America

Senato USA, 46 a 46. Senato USA. Gli Stati decisivi/8. 46-46: solo 8 Stati per decidere la maggioranza

Ai DEM il New Hampshire. A una settimana dal voto, le elezioni del Senato raccontano le contraddizioni della rivoluzione trumpiana, le diverse risposte dei Democratici e il riemergere di una domanda di rappresentanza che attraversa i confini dei due partiti

25 Ottobre 2026

Una parità che all’inizio dell’anno sembrava improbabile

Quarantasei seggi ai Democratici, altrettanti ai Repubblicani.

Otto ancora da assegnare.

È questa la mia ricostruzione della corsa per il controllo del Senato degli Stati Uniti, a poco più di una settimana dalle elezioni del 3 novembre.

L’ultima modifica riguarda il New Hampshire. Dopo averlo a lungo considerato uno degli Stati in bilico, la mia previsione è che sarà vinto dal candidato DEM. La competizione tra Chris Pappas e John E. Sunumu  non è certo conclusa, ma le rilevazioni più recenti e, soprattutto, l’andamento della campagna mi portano a questa scelta.

Il punto di partenza diventa così 46-46. E gli otto battleground rimasti sono Alaska, Iowa, Kansas, Maine, Michigan, Minnesota, Ohio e Texas.

È una fotografia molto diversa da quella che avevamo davanti all’inizio dell’anno.

I Repubblicani disponevano di una maggioranza di 53 seggi e il calendario elettorale sembrava offrire loro condizioni favorevoli per conservarla. I Democratici dovevano difendere i propri seggi e, contemporaneamente, conquistarne diversi in Stati che Donald Trump aveva vinto con margini consistenti nel 2024.

Il problema politico per i DEM in questa tornata elettorale è essenzialmente quello di riuscire a recuperare consensi negli Stati in cui il trumpismo ha modificato profondamente gli equilibri sociali e culturali.

Oggi quella domanda rimane aperta. Ma è completamente cambiato il contesto.

Non un’onda uniforme, ma tanti movimenti differenti

Il dato più interessante della campagna non è semplicemente il peggioramento del giudizio sull’amministrazione Trump.

È il modo diseguale con cui questo giudizio si traduce nelle competizioni senatoriali.

Se fossimo davanti a uno spostamento omogeneo dell’elettorato verso i DEM, ci aspetteremmo variazioni relativamente simili rispetto ai risultati presidenziali del 2024.

Non è ciò che osserviamo.

In Alaska e Texas i candidati democratici hanno recuperato terreno in Stati che Trump aveva conquistato nettamente. In Ohio la presenza di Sherrod Brown modifica profondamente il confronto con il voto presidenziale. In Kansas una candidatura estranea al mainstream DEM ha introdotto un elemento di competizione inatteso.

Nel Maine, invece, Sen. Susan Collins conserva un rapporto personale con una parte dell’elettorato (quello che la chiama “Susan” e non Senatrice) che non vota repubblicano alle presidenziali. E nel Minnesota una candidatura repubblicana proveniente dal mondo dei media si confronta con le difficoltà politiche dell’amministrazione democratica dello Stato.

Sono dinamiche diverse, talvolta persino opposte.

La conclusione è che il giudizio nazionale su Trump costituisce una condizione generale della campagna, ma non ne determina automaticamente i risultati locali.

La composizione sociale degli Stati, la storia politica dei candidati, la loro credibilità personale e il rapporto con le rispettive leadership continuano a contare.

Anzi, proprio mentre la politica americana appare sempre più polarizzata su scala nazionale, le competizioni senatoriali mostrano quanto possano essere importanti le differenze territoriali.

 

La rivoluzione trumpiana alla prova del governo

Per comprendere ciò che sta accadendo occorre tornare alla trasformazione politica prodotta da Trump.

Nel 2016 e, ancora più chiaramente, nel 2024, il GOP ha consolidato il proprio rapporto con settori dell’America operaia, rurale e delle piccole città che avevano progressivamente abbandonato i DEM.

Non è stato soltanto uno spostamento elettorale. Ha riguardato il linguaggio della politica, il significato attribuito all’identità nazionale, il rapporto con la globalizzazione e la rappresentazione degli interessi economici.

