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Senato USA. Georgia e Maine, due Americhe che possono decidere il Senato. L’ultima sfida di Sen. Susan Collins
Le primarie del 9 e 16 giugno hanno definito i candidati.. Due corse per molti aspetti speculari i cui esiti decideranno il controllo del Senat
Conoscete già (ne ho parlato qui e qui) quale sarà la futura mappa del Senato USA dopo le elezioni di mid term.
Seggi non in rinnovo: GOP 31 – DEM 34
Seggi con esito sicuro GOP 14 (Alabama, Arkansas, Idaho, Kansas, Kentucky, Louisiana, Mississippi, Nebraska, Oklahoma, South Carolina, South Dakota, Tennessee, West Virginia, Wyoming) – DEM 8 (Colorado, Delaware, Massachusetts, New Jersey, New Mexico, Oregon, Rhode Island, Virginia)
Seggi con vantaggio importante GOP 3 (Florida, Iowa, Montana) DEM 2 (Illinois, Minnesota
Situazione attesa GOP 48 – DEM 44
Restano quindi otto Stati che determineranno il controllo del Senato: Alaska, Ohio, Maine, North Carolina e Texas oggi detenuti dal GOP; Georgia, Michigan e New Hampshire oggi in mano democratica.
Tra questi, Georgia e Maine occupano una posizione particolare. Nel primo caso i democratici devono difendere un seggio conquistato nel pieno della trasformazione politica del Sud. Nel secondo tentano di strappare ai repubblicani uno degli ultimi bastioni della tradizione moderata del Nord-Est.
Sono due corse speculari.
In Georgia il futuro della coalizione democratica è sotto esame. Nel Maine è il passato repubblicano moderato a giocarsi forse la sua ultima partita.
Ma Georgia e Maine raccontano anche qualcosa di più profondo.
Sono infatti due dei pochissimi Stati americani che pretendono che un senatore sia eletto con una la maggioranza assoluta degli elettori.
Lo fanno però attraverso sistemi elettorali completamente diversi, che riflettono due culture politiche quasi oppost
Maine: l’ultima repubblicana del New England
Se la Georgia rappresenta il futuro della politica americana, il Maine rappresenta in qualche modo il suo passato.
Tra gli otto Stati che decideranno il controllo del Senato nel 2026, nessuno presenta un paradosso più evidente.
A livello presidenziale il Maine vota ormai regolarmente democratico. Nel 2024 ha nuovamente sostenuto il candidato democratico alla Casa Bianca. L’altro senatore dello stato è (dal 2012) Sen. Angus King, indipendente nel gruppo DEM.
Eppure, il Maine continua a eleggere una senatrice repubblicana che siede a Washington da quasi trent’anni.
Quella senatrice è Sen. Susan Collins.
La sua rielezione o la sua sconfitta potrebbero determinare non soltanto il controllo del Senato, ma anche la sopravvivenza di una particolare specie politica che negli Stati Uniti sta rapidamente scomparendo: il repubblicano moderato del Nord-Est.
Le primarie del 16 giugno hanno individuato nel democratico Graham Platner lo sfidante incaricato di interrompere una carriera senatoriale iniziata nel 1996. Veterano, imprenditore della pesca e figura apertamente anti-establishment, Platner rappresenta una scelta inconsueta per il Partito Democratico del New England.
Ma per capire la sfida bisogna prima comprendere il Maine.
Uno Stato che non assomiglia al resto del New England
Quando si pensa al New England vengono in mente Boston, le università d’élite, gli elettori istruiti e progressisti della costa atlantica. Il Maine è diverso.
Portland e la fascia costiera meridionale condividono molte delle caratteristiche degli altri Stati nordorientali. Ma gran parte del territorio interno racconta un’altra storia: piccole città, economia legata alla pesca, alla silvicoltura e al turismo, popolazione relativamente anziana e una cultura politica che per molti aspetti assomiglia più alle aree rurali del Midwest che ai sobborghi di Boston.
Non è un caso che Donald Trump abbia vinto per tre volte consecutive il Second Congressional District, la circoscrizione che copre la maggior parte del territorio statale.
La politica del Maine vive da anni sulla tensione tra queste due anime.
Da una parte la costa più istruita e progressista. Dall’altra l’interno rurale, indipendente e culturalmente conservatore.
Sen. Susan Collins ha costruito la propria carriera esattamente sul punto di equilibrio tra queste due realtà.
Trent’anni al Senato
E’ nata nel 1952 a Caribou, nel nord del Maine. Proviene da una famiglia storicamente impegnata sia nell’industria del legname sia nella politica locale: entrambi i genitori furono sindaci di Caribou e il padre servì anche nel parlamento statale del Maine.
Sen. Susan Collins arriva a Washington nel gennaio 1997. Alla Casa Bianca c’è Bill Clinton, e il Partito Repubblicano del New England è una forza politica importante. Oggi quasi tutti quei repubblicani moderati sono scomparsi da Stati come Massachusetts, Vermont, Connecticut e Rhode Island.
