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Senato USA. I 9 Stati decisivi/5. Crescono i DEM ma il controllo del Senato è ancora in bilico

Le campagne entrano nella fase decisiva. Il costo della vita mette in difficoltà i candidati GOP, i DEM sono competitivi anche in Stati “rossi” e le identità politiche locali faranno la differenza. La strada per il controllo del Senato è sempre più aperta per i DEM.

12 Ottobre 2026

A poco più di tre settimane dalle elezioni del 3 novembre, la battaglia per il controllo del Senato è entrata nella sua fase decisiva.

La mappa delle competizioni aperte potrebbe essere ancora più ampia di quella che avevamo disegnato alla fine delle primarie.

Partiamo dai 91 seggi che avevo già assegnato: 46 ai Repubblicani e 45 ai Democratici.

Le campagne delle ultime settimane non mi inducono a modificare questa previsione. La North Carolina rimane orientata verso Roy Cooper e rappresenta il primo seggio strappato dai DEM, la Georgia verso la conferma di Sen. Jon Ossoff. Florida e South Carolina mostrano qualche segnale di maggiore competitività, ma non abbastanza da rimettere in discussione la previsione di vittoria repubblicana.

Un’eccezione merita però attenzione: il Nebraska. Qui il senatore repubblicano Sen. Pete Ricketts deve affrontare Dan Osborn, un indipendente di formazione sindacale che sta costruendo una campagna centrata sul lavoro, sul costo della vita e sulla critica alle élite economiche e politiche. I DEM non hanno nemmeno un candidato e Dan Osborn fa di tutto per mostrarsi autonomo da tutto e da tutti. I sondaggi indicano una competizione sorprendentemente ravvicinata e Trump è intervenuto personalmente nello Stato il 5 ottobre per sostenere Sen. Ricketts.

Non basta ancora per farmi cambiare previsione, ma il Nebraska è oggi l’unico Stato che potrebbe entrare nel gruppo degli Stati dall’esito incerto.

Per il momento, dunque, rimangono nove le competizioni sulle quali concentrare l’attenzione.

Ho già raccontato i protagonisti, le caratteristiche politiche e le ragioni della loro competitività negli articoli dedicati agli Stati repubblicani da difendere — Iowa, Kansas e Texas, ai seggi democratici di Michigan, Minnesota e New Hampshire e alle sfide di Alaska, Maine e Ohio.

Cosa è successo tra la fine di settembre e i primi giorni di ottobre? Quali questioni stiano orientando le campagne? E soprattutto: queste novità debbano portarci a modificare le previsioni?

Il quadro politico è indubbiamente diventato più favorevole ai Democratici.

Non abbastanza, al momento, da farmi cambiare le assegnazioni dei nove seggi. Sono invece cambiati, in alcuni casi sensibilmente, i margini di incertezza.

Il problema dei Repubblicani: difendere Trump senza pagare il prezzo delle sue politiche

La prima novità è il crescente tentativo di alcuni candidati repubblicani di prendere le distanze dalle decisioni meno popolari dell’amministrazione Trump.

Non si tratta di una ribellione al presidente. Il suo controllo sul partito rimane fortissimo e nessuno dei candidati competitivi può permettersi di perdere il sostegno dell’elettorato MAGA.

È piuttosto il tentativo di risolvere una contraddizione sempre più evidente: sostenere politicamente Trump senza assumersi interamente la responsabilità delle conseguenze economiche delle sue scelte.

Il terreno principale dello scontro è diventato il costo della vita. La guerra in Iran, l’aumento dei prezzi dell’energia, i dazi e le loro ripercussioni sulle filiere produttive hanno progressivamente spostato il confronto su questioni economiche molto concrete.

Il caso più evidente è il Michigan. Nel dibattito dell’8 ottobre Mike Rogers ha preso le distanze dai dazi contro il Canada, dopo averli precedentemente sostenuti. Una scelta tutt’altro che casuale in uno Stato nel quale l’industria automobilistica dipende da catene produttive profondamente integrate tra i due Paesi.

Qualcosa di simile sta accadendo nel Maine, dove Sen. Susan Collins rivendica la propria opposizione a numerose scelte del presidente, e nell’Iowa, dove Ashley Hinson deve confrontarsi con gli effetti dei dazi e dei costi energetici sull’agricoltura. Anche in Minnesota Michele Tafoya cerca di presentarsi come una repubblicana capace di decidere autonomamente, senza rispondere automaticamente ai vertici del partito o alla Casa Bianca.