La promessa di proteggere il lavoro americano, ricostruire la capacità industriale e restituire centralità alle comunità penalizzate dalle trasformazioni economiche ha contribuito a ridefinire il profilo del GOP.

Ma governare significa trasformare le promesse in risultati.

E le politiche economiche producono conseguenze che non sempre coincidono con le aspettative di chi le ha sostenute.

I dazi possono essere presentati come uno strumento di protezione della produzione nazionale, ma incidono anche sui costi delle imprese che importano componenti e sui prezzi pagati dai consumatori. La politica energetica può sostenere alcuni settori produttivi e contemporaneamente lasciare irrisolto il problema del costo dell’energia per famiglie e imprese. Le scelte sulla sanità e sulla spesa pubblica hanno effetti distributivi che attraversano gli stessi gruppi sociali sui quali il trumpismo ha costruito parte del proprio consenso.

La campagna del 2026 mette dunque alla prova un rapporto politico nato dalla promessa di cambiamento e ora confrontato con l’esperienza concreta del governo.

È particolarmente significativo che molte delle competizioni più serrate si svolgano proprio negli Stati nei quali questa trasformazione è stata più profonda.

I Democratici recuperano competitività, ma non hanno ancora una risposta unica

Sarebbe tuttavia un errore leggere il cambiamento del clima elettorale come il semplice ritorno degli elettori verso il Partito Democratico.

Le candidature che abbiamo analizzato nel corso di questi mesi mostrano una realtà più complessa.

Sherrod Brown (OH) interpreta una tradizione sindacale e industriale che precede Trump e che cerca di recuperare il rapporto con i lavoratori passati al GOP. James Talarico (TX) utilizza il linguaggio della fede cristiana per sostenere una proposta progressista e contestare il potere delle grandi ricchezze. Adam Hamilton (KS) richiama una cultura religiosa moderata, fondata sul dialogo e sulla possibilità di riconoscersi in valori conservatori senza aderire al trumpismo.

Troy Jackson (ME) mette al centro la propria esperienza di lavoratore e sindacalista. Abdul El-Sayed propone una politica redistributiva più esplicita e cerca di collegare l’uguaglianza costituzionale alla comunanza delle condizioni materiali.

Queste candidature non sono varianti di un unico modello politico.

Esprimono modi differenti dei DEM di affrontare la stessa difficoltà: ricostruire una coalizione sufficientemente ampia da competere nell’America trasformata da Trump.

È una ricerca che coinvolge il rapporto tra lavoro e capitale, tra identità culturali e interessi economici, tra politiche sociali e autonomia individuale, tra grandi città e comunità rurali.

Le elezioni potranno indicare quali di queste esperienze abbiano trovato ascolto nei rispettivi territori.

Non risolveranno automaticamente il problema di costruire una proposta nazionale capace di tenerle insieme.

Gli Stati che restano appena fuori dalla nostra mappa

C’è un altro aspetto della campagna che merita attenzione. La competitività si è allargata anche a Stati che continuiamo a non includere negli otto battleground.

Il caso più particolare è il Nebraska.

Qui il repubblicano Sen. Pete Ricketts affronta l’indipendente Dan Osborn, che ha costruito la propria identità politica sul lavoro industriale e sulla distanza dai due partiti.

Osborn è un operaio metalmeccanico, già dirigente sindacale, che nel 2024 aveva sfidato da indipendente la senatrice repubblicana Deb Fischer. Aveva ottenuto il 47% dei voti contro il 53% dell’avversaria, mentre Trump conquistava il Nebraska con oltre il 60% dei consensi.

Due anni dopo ripropone quella formula contro Sen. Ricketts, ex governatore, esponente di una famiglia imprenditoriale molto ricca e figura consolidata del Partito Repubblicano.

Il contrasto sociale tra i due candidati è evidente. Ma sarebbe riduttivo interpretarlo soltanto come una contrapposizione tra un operaio e un milionario.

Osborn cerca di rappresentare il mondo del lavoro senza chiedere agli elettori di identificarsi con il Partito Democratico. La sua proposta combina rivendicazioni economiche e sindacali, critica alla concentrazione del potere e rivendicazione di indipendenza dalle organizzazioni politiche tradizionali.

Sen. Ricketts, dal canto suo, presenta la propria esperienza di governo e l’appartenenza repubblicana come garanzie di continuità, difendendo una politica economica fondata su riduzione delle imposte, iniziativa privata e contenimento dell’intervento pubblico.

