chi stabilisce le regole dell’economia mondiale e chi risponde quando le conseguenze ricadono sulle comunità concrete?
La forza di questa strategia sta nel collegare casi diversi e mantenerli al centro di un negoziato diplomatico che, senza pressioni esterne, rischierebbe di ridursi a scambi tecnici tra delegazioni. Il suo limite è altrettanto evidente: i movimenti possono formulare richieste e contribuire a cambiare il linguaggio del dibattito, ma non votano il trattato. La decisione spetta agli Stati e il testo finale dipenderà da accordi tra governi con interessi e posizioni differenti. La mobilitazione può aprire una finestra; non può sostituirsi all’accordo.
Cosa c’è in gioco fino al 2027
La sessione di Ginevra ha lasciato dunque una promessa e un avvertimento. La promessa: il processo prosegue e la proposta di un tribunale ha trovato interlocutori nella sala. L’avvertimento: dieci anni di negoziati non hanno ancora prodotto lo strumento vincolante auspicato dai suoi promotori. Tra questi due fatti c’è il lavoro meno spettacolare, ma decisivo, di trasformare le richieste politiche in clausole negoziabili: definire l’ambito di applicazione, gli obblighi, i rimedi e le istituzioni.
Per la Campagna globale, questa contesa è parte di una lotta più ampia contro quello che definisce potere delle imprese e impunità. Il suo percorso — dalla creazione di reti nel 2012, passando per l’impulso dato alla risoluzione del 2014 e l’elaborazione di una proposta popolare di trattato, fino alla difesa di un tribunale — riflette la volontà di intervenire nel diritto internazionale a partire dalle esperienze di chi subisce gli impatti delle attività imprenditoriali. L’obiettivo non è soltanto fare in modo che un’impresa risarcisca un danno in un singolo caso, ma stabilire regole che impediscano di disperdere le responsabilità tra società controllate, appaltatori, catene di approvvigionamento e confini.
Nel 2027, la nuova bozza permetterà di capire se questa iniziativa abbia guadagnato terreno sul piano giuridico o se i negoziati resteranno bloccati tra principi generali e disaccordi di fondo. L’unanimità sulle raccomandazioni conclusive garantisce che il processo prosegua, ma non assicura un consenso sui contenuti. Il tribunale che alcuni definiscono scacco matto all’impunità delle imprese ancora non esiste. Per i suoi sostenitori, la sfida sarà trasformare quell’immagine in un’architettura giuridica; per gli Stati, decidere se sono disposti a costruirla.
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