Solo Ken Paxton in Texas e Sen. Roger Marshall in Kansas continuano a fare dell’identificazione con Trump un elemento centrale della loro candidatura.

In diversi Stati il problema dei Repubblicani non è più soltanto mobilitare gli elettori di Trump. È convincere chi è insoddisfatto della sua presidenza che votare per un candidato repubblicano non significhi necessariamente approvarne tutte le scelte.

Il costo della vita unisce i Democratici. Ma non basta per farli vincere

Dall’altra parte, le campagne democratiche stanno mostrando una convergenza interessante.

Candidati molto diversi tra loro, per cultura politica, collocazione ideologica e storia personale, stanno concentrando il confronto sulle condizioni materiali degli elettori: prezzo dell’energia, costo delle cure sanitarie, salari, agricoltura, casa e conseguenze dei dazi.

Non è una novità assoluta. Ma è cambiato il modo in cui questi temi vengono collegati alle politiche dell’amministrazione e, soprattutto, ai tentativi dei Democratici di conquistare elettori che negli ultimi anni si sono allontanati dal partito.

Nel Michigan El-Sayed continua a difendere un programma nettamente progressista, dalla sanità universale alla redistribuzione fiscale. Non cerca di diventare un democratico centrista. Cerca piuttosto di tradurre quelle posizioni in un linguaggio economico capace di parlare anche alla classe lavoratrice.

In Ohio Sherrod Brown propone una strada diversa, fondata sulla sua lunga esperienza, sulla tradizionale difesa del lavoro industriale e sul suo collegamento con il mondo sindacale.

Nel Maine Troy Jackson utilizza la propria esperienza sindacale per contestare a Sen. Susan Collins non tanto i finanziamenti ottenuti per lo Stato (indiscutibili e rilevanti), quanto la loro capacità di migliorare concretamente le condizioni di vita delle persone. In Iowa Josh Turek prova a fare qualcosa di analogo rivolgendosi alle comunità agricole e rurali.

James Talarico in Texas e Adam Hamilton in Kansas aggiungono una dimensione ulteriore: utilizzano la propria cultura religiosa per costruire una proposta politica che mette al centro comunità, responsabilità sociale e dignità delle persone.

Sono linguaggi differenti.

E proprio questa diversità costituisce forse la novità più interessante. I Democratici non stanno trovando un unico messaggio nazionale capace di conquistare l’America repubblicana.

Stanno sperimentando modi diversi di parlare a elettori che da tempo non si riconoscono più nel partito.

La sfida dei Democratici è trasformare l’insoddisfazione in una scelta politica positiva, non limitarsi a raccogliere il voto contrario a Trump.

È una differenza che potrebbe decidere soprattutto le competizioni negli Stati più conservatori.

 

Il peso della politica locale: quando un candidato può essere più forte del proprio partito

C’è una terza questione che attraversa queste elezioni e che considero particolarmente importante: il rapporto tra le grandi dinamiche della politica nazionale e le identità politiche dei singoli Stati.

Negli ultimi decenni le elezioni per il Senato si sono progressivamente nazionalizzate. L’appartenenza partitica conta sempre di più, mentre si è ridotta la capacità dei candidati di costruire maggioranze personali differenti da quelle del proprio partito.

Eppure, proprio in alcune delle competizioni decisive del 2026, questa possibilità torna al centro della scena.

Il Maine ne è l’esempio più evidente.

I dibattiti del 6 e dell’8 ottobre hanno mostrato Sen. Susan Collins sulla difensiva. Troy Jackson è riuscito a spostare il confronto dall’esperienza istituzionale della senatrice e dai finanziamenti federali ottenuti per lo Stato alle condizioni materiali dei cittadini: sanità, costo del riscaldamento domestico, conseguenze delle politiche economiche repubblicane.

I sondaggi più recenti sembrano premiarlo. Ma continuo a pensare che Sen. Collins possa vincere, anche se questa volta sul filo di lana.

La ragione principale è la sua straordinaria capacità, dimostrata nelle precedenti elezioni, di costruire una coalizione personale più ampia di quella repubblicana. Nel 2020, mentre il Maine votava nettamente per Joe Biden, Sen. Collins sconfisse Sara Gideon con quasi nove punti di vantaggio, rovesciando previsioni e sondaggi che davano favorita la democratica.

