America

Senato USA. L’ultima previsione: ai DEM il controllo del Senato, ma non sarà una “marea blu”

Gli ultimi sondaggi dlla vigilia sembrano annunciare una vera e propria “marea blu”. Difficilmente accadrà. I DEM avranno il controllo del Senato, non una vittoria travolgente. Le elezioni lasceranno entrambi i partiti difronte ai nodi politici decisivi per la campagna del 2028

2 Novembre 2026

Gli ultimi sondaggi sembrano disegnare uno scenario clamoroso.

I DEM avanti in tutti e sette gli Stati incerti: Michigan, Maine, Ohio, Texas, Kansas, Alaska e Iowa.

A questi si aggiungono Minnesota, Georgia, North Carolina e New Hampshire, dove le rilevazioni indicano un quadro ancora più favorevole ai DEM.

Se tutti questi risultati si concretizzassero, il Senato potrebbe arrivare a 54 democratici contro 46 repubblicani.

E qualcuno immagina o sorprese per il GOP persino in Nebraska e South Carolina, fino a ipotizzare un inimmaginabile 56-44 finale.

Una vera marea blu, capace di richiamare le grandi affermazioni democratiche del 2008 e del 2012: 58-42 a novembre 2008 (la prima vittoria di Obama) e addirittura migliore rispetto al 55-45 di novembre 2012 (la seconda vittoria di Obama).

È un cambiamento profondo rispetto alla situazione che avevamo ricostruito appena una settimana fa, quando otto Stati ancora decisivi lasciavano il Senato in perfetta parità, 46 a 46.

Soltanto pochi mesi fa uno scenario del genere sarebbe apparso inverosimile.

All’inizio dell’anno, la strada dei democratici verso la maggioranza sembrava stretta e accidentata. Iowa, Texas e Kansas erano considerati sostanzialmente fuori portata, mentre in Michigan, Maine e Ohio si annunciavano competizioni difficilissime.

Oggi i democratici guidano i sondaggi persino in Stati che da decenni non eleggono un loro rappresentante al Senato. Neppure le grandi vittorie democratiche del 2006, del 2008 e del 2012 avevano fatto registrare un vantaggio così esteso in territori tradizionalmente repubblicani.Un quadro senza precedenti nell’America polarizzata degli ultimi anni.

Si tratta, però, secondo me di dati da prendere con molta cautela.

Nelle elezioni del 2016 e del 2020 i sondaggi sottostimarono significativamente il voto repubblicano. I sostenitori di Trump sono meno propensi a rispondere alle interviste e le correzioni statistiche non sempre riescono a compensare questa distorsione.

D’altra parte, gli stessi elettori tendono a partecipare meno alle elezioni di metà mandato rispetto alle presidenziali.

Difficile, dunque, stabilire se e quanto le rilevazioni stiano sovrastimando la forza democratica oppure stiano registrando correttamente un cambiamento politico di grandi dimensioni.

Al di là dell’incertezza dei numeri, tre fattori aiutano a spiegare come si sia arrivati a questa situazione.

Il primo è il progressivo deterioramento del consenso verso Donald Trump. La guerra contro l’Iran e il persistente aumento del costo della vita hanno alimentato un giudizio sempre più negativo sulla sua presidenza. Il suo indice di gradimento è sceso ai livelli più bassi per un presidente alla vigilia delle elezioni di metà mandato dai tempi di Harry Truman, nel 1946.

Negli Stati repubblicani decisivi meno del 40% degli elettori approva il suo operato.

Il prezzo della benzina, l’inflazione e, più in generale, la difficoltà delle famiglie a sostenere il costo della vita stanno erodendo il consenso conquistato soltanto due anni fa.

Ma il dato politicamente più significativo è un altro: il malcontento nei confronti del presidente sembra tradursi in un orientamento di voto favorevole ai democratici, anche in Stati conquistati da Trump nel 2024 con margini in doppiacifra e caratterizzati da un’appartenenza repubblicana consolidata da decenni.

Il secondo fattore è la debolezza di alcuni candidati repubblicani, particolarmente evidente in Texas e Kansas.

Ken Paxton e Sen. Roger Marshall arrivano al voto con indici di popolarità fortemente negativi, aggravati da controversie personali e politiche e, nel caso del Texas, da una profonda spaccatura interna al GOP.

La crisi di popolarità del presidente si somma così alle difficoltà dei singoli candidati, amplificandone gli effetti. In condizioni normali, la tradizionale fedeltà repubblicana di questi Stati avrebbe potuto compensare la debolezza delle candidature. Questa volta potrebbe non bastare.

Il terzo fattore, forse il più interessante sul piano politico, è la capacità di alcuni candidati democratici di innovare linguaggi e proposte, soprattutto negli Stati conservatori.

James Talarico in Texas e Adam Hamilton in Kansas hanno costruito campagne che valorizzano apertamente la propria formazione religiosa, contendendo ai repubblicani il terreno dei valori, della fede e della moralità pubblica.