I sondaggi spiegano perché la competizione meriti attenzione: le rilevazioni indicano differenze contenute, all’interno dei margini d’errore.

Ma il dato più interessante non è la distanza tra i due candidati. È il fatto che un indipendente con una forte identità sindacale possa raccogliere consensi in un territorio nel quale il Partito Democratico incontra difficoltà strutturali.

Il confronto con Sherrod Brown in Ohio e Troy Jackson nel Maine è illuminante.

Tutti e tre cercano di restituire centralità politica al lavoro e alle condizioni materiali delle comunità. Brown lo fa recuperando una lunga tradizione democratica; Jackson attraverso la propria storia di lavoratore e dirigente sindacale; Osborn scegliendo invece di collocarsi fuori da entrambi i partiti.

Il Nebraska fa emergere una risposta nuova alla crisi del rapporto tra il Partito Democratico e una parte dell’America operaia: non contano solo  le politiche che vengono proposte ma conta soprattutto l’identità politica attraverso la quale quelle proposte vengono presentate.

In Florida, invece, la competizione tra Sen. Ashley Moody e Angie Nixon si svolge in uno Stato che negli ultimi anni si è spostato stabilmente verso i Repubblicani. Anche qui, alcune rilevazioni hanno registrato margini più contenuti rispetto a quelli che ci si sarebbe potuti attendere sulla base del risultato presidenziale del 2024.

Anche in South Carolina la sfida alla neo-senatrice sorella di Sen. Lindsey Graham ha attirato maggiore attenzione di quella normalmente riservata a una competizione in uno Stato solidamente repubblicano. Con qualche incertezza sul risultato, anche qui.

Non sono situazioni identiche e non sarebbe corretto attribuire loro lo stesso grado di incertezza. Ma, considerate insieme, indicano che l‘area delle competizioni da osservare è più ampia di quella degli otto Stati battleground.

La Georgia racconta invece il fenomeno opposto.

È stata a lungo considerata uno dei terreni più delicati per i Democratici. Oggi Sen. Jon Ossoff  presenta nei sondaggi un vantaggio consistente su Mike Collins, pur restando al centro dell’attenzione nazionale.

Trump è tornato personalmente a fare campagna nello Stato. E Sen. Ossoff ha trasformato il confronto con il presidente in uno degli elementi più riconoscibili della propria candidatura, confermando, una volta di più, il suo profilo autenticamente nazionale, anche in prospettiva 2028.

Infine, la North Carolina. La candidatura di Roy Cooper, già governatore democratico, ha dato alla competizione per il seggio lasciato da Thom Tillis un profilo diverso da quello inizialmente previsto. Le rilevazioni registrano una distanza significativa tra Cooper e il repubblicano Michael Whatley.

Due Stati, Georgia e la North Carolina, con competizioni inizialmente incerte che, si sono progressivamente spostate verso i DEM.

Otto Stati, ma non otto competizioni dello stesso tipo

Anche tra gli otto battleground rimasti è necessario distinguere.

In Maine e Alaska pesano particolarmente le tradizioni politiche locali, la reputazione personale e il rapporto con comunità territoriali molto riconoscibili.

In Ohio e Michigan il confronto attraversa direttamente la trasformazione del lavoro industriale, la politica commerciale e le diverse interpretazioni del rapporto tra Stato, mercato e produzione nazionale.

In Texas il tema è anche la relazione tra il movimento MAGA, la selezione dei candidati repubblicani e il giudizio di un elettorato più ampio.

In Kansas il confronto riguarda la pluralità delle culture conservatrici e la possibilità di distinguere conservatorismo e trumpismo.

Iowa e Minnesota aggiungono la dimensione agricola, quella delle economie regionali e il rapporto tra giudizio sulle amministrazioni in carica e identità dei candidati.

Queste differenze impediscono di trattare gli otto Stati come semplici caselle da colorare di rosso o di blu. E suggeriscono cautela anche nell’interpretazione dei sondaggi.

Margini di uno, due o tre punti, spesso all’interno dell’incertezza statistica delle singole rilevazioni, non consentono conclusioni definitive. La partecipazione, il voto anticipato, la distribuzione territoriale degli elettori e gli ultimi giorni di campagna possono incidere in modo diverso da Stato a Stato.