Oggi ripetere quell’impresa sarà più difficile. Trump è diventato un problema più ingombrante, il peso di quasi trent’anni a Washington non viene più percepito necessariamente come un vantaggio e Jackson ha costruito una candidatura radicata nella cultura operaia e territoriale del Maine.

Anche Jackson presenta però qualche vulnerabilità. La sua denuncia del peso degli interessi economici sulla politica è stata messa in discussione dalla ricostruzione dei finanziamenti raccolti in passato da un comitato politico che aveva contribuito a guidare.

Sen. Collins ha tutte le capacità (e gli argomenti) per contrastare la retorica del rivale e soprattutto conserva esperienza, organizzazione, risorse finanziarie e una credibilità personale che non può essere misurata soltanto attraverso il consenso nazionale verso i Repubblicani.

La domanda è se gli elettori del Maine continueranno a considerarla un’eccezione rispetto al partito che rappresenta.

In Alaska la dimensione locale assume caratteristiche ancora più rilevanti.

Ne abbiamo parlato nel dettaglio, ma Mary Peltola sembra possa convincere un elettorato prevalentemente repubblicano che gli interessi specifici dello Stato debbano prevalere sulle appartenenze nazionali.

Il sistema di voto preferenziale aggiunge un elemento ulteriore: la capacità di conquistare seconde preferenze può diventare decisiva.

In Ohio, invece, la dimensione locale coincide soprattutto con la storia politica personale di Sherrod Brown. La sua identità di democratico legato al lavoro industriale è stata costruita nel corso di decenni e non dipende dalle scelte del partito nazionale.

Il Kansas racconta una storia ancora diversa, e forse ancora più sorprendente.

Adam Hamilton sta trasformando una candidatura democratica in un punto di raccolta del dissenso di una parte del mondo conservatore locale. Due ex governatori repubblicani, Mike Hayden e Bill Graves, hanno annunciato il proprio sostegno a Hamilton. Si aggiungono a numerosi esponenti repubblicani che partecipano all’iniziativa Republicans for Hamilton.

Non è soltanto un’operazione elettorale. È il tentativo di contrapporre al trumpismo di Sen. Roger Marshall una diversa cultura politica conservatrice, legata alla tradizione religiosa, alla responsabilità istituzionale e agli interessi specifici del Kansas.

Il sostegno degli ex governatori non dimostra che Hamilton conquisterà una quota sufficiente di elettori repubblicani per vincere. Ma rende visibile una frattura politica che pochi mesi fa sembrava impensabile.

A rendere più difficile la campagna di Sen. Marshall è arrivata anche un’inchiesta giornalistica sull’utilizzo di personale e risorse pubbliche durante la sua precedente campagna senatoriale. Le presunte irregolarità non costituiscono violazioni accertate, ma alimentano un confronto che Hamilton sta cercando di spostare sulla credibilità personale e sul rispetto delle istituzioni.

Maine, Alaska, Ohio e Kansas mostrano dunque modi differenti attraverso i quali la dimensione locale può contrastare la nazionalizzazione della politica americana.

E ci ricordano che, anche in un sistema profondamente polarizzato, le persone, le culture territoriali e le tradizioni politiche possono ancora modificare il comportamento degli elettori.

I Repubblicani devono difendere più Stati. E spendere più risorse

C’è infine una conseguenza strategica dell’evoluzione delle campagne.

Il Partito Repubblicano sta impegnando risorse finanziarie crescenti per difendere seggi che, all’inizio dell’anno,considerava sostanzialmente sicuri.

Texas, Iowa e Kansas ne sono gli esempi più evidenti. A questi si aggiungono le competizioni tradizionalmente più incerte, come Alaska, Maine e Ohio. E ora anche il Nebraska.

Il fenomeno ha una conseguenza immediata: ogni risorsa destinata alla difesa di un seggio tradizionalmente repubblicano non può essere utilizzata per conquistare un seggio democratico.

Il vantaggio strutturale del GOP nella mappa elettorale rimane, ma si è ridotta la sua libertà di scegliere dove concentrare gli sforzi.

