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Senato USA. Gli Stati decisivi/7 Ohio. L’America operaia che ha scelto Trump può tornare a votare democratico?

Dalle vittorie di Obama all’affermazione di Trump e Vance, l’Ohio ha cambiato profondamente identità politica. La sfida per il seggio senatoriale è la sfida tra due diverse culture politiche che cercano di rappresentare il lavoro e le comunità industriali americane

21 Ottobre 2026

Per oltre mezzo secolo è stato difficile immaginare un presidente degli Stati Uniti eletto senza aver conquistato l’Ohio.

Dal 1964 al 2016, tutti i presidenti eletti hanno, infatti, vinto in questo Stato. Una sequenza di ben quattordici elezioni consecutive da Lyndon Johnson nel 1964 a Donald Trump nel 2016 (con 8 vittorie repubblicane e 6 democratiche), interrotta soltanto nel 2020, quando Joe Biden conquistò la Casa Bianca senza vincere l’Ohio.

Non era una coincidenza. L’Ohio era uno degli Stati nei quali si confrontavano le grandi coalizioni politiche americane. Le città industriali, il mondo sindacale, le comunità operaie bianche, gli elettori afroamericani dei grandi centri urbani e una parte della classe media suburbana ne facevano un terreno di competizione aperta tra Democratici e Repubblicani.

Nel 2012 Barack Obama sconfisse Mitt Romney di tre punti.

Dodici anni dopo, nel 2024, Donald Trump ha conquistato l’Ohio, superando Kamala Harris di oltre undici punti.

In mezzo ci sono state le altre due vittorie di Trump, nel 2016 e nel 2020, entrambe con circa otto punti di vantaggio.

E due successi repubblicani nelle elezioni per il Senato: quello di JD Vance nel 2022 e quello di Bernie Moreno nel 2024, che ha sconfitto il democratico Sherrod Brown, fino ad allora capace di resistere alla progressiva trasformazione politica dello Stato.

Oggi, proprio Brown è tornato a candidarsi. Sfida il repubblicano Sen. Jon Husted, nominato nel gennaio 2025 per sostituire JD Vance, diventato vicepresidente degli Stati Uniti.

Come Trump ha conquistato l’Ohio operaio

Per comprendere che cosa è successo bisogna andare nella Mahoning Valley, nel nord-est dello Stato, uno dei luoghi simbolo dell’America siderurgica e automobilistica.

Per generazioni, qui votare democratico era  quasi naturale. Non soltanto una scelta politica, ma un’appartenenza sociale. Le fabbriche, i sindacati, le famiglie operaie, le amministrazioni locali e le organizzazioni del Partito Democratico formavano un sistema di relazioni che dava rappresentanza politica a intere comunità.

Nel 2012 Obama conquistò la contea di Mahoning con circa 28 punti di vantaggio.

Nel 2024 Trump l’ha vinta con circa nove punti.

Trentasette punti di spostamento nel margine elettorale in dodici anni.

Una trasformazione profonda, che riguarda il rapporto tra le comunità industriali e la politica.

Il declino della manifattura, la perdita di occupazione, l’indebolimento delle organizzazioni sindacali, le conseguenze della globalizzazione e la sensazione di essere stati progressivamente abbandonati dalle élite politiche nazionali hanno modificato appartenenze che sembravano consolidate.

Trump è riuscito a dare una rappresentazione politica a questo malessere.

Ha denunciato gli accordi commerciali, promesso il ritorno delle fabbriche, attaccato le multinazionali che trasferivano la produzione all’estero. Ha associato il declino industriale alla perdita di sovranità economica e nazionale, costruendo un linguaggio politico che univa protezionismo, immigrazione, identità culturale e ostilità verso le élite.

Il risultato è stato lo spostamento di una parte consistente dell’elettorato operaio bianco verso il Partito Repubblicano.

Sherrod Brown, il democratico con il canarino sulla giacca

La storia delle elezioni senatoriali dell’Ohio racconta un cambiamento meno lineare di quello presidenziale.

Nel 2016, mentre Trump conquistava lo Stato, il repubblicano Sen. Rob Portman veniva rieletto al Senato con un margine ancora più ampio. Ma nel 2018, due anni dopo la prima vittoria di Trump, Sen. Sherrod Brown ottenne la riconferma battendo il repubblicano Jim Renacci di quasi sette punti.

Brown era riuscito a conservare un consenso che andava oltre quello del suo partito.

