Innovazione

Leggendo Alessandro Devo sull’enciclica, ho continuato a pensare a un’altra parola: costruire.

Una risposta all’articolo di Alessandro Devo “La Magnifica humanitas di Leone XIV e il tempo dell’IA”.

21 Luglio 2026

Ho letto con interesse l’articolo di Alessandro Devo, “La Magnifica humanitas di Leone XIV e il tempo dell’IA”, pubblicato su queste pagine il 20 luglio. Condivido molte delle sue osservazioni e gli riconosco un merito non scontato: avere letto l’enciclica come un testo capace di entrare nel cuore della rivoluzione tecnologica che stiamo vivendo. Ma, arrivato all’ultima riga del suo articolo, mi sono accorto che continuavo a pensare non all’intelligenza artificiale, bensì a un’altra parola. Costruire.

È stata una sorpresa anche per me. Perché la Magnifica humanitas è stata subito presentata come la prima enciclica sull’intelligenza artificiale, e in parte lo è davvero. Leone XIV dedica pagine importanti agli algoritmi, al lavoro, al potere delle grandi piattaforme, alla responsabilità della politica e dell’economia. Tutto questo c’è. Ma, leggendola fino in fondo, ho avuto l’impressione che il Papa stesse parlando di qualcosa di ancora più radicale.

Non si chiede anzitutto che cosa l’intelligenza artificiale farà dell’uomo. Si chiede che cosa sta diventando l’uomo mentre costruisce l’intelligenza artificiale.

Perché, se la domanda è soltanto tecnologica, discuteremo di regolamenti, investimenti, innovazione, competitività. Se invece la domanda riguarda l’uomo, allora la tecnologia diventa soltanto uno dei luoghi in cui si manifesta una questione molto più antica: che cosa stiamo costruendo quando costruiamo il mondo?

Non credo sia un caso che Leone XIV, prima ancora di affrontare il tema dell’IA, scelga di farci attraversare pagine che parlano di Babele, della ricostruzione di Gerusalemme, di comunità che edificano o distruggono la propria casa. È come se ci dicesse che ogni civiltà, prima di essere riconoscibile per le opere che realizza, lo è per l’idea di uomo che custodisce.

Non è un dettaglio. Se Leone XIV avesse voluto scrivere un documento sull’intelligenza artificiale avrebbe potuto iniziare parlando di algoritmi, dati, automazione. Invece comincia dalla Scrittura. Da Babele e dalla ricostruzione di Gerusalemme. Due modi opposti di costruire: nel primo l’opera cresce mentre l’uomo si perde; nel secondo vengono rialzate le pietre perché prima si ricostruisce un popolo. Non a caso, poche pagine dopo, il Papa formula quella che è la vera domanda dell’enciclica: «Siamo chiamati a interrogarci sul grande cantiere della nostra epoca: cosa stiamo costruendo?»

Per questo credo che la domanda decisiva non sia se l’intelligenza artificiale sia buona o cattiva. Leone XIV sa benissimo che ogni tecnologia può essere impiegata per il bene o per il male. Non è questo il punto. Il punto è un altro: chi diventa l’uomo mentre affida una parte crescente della propria intelligenza alle macchine?

È una domanda che precede perfino il dibattito sull’innovazione.

Alessandro Devo osserva giustamente che l’Europa rischia di arrivare in ritardo rispetto a Stati Uniti e Cina. È una considerazione difficile da contestare. Ma la Magnifica humanitas sembra preoccuparsi di un ritardo ancora più grave. Non quello tecnologico. Quello antropologico. Ogni giorno milioni di persone interrogano un’intelligenza artificiale. Chiedono una diagnosi, una traduzione, un consiglio, una lettera, perfino una consolazione. È un gesto che sta diventando normale. La domanda posta da Leone XIV, però, è un’altra.

Che cosa accade a una persona quando si abitua a cercare risposte ovunque, ma smette lentamente di interrogare se stessa?

Perché una società può anche produrre gli algoritmi più sofisticati del mondo e, nello stesso tempo, smarrire il significato della persona per la quale quegli algoritmi sono stati costruiti.

È qui che l’enciclica compie il suo gesto più originale. Non si limita a chiedere regole per l’intelligenza artificiale. Ci ricorda che nessuna regolamentazione potrà sostituire una domanda sulla natura dell’uomo. Se questa domanda scompare, anche la migliore governance rischia di amministrare soltanto il vuoto.

Nessun algoritmo può sostituire ciò che rende umana una persona: la capacità di lasciarsi ferire dalla realtà, di assumersi una responsabilità, di amare, di perdonare, di generare fiducia.

Ma proprio perché la tecnica diventa sempre più potente, cresce la responsabilità di chi la utilizza. La domanda non è se un algoritmo riuscirà a fare meglio di noi un determinato compito. La domanda è se noi continueremo a fare ciò che nessun algoritmo potrà mai fare al nostro posto: riconoscere nell’altro una persona e non una funzione.

Forse è per questo che, finita la lettura della Magnifica humanitas, continuo a pensare non all’intelligenza artificiale, ma a quella parola che mi aveva accolto fin dalla prima pagina: costruire. Alla fine dell’enciclica Leone XIV affida ai lettori un compito semplice e insieme enorme: essere “costruttori di comunione, non architetti di Babele”. Perché, in fondo, a Babele il problema non era la torre. Era l’uomo che la stava costruendo.

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