La questione è particolarmente evidente in Kansas, dove le organizzazioni repubblicane nazionali hanno intensificato gli investimenti per sostenere Sen. Roger Marshall, e in Texas, dove le dimensioni dell’intervento repubblicano sono diventate eccezionali: 122 milioni di dollari di pubblicità acquistata nel solo settembre, con ulteriori 66 milioni già prenotati per le ultime settimane. Non è soltanto una dimostrazione di forza finanziaria. È soprattutto il prezzo politico che il GOP sta pagando per difendere un seggio che, in condizioni ordinarie, non avrebbe dovuto richiedere un investimento di questa portata.

Non è casuale e rappresenta una conferma di queste inedite difficoltà per il GOP in Stati considerati in passato “tranquilli” dell’annuncio di Trump di intervenire personalmente con un’iniziativa in Ohio e una in Alaska nelle stesse giornate in cui il vicepresidente JD Vance sarà in Texas a fare campagna per Paxton.

Rendere competitiva una corsa non significa necessariamente per i DEM poterla vincere. In Stati come Kansas e Iowa, la struttura politica repubblicana rimane molto forte. I candidati democratici devono trasformare il consenso personale e un clima nazionale potenzialmente favorevole in una maggioranza elettorale effettiva.

È qui che l’organizzazione territoriale, la partecipazione e le risorse finanziarie possono fare la differenza.

Le mie previsioni: cinque Democratici, tre Repubblicani e il Michigan ancora incerto

Veniamo dunque alle previsioni.

Alla fine di settembre avevo assegnato cinque dei nove battleground ai Democratici: Alaska, Minnesota, New Hampshire, Ohio e Texas. Tre ai Repubblicani: Iowa, Kansas e Maine. Il Michigan rimaneva toss-up.

I primi dieci giorni di ottobre mi portano a confermare queste assegnazioni, ma con valutazioni differenti sulla solidità dei vantaggi.

Il New Hampshire è ormai quasi sicuramente DEM. Chris Pappas ha consolidato il proprio vantaggio su John Sununu e appare capace di interpretare meglio la tradizione moderata e indipendente dello Stato. È la previsione sulla quale oggi nutro meno dubbi.

Confermo anche la vittoria di Sherrod Brown in Ohio. La sua forza personale e il radicamento nel mondo del lavoro continuano a rappresentare un vantaggio importante su Jon Husted.

In Alaska continuo a prevedere Mary Peltola vincente, sia pure con un margine contenuto. La capacità di costruire una coalizione trasversale e le particolarità del sistema elettorale rendono credibile la sua vittoria su Dan Sullivan.

In Minnesota confermo la vittoria di Peggy Flanagan. Michele Tafoya sta rendendo la competizione più interessante e ravvicinata di quanto molti immaginassero. La sua notorietà personale, la critica alle frodi nei programmi pubblici e il tentativo di presentarsi come una repubblicana indipendente costituiscono risorse reali. Ma non mi sembrano ancora sufficienti per superare la forza della coalizione democratica dello Stato.

In Texas continuo a prevedere il successo di James Talarico. È probabilmente la mia previsione più rischiosa. Il Texas rimane profondamente repubblicano e Ken Paxton dispone del sostegno di Trump e di ingenti risorse finanziarie.

Il confronto tra Paxton e Talarico sta diventando anche una disputa sulla credibilità religiosa dei candidati: non soltanto due interpretazioni politiche del cristianesimo, ma due modi differenti di intendere il rapporto tra fede personale, comportamento pubblico e responsabilità politica.

Le capacità di Talarico di parlare a elettori esterni alla tradizione democratica, insieme alle difficoltà personali e politiche del rivale, continuano a convincermi che il democratico possa prevalere.

Passiamo ai tre Stati che assegno ai Repubblicani.

In Iowa confermo Ashley Hinson, di misura. Josh Turek ha costruito una candidatura molto più competitiva delle aspettative iniziali. Ma il radicamento repubblicano dello Stato, l’organizzazione di Hinson e la difficoltà di tradurre il malcontento economico in voto democratico mi portano ancora a prevedere una vittoria GOP.

In Kansas continuo a prevedere che Sen Roger Marshall prevarrà sul filo di lana. La candidatura di Hamilton è diventata una delle sorprese politiche più interessanti di queste elezioni. Il sostegno di esponenti repubblicani e la competitività dei sondaggi mostrano che la possibilità di una vittoria democratica è reale. Eppure, considero ancora il vantaggio strutturale repubblicano troppo importante per assegnare lo Stato a Hamilton.