Inoltre, la presenza di candidati indipendenti e, nel caso dell’Alaska, il sistema a preferenze ordinate introducono elementi che non possono essere ridotti a un confronto diretto tra due percentuali.

Il 46-46 non è soltanto un conto aritmetico

Resta una settimana di campagna. Non è ancora il momento delle conclusioni definitive.

Ma il passaggio al 46-46 nella nostra previsione consente già una riflessione.

I Democratici sono tornati a competere per la maggioranza del Senato non perché abbiano ricostruito integralmente la coalizione che in passato consentiva loro di vincere nell’America industriale e rurale, ma perché hanno trovato candidature e linguaggi capaci di riaprire competizioni che sembravano chiuse.

I Repubblicani, d’altra parte, non hanno perso la centralità politica conquistata con Trump. Continuano a rappresentare una parte importante delle comunità e dei gruppi sociali che hanno alimentato il cambiamento degli ultimi dieci anni. Ma devono confrontarsi con le contraddizioni dell’esercizio del potere e con la differenza tra il consenso personale al presidente e quello riconosciuto ai singoli candidati.

La campagna ci consegna dunque un sistema politico in movimento, non un nuovo equilibrio già definito.

Il problema della rappresentanza, oltre il risultato elettorale

C’è però una questione che attraversa le diverse competizioni e che il caso del Nebraska rende particolarmente evidente.

Negli ultimi dieci anni Trump ha conquistato una parte significativa dell’America del lavoro, ma non ha necessariamente risolto le contraddizioni economiche e sociali che avevano alimentato il distacco di quelle comunità dai Democratici.

Allo stesso tempo, il Partito Democratico ha progressivamente modificato la propria composizione elettorale, consolidando il rapporto con gli elettori più istruiti e con le grandi aree metropolitane, mentre una parte del mondo operaio e delle comunità rurali si allontanava.

Le candidature di Brown, Jackson e Osborn mostrano tre tentativi differenti di affrontare questo problema. Il primo recuperando una tradizione democratica del lavoro industriale; il secondo attraverso una rappresentanza sindacale e territoriale; il terzo rinunciando all’appartenenza partitica e cercando di costruire direttamente un rapporto politico con lavoratori e comunità.

Sono esperienze diverse, ma pongono una domanda comune: quali forme di rappresentanza possono ricostruire un legame tra la politica e le condizioni materiali delle persone?

La questione non riguarda soltanto il lavoro in senso stretto. Riguarda la distribuzione della ricchezza, il potere delle grandi imprese, l’accesso alla sanità, il costo dell’abitazione, le opportunità dei giovani, la capacità delle comunità di governare le trasformazioni economiche e tecnologiche.

E riguarda anche il rapporto tra identità e interessi. Perché gli elettori non scelgono soltanto in base al proprio reddito o alla propria condizione professionale. Scelgono attraverso appartenenze culturali, religiose e territoriali che contribuiscono a definire il significato stesso dei loro interessi.

È qui che si misura la profondità della trasformazione politica americana.

La rivoluzione trumpiana ha modificato le appartenenze elettorali, ma non ha cancellato le domande sociali che l’hanno resa possibile. I Democratici cercano nuove strade per intercettarle, senza avere ancora costruito una sintesi politica condivisa. E candidature indipendenti come quella di Osborn suggeriscono che una parte di questa ricerca possa svilupparsi anche fuori dai due partiti.

Tra una settimana conosceremo il risultato delle elezioni. Ma il loro significato non potrà essere compreso soltanto contando i seggi conquistati.

Dovremo osservare dove si sono spostati gli elettori, quali candidati hanno saputo attraversare i confini tradizionali dei partiti e quali domande economiche e sociali hanno orientato le loro scelte.

Perché il vero interrogativo che queste elezioni consegnano alla politica americana non è soltanto chi governerà il Senato.

È chi saprà rappresentare nel 2028 l’America che sta cambiando.

Commenti

Devi fare login per commentare

Accedi

Gli Stati Generali è anche piattaforma di giornalismo partecipativo

Vuoi collaborare ?

Newsletter

Ti sei registrato con successo alla newsletter de Gli Stati Generali, controlla la tua mail per completare la registrazione.