Non cercano semplicemente di attenuare le proprie posizioni per conquistare elettori moderati: propongono una diversa interpretazione del rapporto fra religione, giustizia sociale e responsabilità politica. Una tendenza che avevamo già analizzato esaminando le strategie democratiche in Iowa, Kansas e Texas.

In Ohio, Sherrod Brown rappresenta invece una tradizione fortemente sindacale e operaia, radicata nel territorio e nel mondo del lavoro, che il Partito democratico nazionale ha progressivamente faticato a rappresentare. Il confronto fra Brown e l’eredità politica di JD Vance racconta proprio la possibilità di ricostruire un rapporto fra i democratici e l’America operaia che ha scelto Trump.

In Maine, Troy Jackson proviene anch’egli da una cultura politica legata al lavoro e alle comunità locali e riesce oggi a precedere nei sondaggi una senatrice autorevole e indipendente come Sen, Susan Collins.

In Minnesota, Peggy Flanagan ha consolidato il proprio consenso attraverso una proposta che intreccia diritti sociali, identità delle comunità e attenzione alle condizioni materiali delle famiglie.

In Alaska, Mary Peltola ha costruito un messaggio ancora diverso, recuperando persino la tradizione dei grandi senatori repubblicani dello Stato. Paradigmatico il richiamo a Ted Stevens utilizzato nel video di lancio della sua candidatura: “To hell with politics, put Alaska first.” Al diavolo la politica, prima l’Alaska.

L’appartenenza partitica passa in secondo piano rispetto alla difesa degli interessi e dell’identità dello Stato. È quella particolare tradizione politica dell’Alaska, nella quale si è prima alaskani e poi democratici o repubblicani, che Peltola cerca di interpretare.

E poi c’è il Michigan, dove la candidatura di Abdul El-Sayed esprime una cultura politica profondamente diversa da quella di Talarico, Hamilton o Brown.

El-Sayed ha costruito la propria campagna attorno alle priorità della sinistra democratica, dalla sanità alle diseguaglianze, dai diritti sociali alla critica dell’establishment. Dopo una difficile fase iniziale, sembra essere riuscito a ricomporre quasi interamente il proprio elettorato.

Ma proprio il Michigan ha offerto, nelle ultime quarantotto ore, la dimostrazione più clamorosa delle contraddizioni che attraversano il Partito democratico.

Haley Stevens, sconfitta da El-Sayed nelle primarie di agosto per meno di un punto, dopo avere inizialmente sostenuto il vincitore ha annunciato domenica il proprio appoggio al repubblicano Mike Rogers.

Una rottura maturata attorno alle divergenze su Israele e Gaza, alle polemiche sulla comunicazione elettorale e ai rapporti di El-Sayed con esponenti della sinistra radicale.

La decisione ha provocato una reazione durissima dell’establishment democratico. Il leader DEM in Senato Sen. Chuck Schumer, che alle primarie aveva sostenuto Stevens, ha condannato la sua scelta e confermato il pieno appoggio a El-Sayed. Anche Sen. Elissa Slotkin ha criticato la deputata, mentre diversi suoi collaboratori si sono dimessi per protesta. Trump ha invece accolto con entusiasmo il sostegno a Rogers.

Non sappiamo quale effetto elettorale possa produrre questa clamorosa presa di posizione a poche ore dal voto. Ma il suo significato politico è evidente: persino quando gli elettori democratici sembrano ricompattarsi attorno a un candidato, le fratture culturali e politiche interne al partito possono rimanere profonde.

Già nell’analisi delle candidature in Michigan, Minnesota e New Hampshire avevamo individuato la difficoltà di ricomporre coalizioni elettorali molto diverse. La vicenda Stevens-El-Sayed dimostra quanto quelle tensioni possano riemergere anche alla vigilia del voto.

Anche in South Carolina la democratica Annie Andrews ha reso competitiva una corsa che sembrava saldamente repubblicana. In Nebraska, invece, l’indipendente ed ex sindacalista Dan Osborn contende il seggio al senatore Pete Ricketts attraverso una critica all’establishment politico ed economico che intercetta il malcontento di settori popolari tradizionalmente conservatori.

Sono esperienze diverse, difficili da ricondurre a una medesima cultura politica.

Hanno però un elemento in comune: cercano di interpretare interessi, valori e identità dei rispettivi territori, anziché limitarsi a riproporre il messaggio nazionale del Partito democratico.

Quale sarà dunque il risultato?

La mia previsione finale resta più prudente dello scenario disegnato dagli ultimi sondaggi.

Confermo l’orientamento favorevole ai democratici in New Hampshire, North Carolina e Georgia e aggiungo la previsione di vittoria DEM in Ohio e Minnesota,

Considero possibili anche le vittorie DEM in Texas, Michigan e Alaska, nonostante le incertezze delle ultime ore.

Continuo invece a pronosticare una vittoria di Sen. Susan Collins sul filo di lana in Maine e una tenuta repubblicana in Kansas e Iowa, pur riconoscendo che soprattutto il Kansas è diventato una delle competizioni più incerte dell’intero ciclo. Anche South Carolina e Nebraska restano, nella mia valutazione, nell’area repubblicana.