Infine, il Maine, dove confermo Sen. Susan Collins, ma con un margine strettissimo. I sondaggi recenti sono sfavorevoli alla senatrice e Jackson sta conducendo una campagna efficace. Ma la capacità di Collins di ottenere voti democratici e indipendenti, già dimostrata nel 2020 contro ogni previsione, rimane a mio giudizio la variabile decisiva. Questa volta non mi aspetto una vittoria netta. Mi aspetto una vittoria sul filo di lana.

Rimane il Michigan, che continuo a considerare un toss-up.

Il dibattito dell’8 ottobre ha reso ancora più evidente la distanza politica tra El-Sayed e Rogers, ma non ha risolto la questione fondamentale.

El-Sayed deve dimostrare che una candidatura nettamente progressista può ricostruire la coalizione che portò Sen. Elissa Slotkin alla vittoria di misura nel 2024, mantenendo il sostegno del partito e conquistando una parte degli indipendenti.

Rogers deve convincere gli elettori moderati che il rivale è troppo radicale, senza pagare interamente il prezzo delle politiche di Trump.

Le ultime settimane hanno aggiunto una dimensione nazionale alla sfida.

I Repubblicani cercano di trasformare El-Sayed nel simbolo di una sinistra democratica radicale, mentre il candidato progressista prova a ricomporre il rapporto con il mainstream del partito. Significativa, in questo senso, la sua rivalutazione pubblica dell’esperienza di Obama – in passato oggetto di molte critiche – che ha annunciato di partecipare a un evento della campagna. Ma El-Sayed cerca anche di attaccare Rogers su un terreno meno prevedibile: il sostegno dato in passato ai programmi di sorveglianza governativa.

È un duplice tentativo di cosstruire, in direzioni molto diverse tra loro, una coalizione vincente

La competizione rimane comunque molto ravvicinata e non vedo ancora ragioni sufficienti per assegnarla.

Una maggioranza sul filo di un seggio

Arriviamo così alla fotografia del Senato.

Il risultato da me previsto oggi è dunque DEM 50 – GOP 49, con un seggio ancora da attribuire.

È una previsione che rende evidente quanto sia sottile il confine tra i due possibili esiti.

Ma non significa che il Michigan sia l’unico Stato capace di decidere la maggioranza.

Una vittoria di Troy Jackson nel Maine, una sorpresa di Adam Hamilton in Kansas o un successo di Josh Turek in Iowa (tutte e tre possibili) potrebbero modificare gli equilibri. Così come una vittoria repubblicana in Alaska o in Texas potrebbe compensare eventuali perdite altrove.

E rimane da osservare il Nebraska, dove la candidatura indipendente di Dan Osborn potrebbe allargare ulteriormente il campo delle competizioni decisive.

La novità delle ultime settimane non è dunque che i Democratici abbiano ormai conquistato la maggioranza. È che i Repubblicani, partiti da una posizione strutturalmente favorevole, sono costretti a difendere un numero crescente di seggi e a impegnare risorse sempre maggiori in Stati che consideravano relativamente sicuri.

Questo allargamento della competizione ha anche un significato politico più profondo.

Trump ha trasformato il Partito Repubblicano, ne ha modificato il linguaggio, le priorità e la coalizione elettorale.

Ma ora i candidati GOP devono fare i conti con le conseguenze economiche e politiche delle sue scelte, cercando di conservare il sostegno della base MAGA senza perdere quello degli elettori moderati e indipendenti.

I Democratici, dal canto loro, stanno sperimentando candidature molto differenti per ricostruire una presenza elettorale in territori dai quali si sono progressivamente allontanati. Sono tentativi differenti di rispondere a una stessa difficoltà: tornare a rappresentare interessi, valori e appartenenze che il Partito Democratico nazionale fatica sempre più a interpretare.

Ed è qui che la dimensione locale torna a essere decisiva.

Nell’America della polarizzazione, nella quale l’appartenenza partitica sembra spiegare quasi tutto, queste nove competizioni mostrano che biografie personali, culture territoriali, tradizioni politiche e interessi economici specifici possono ancora modificare il comportamento degli elettori.

Il 3 novembre sapremo quale partito controllerà il Senato.

Ma capiremo anche qualcosa di più importante: se la coalizione costruita da Trump è ancora capace di vincere senza il suo nome sulla scheda e se i Democratici hanno cominciato a costruire un’alternativa capace di parlare anche all’America che non li vota più.

A tre settimane dal voto, entrambe le domande rimangono aperte.

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