C’è un piccolo simbolo che racconta bene la sua identità politica.

Da anni Brown porta sulla giacca una spilla raffigurante un canarino in gabbia. Gliela regalò un operaio siderurgico durante una manifestazione in memoria dei lavoratori morti sul lavoro. Quando entrò al Senato, Brown decise di indossarla al posto della spilla ufficiale che identifica i membri dell’assemblea.

Il riferimento è ai canarini che un tempo i minatori portavano nelle gallerie per essere avvertiti della presenza di gas pericolosi. Ma il significato politico che Brown attribuisce a quella spilla va oltre la sicurezza nelle miniere. Ricorda un’epoca nella quale i lavoratori erano esposti ai rischi senza disporre di organizzazioni sindacali sufficientemente forti e di istituzioni pubbliche capaci di proteggerli. E richiama le conquiste ottenute successivamente attraverso l’azione collettiva, la legislazione sociale e i diritti del lavoro.

Non è un dettaglio folcloristico. Quella spilla riassume una concezione della politica nella quale il lavoro non è soltanto una variabile economica, ma il fondamento della dignità delle persone e della vita delle comunità.

Brown appartiene a una tradizione democratica che mette al centro il salario, i sindacati, la manifattura, la contrattazione collettiva e la critica al potere delle grandi imprese. Non ha mai interpretato la difesa dei lavoratori come una questione esclusivamente redistributiva. L’ha collegata alla possibilità delle comunità di conservare una propria autonomia economica e alla necessità di riequilibrare il potere tra imprese e lavoratori.

È una cultura politica che ha radici profonde nell’Ohio industriale e che Brown ha cercato di conservare anche mentre una parte crescente del Partito Democratico nazionale costruiva il proprio consenso nelle grandi aree metropolitane, tra i ceti istruiti e nelle professioni.

Nel 2024 non è bastata a garantirgli la rielezione. Bernie Moreno lo ha sconfitto con il 50,1% contro il 46,5%.

Ma il confronto con il voto presidenziale è significativo. Trump aveva vinto con oltre undici punti di vantaggio; Moreno ha battuto Brown con meno di quattro. Una differenza che segnala la maggiore capacità del senatore democratico di attrarre consensi rispetto alla candidata presidenziale del proprio partito.

La nuova candidatura del 2026 nasce da qui: Brown vuole ricostruire una coalizione nella quale anche chi ha scelto Trump possa riconoscere una rappresentanza credibile dei propri interessi economici e sociali.

Brown e Vance: due risposte alla crisi dell’America industriale

È qui che la competizione dell’Ohio assume un significato politico più ampio e incontra la figura di JD Vance.

Il vicepresidente è nato a Middletown, una città industriale dell’Ohio sudoccidentale.

La sua storia familiare, raccontata in Hillbilly Elegy, è diventata una delle rappresentazioni più conosciute della crisi sociale e culturale dell’America bianca postindustriale.

La sua affermazione politica è legata al tentativo di dare una forma più organica e duratura al cambiamento prodotto da Trump.

Vance non si limita a riproporre il tradizionale programma repubblicano di riduzione delle imposte, deregolamentazione e libertà d’impresa. Insiste sulla protezione dell’industria nazionale, sulla critica alla globalizzazione, sul ruolo dei dazi e sulla necessità di ricostruire una base produttiva americana. Nel suo discorso politico, la crisi della manifattura non è soltanto un problema economico: è una delle cause della disgregazione delle famiglie, dell’indebolimento delle comunità e della perdita di identità nazionale.

È difficile non riconoscere, in questa lettura, alcuni punti di contatto con i temi che Sherrod Brown affronta da decenni.

Entrambi parlano delle fabbriche perdute, delle comunità impoverite, delle conseguenze della delocalizzazione industriale e del rapporto tra economia e dignità del lavoro. Entrambi contestano l’idea che la globalizzazione abbia prodotto benefici distribuiti equamente e che il mercato, lasciato a se stesso, possa garantire un futuro alle comunità industriali.

Ma la somiglianza dei problemi individuati non deve nascondere la profondità delle differenze nelle risposte.

Per Brown, la questione centrale è il potere dei lavoratori. La ricostruzione dell’America industriale richiede salari migliori, organizzazioni sindacali forti, diritti, investimenti produttivi e una distribuzione più equilibrata dei benefici della crescita. Lo Stato deve intervenire nell’economia, ma il lavoro deve avere anche una propria autonoma capacità di rappresentanza e contrattazione.