La mia previsione finale resta dunque quella di un Senato nel quale i democratici tornano maggioranza, con uno scenario centrale di 51 seggi a 49 e la possibilità di arrivare a 52.

Una crescita significativa, ma non la “marea blu” suggerita dagli ultimi sondaggi.

In ogni caso un risultato tutt’altro che da buttare per i DEM, soprattutto se si considera che con l’eccezione delle due elezioni del quadriennio della presidenza Biden (50-50 nel 2020, e 51-49 nel 2022) la consistenza del gruppo DEM al Senato non ha mai superato i 48 Senatori dal 2014 in poi.

 

Il significato politico del voto, tuttavia, potrebbe andare ben oltre la distribuzione finale dei seggi.

Nel 2018 i democratici conquistarono il voto nazionale con quasi nove punti di vantaggio senza riuscire a ribaltare le principali competizioni senatoriali negli Stati conservatori.

La geografia politica del Senato continuò a proteggere i repubblicani.

Otto anni dopo, quella geografia potrebbe rivelarsi meno immobile di quanto sembrasse.

Non significa che gli Stati conservatori stiano diventando progressisti.

Significa, piuttosto, che una parte del loro elettorato potrebbe tornare a distinguere fra appartenenza politica, giudizio sul presidente e credibilità dei candidati.

Una distinzione che la polarizzazione degli ultimi anni sembrava avere quasi cancellato.

È qui che emergono le due questioni politiche più importanti di queste elezioni.

La prima riguarda il trumpismo.

Trump ha trasformato il Partito repubblicano, ne ha ridefinito linguaggio, priorità e composizione sociale. Ha costruito una coalizione capace di mobilitare elettori rimasti a lungo ai margini della partecipazione politica e di conquistare consensi in settori popolari un tempo vicini ai democratici.

Ma una cosa è costruire una maggioranza elettorale attorno a una leadership personale, un’altra è trasformarla in una maggioranza politica stabile, capace di durare nel tempo e riprodursi anche quando il leader non compare sulla scheda e quando il giudizio sulla sua azione di governo diventa negativo.

Il voto del 3 novembre rappresenta dunque una verifica cruciale della solidità politica del trumpismo. La sua straordinaria capacità di mobilitazione personale si è davvero trasformata in un nuovo e duraturo equilibrio della società americana? Oppure il Partito repubblicano ha finito per identificarsi così profondamente con il proprio leader da condividerne inevitabilmente anche le difficoltà?

La seconda questione riguarda i democratici ed è, per molti aspetti, la stessa domanda rovesciata, forse ancora più complessa.

L’opposizione a Trump consente oggi di saldare fra loro candidature e proposte politiche profondamente differenti, fortemente legate ai valori e agli interessi dei singoli Stati.

Ma ciò che può funzionare per vincere un’elezione senatoriale in Texas, Kansas, Ohio, Alaska o Michigan non costituisce necessariamente una proposta politica nazionale coerente.

La religiosità sociale di Talarico e Hamilton, il sindacalismo di Brown e Jackson, il progressismo di El-Sayed, il localismo di Peltola e l’indipendentismo sociale di Osborn esprimono sensibilità diverse, accomunate più dalla ricerca di risposte concrete ai problemi delle rispettive comunità che dall’adesione a un unico modello politico.

Questa pluralità può rappresentare una risorsa elettorale straordinaria. Permette di parlare a territori, culture e gruppi sociali che il linguaggio nazionale del Partito democratico fatica spesso a raggiungere.

Ma contiene anche una contraddizione: la stessa autonomia politica che rende competitive queste candidature nei rispettivi Stati può rendere molto difficile costruire una sintesi nazionale capace di trasformare tante vittorie locali in una maggioranza politica duratura.

La vicenda Stevens-El-Sayed, esplosa proprio alla vigilia del voto, ne costituisce una dimostrazione particolarmente significativa. Non si tratta soltanto di un conflitto personale o di una polemica su Israele. È la manifestazione di una distanza profonda fra culture politiche che, pur appartenendo allo stesso partito, faticano a riconoscersi reciprocamente.

Il problema dei democratici, dunque, non è semplicemente trovare un candidato capace di battere Trump o il suo successore. È costruire un progetto nazionale che sappia tenere insieme questa pluralità senza cancellarla, riconoscendo interessi sociali comuni dentro esperienze territoriali e culturali profondamente diverse.

Il voto di domani non risolverà definitivamente nessuna di queste questioni.

Ma potrebbe dirci se, dietro l’apparente stabilità della polarizzazione americana, stiano cominciando a muoversi nuovamente le grandi appartenenze sociali e politiche che per decenni hanno definito il confronto fra i due partiti.

Per i repubblicani la sfida è dimostrare che il trumpismo può sopravvivere politicamente al proprio fondatore. Per i democratici è dimostrare che l’anti trumpismo può diventare qualcosa di più di una coalizione elettorale temporanea.

E non è una questione rinviata a un futuro lontano.

In fondo siamo pur sempre negli Stati Uniti: le elezioni di metà mandato chiudono una campagna elettorale e aprono quella successiva, per la Casa Bianca del 2028.

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