Per Vance, il punto di partenza è invece la ricostruzione della sovranità economica nazionale. La difesa delle comunità industriali passa attraverso la protezione della produzione americana, il controllo delle frontiere, il contrasto alla delocalizzazione e la riaffermazione di un’identità nazionale capace di prevalere sugli interessi delle élite globalizzate.

Nella tradizione rappresentata da Brown, il conflitto tra capitale e lavoro resta una componente fondamentale della società industriale. La politica deve riconoscerlo, regolarlo e costruire istituzioni capaci di dare ai lavoratori una voce autonoma.

Nella visione proposta da Vance, quel conflitto tende a essere ricollocato all’interno di una contrapposizione più ampia tra gli interessi della nazione e quelli delle élite economiche e culturali globalizzate. La ricomposizione sociale viene cercata soprattutto attraverso un progetto politico nazionale, nel quale imprese e lavoratori dovrebbero ritrovare interessi comuni.

Sono due risposte differenti alla stessa frattura storica: la perdita di centralità economica, sociale e politica del lavoro industriale americano.

Ed è proprio per questo che Brown e Vance, pur appartenendo a partiti opposti e avendo percorsi profondamente diversi, si contendono almeno in parte lo stesso universo sociale.

Il confronto riguarda anche il futuro dei due partiti. Per i DEM si tratta di comprendere se la rappresentanza del lavoro possa ancora costituire un elemento centrale della loro identità, capace di parlare oltre i confini dell’elettorato progressista urbano. Per il GOP, se la coalizione operaia costruita da Trump possa trasformarsi in un’appartenenza politica stabile e sopravvivere alla presenza personale del presidente.

Vance è direttamente impegnato nella campagna di Sen. Husted, il senatore che ha preso il suo posto.

La sfida è particolarmente significativa perché Sen. Husted proviene da una tradizione repubblicana diversa da quella incarnata da Vance.

 

Husted e la contraddizione del nuovo sviluppo economico

Sen. Jon Husted è un esponente consolidato della classe dirigente repubblicana dell’Ohio.

È stato presidente della Camera statale, segretario di Stato e vicegovernatore.

Ha costruito la propria immagine sulla capacità amministrativa, sulla promozione degli investimenti e sulla competitività economica.

La sua storia politica appartiene più alla tradizione repubblicana favorevole alle imprese e alla crescita economica che al populismo operaio di cui Vance è diventato uno dei principali interpreti.

Questa differenza emerge con particolare evidenza su uno dei temi più originali della campagna: i data center.

Negli ultimi anni l’Ohio ha attirato ingenti investimenti delle grandi imprese tecnologiche per la costruzione di infrastrutture digitali. Le amministrazioni repubblicane hanno favorito questo processo anche attraverso agevolazioni fiscali. Husted ne è stato uno dei principali sostenitori.

Ma la crescita dei data center ha aperto conflitti locali sempre più intensi. Le comunità si interrogano sul consumo di energia, sull’impatto territoriale, sui costi delle infrastrutture e sulla possibilità che l’aumento della domanda elettrica si traduca in bollette più elevate per famiglie e imprese.

Si interrogano anche sulla qualità dello sviluppo promesso: molti posti di lavoro nella fase di costruzione, ma un’occupazione permanente relativamente limitata rispetto alle dimensioni degli investimenti.

Brown ha trasformato questa questione in uno degli argomenti centrali della propria campagna. Accusa Husted di aver favorito le grandi imprese tecnologiche senza tutelare adeguatamente gli interessi delle comunità locali.

Husted ha risposto riconoscendo la necessità che i data center contribuiscano ai costi energetici e sostenendo una revisione di alcune agevolazioni.

Non è dunque una contrapposizione semplicistica tra chi vuole e chi rifiuta gli investimenti tecnologici. La domanda è chi debba beneficiare del nuovo sviluppo e chi debba sostenerne i costi.

Le comunità che hanno sperimentato la crisi della grande manifattura si trovano oggi davanti a una nuova trasformazione produttiva, nella quale enormi capitali vengono investiti sul territorio senza necessariamente ricostruire quel sistema di lavoro stabile e diffuso che aveva sostenuto l’economia industriale del Novecento.

La discussione sui data center diventa così una discussione sul modello di sviluppo dell’Ohio.

Il costo della vita e il giudizio su Trump

Accanto ai data center, la campagna è dominata dal costo della vita.

Prezzi dell’energia, generi alimentari, sanità e condizioni economiche delle famiglie costituiscono un terreno di confronto particolarmente sensibile nelle comunità operaie e nei territori industriali.

Brown cerca di collegare queste difficoltà alle scelte economiche dell’amministrazione Trump e alla politica fiscale repubblicana, sostenendo che i benefici maggiori sono andati alle grandi imprese e ai contribuenti più ricchi.

Sen. Husted rivendica invece le riduzioni fiscali approvate dal Congresso, comprese le agevolazioni sui redditi da mance e straordinari, e insiste sulla necessità di sostenere imprese e investimenti.

La campagna repubblicana ha destinato risorse pubblicitarie importanti alla promozione di queste misure. Ma il giudizio degli elettori non dipende soltanto dai benefici fiscali.

Il costo dell’energia, gli effetti dei dazi, le difficoltà della manifattura e le conseguenze economiche della politica estera contribuiscono a determinare la percezione complessiva delle condizioni di vita.

Almeno 2 elettori su 5 dichiarano che la situazione finanziaria della propria famiglia è peggiorata nell’ultimo anno, mentre meno di 1 su 5 ritiene che sia migliorata. Anche il giudizio sull’operato di Trump è negativo: il 43% lo approva, contro il 55% che lo disapprova.

Sondaggi che indicano che il consenso costruito dal presidente convive con una diffusa insoddisfazione per le condizioni economiche.

Il punto più delicato per Husted è proprio questo: beneficiare dell’identificazione repubblicana costruita da Trump senza essere penalizzato dal giudizio negativo che una parte degli elettori esprime sui risultati dell’amministrazione.

Ed è qui che torna la questione Vance. La sua proposta politica aspira a trasformare la protesta contro il declino industriale in una nuova appartenenza repubblicana. Ma quella appartenenza deve ora confrontarsi con il giudizio concreto dei lavoratori sulle proprie condizioni di vita.

 

Una campagna da oltre 400 milioni di dollari

La competizione dell’Ohio è diventata una delle più costose della storia delle elezioni senatoriali americane.

Secondo le rilevazioni di AdImpact diffuse a metà ottobre, la pubblicità elettorale già trasmessa o prenotata aveva raggiunto circa 423 milioni di dollari. Oltre 246 milioni erano destinati a sostenere Husted, contro circa 176 milioni a favore di Brown.

La differenza riguarda soprattutto il ruolo delle organizzazioni esterne alle campagne, come abbiamo già osservato nel precedente articolo.

La prova delle urne

A meno di due settimane dal voto, i sondaggi descrivono una competizione aperta, con un vantaggio di Sharrod Brown

Ma la vicenda dell’Ohio merita attenzione indipendentemente da chi conquisterà il seggio.

Dal 2012 a oggi lo Stato ha attraversato tre fasi. La prima è stata il progressivo indebolimento della coalizione democratica tradizionale, che aveva trovato in Obama la propria ultima espressione presidenziale vincente. La seconda è stata la costruzione della nuova coalizione trumpiana, capace di attrarre una parte dell’elettorato operaio e di trasformare profondamente la geografia politica dello Stato. La terza è quella che stiamo osservando oggi: la verifica della stabilità di quella trasformazione.

Il GOP cerca di consolidare il nuovo radicamento sociale costruito da Trump, con JD Vance impegnato a dargli continuità politica. Sherrod Brown prova invece a dimostrare che una cultura democratica fondata sulla rappresentanza del lavoro può ancora parlare a una parte di quell’elettorato, anche quando questo non si riconosce più nel Partito Democratico nazionale.

È in gioco qualcosa di importante anche per il futuro della politica americana: capire se il riallineamento politico dell’America operaia sia diventato un’appartenenza repubblicana stabile oppure continui a dipendere dalla credibilità dei candidati, dalle condizioni economiche e dalla capacità dei partiti di rappresentare concretamente gli interessi delle comunità.

La contrapposizione tra Brown e Vance rende evidente che la crisi dell’America industriale non ha prodotto una sola risposta politica possibile. Ha aperto una competizione tra due modi di interpretare il rapporto tra lavoro, nazione, impresa e potere economico.

Il 3 novembre saranno gli elettori dell’Ohio a misurare, attraverso il confronto tra Brown e Husted, la tenuta delle coalizioni che quelle due culture politiche cercano di costruire.

Trump ha cambiato l’Ohio. Le elezioni di metà mandato ci aiuteranno a capire quanto profondamente lo abbia cambiato.

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