Solo Sen. Susan Collins è rimasta.
Lo ha fatto sviluppando una caratteristica sempre più rara nella politica contemporanea: la capacità di costruire una coalizione personale distinta da quella del proprio partito.
La cosa più sorprendente è che non ci è riuscita diventando una star nazionale. Non ha mai cercato la candidatura presidenziale, non ha guidato correnti ideologiche e non ha costruito un profilo mediatico importante e rilevante.
La sua forza è stata l’opposto: essere percepita dagli elettori del Maine come una funzionaria pubblica seria, competente e instancabile. Ha sostenuto numerosi compromessi bipartisan, e ha coltivato un’immagine di indipendenza che continua a essere apprezzata da una parte significativa degli elettori del Maine.
La sua carriera senatoriale è passata attraverso commissioni estremamente influenti, dalla Homeland Security alla Aging Committee fino alla presidenza della potente Commissione Appropriations, probabilmente la più importante del Senato perché controlla la spesa federale.
Nel Maine esiste quasi una sorta di culto della sua operosità. La campagna Collins ricorda spesso che non ha mai mancato un voto in aula in quasi trent’anni di attività senatoriale, un dato effettivamente straordinario.
Nel corso della sua carriera ha lavorato con cinque presidenti: Clinton, George W. Bush, Obama, Trump e Biden.
Con Clinton si forma politicamente nel clima bipartisan degli anni Novanta e ne assorbe la cultura istituzionale. Con Bush mantiene un rapporto naturale di vicinanza politica pur conservando una certa autonomia. Vota a favore dell’intervento militare in Iraq, ma inizia a formarsi una reputazione di indipendenza, pur mantenendo un solido rapporto personale col Presidente che nel 2020 partecipò a iniziative di raccolta fondi per la sua rielezione. Con Obama diventa una delle poche repubblicane che la Casa Bianca cerca sistematicamente di coinvolgere nei grandi negoziati legislativi e vota con la Casa Bianca ripetutamente. Con Biden, collega senatoriale per oltre un decennio prima della vicepresidenza, sviluppa un rapporto personale di stima reciproca che l’ha resa uno dei principali ponti tra amministrazione democratica e minoranza repubblicana, al punto che Collins ha votato con le posizioni di Biden in 2 votazioni senatoriali su 3, una percentuale elevatissima per una senatrice repubblicana.
Il capitolo più complesso è però quello di Donald Trump.
Collins fu una delle prime figure nazionali repubblicane a dichiarare pubblicamente di non poter sostenere Trump nel 2016. Nel 2024 si è nuovamente rifiutata di votarlo. Ha criticato il divieto di ingresso imposto dall’amministrazione Trump ai cittadini di alcuni Paesi a maggioranza musulmana e sostenuto una commissione indipendente sul 6 gennaio e votato per condannarlo nel secondo impeachment.
Allo stesso tempo ha continuato a sostenere molte delle priorità legislative dell’amministrazione repubblicana e nel primo impeachment votò per l’assoluzione del Presidente, suscitando enormi polemiche.
È una posizione che l’ha lasciata politicamente sospesa tra due mondi: troppo repubblicana per molti democratici, troppo moderata per molti trumpiani.
Ed è proprio questa posizione intermedia che le ha consentito di sopravvivere politicamente molto più a lungo di quasi tutti i suoi contemporanei.
Perché continua a vincere?
Qui sta il vero mistero politico.
Dal 1996 a oggi il Maine è diventato progressivamente più democratico nelle elezioni presidenziali. Eppure, Sen. Susan Collins ha continuato a vincere.
Nel 2020, quando gran parte degli osservatori la considerava ormai vulnerabile, sconfisse la democratica Sara Gideon superando il 51% dei voti in uno Stato che nello stesso giorno respingeva Donald Trump.
Le ragioni sono almeno quattro.
La prima è il suo posizionamento politico. Collins continua a essere una repubblicana moderata del New England, una specie ormai quasi estinta.
La seconda è il rapporto personale con gli elettori. In molti piccoli centri del Maine gli elettori non votano semplicemente per il simbolo repubblicano. Votano per Sen. Susan Collins.
La terza è il suo ruolo istituzionale. Oggi presiede la Commissione Appropriations, probabilmente la più importante del Senato, quella che controlla la spesa federale e negozia gran parte degli accordi di bilancio tra Congresso e Casa Bianca.
La quarta è la sua capacità di separare la propria immagine da quella del Partito Repubblicano nazionale.
Per una parte significativa degli elettori del Maine, Sen. Susan Collins non è percepita come una semplice senatrice repubblicana. È percepita come un’istituzione dello Stato.
Graham Platner e la rivolta contro l’establishment
Se Collins rappresenta la continuità, lo sfidante DEM Graham Platner rappresenta la rottura.
La sua candidatura è probabilmente una delle sorprese più significative dell’intero ciclo elettorale.
Fino a pochi mesi fa l’establishment democratico considerava la governatrice Janet Mills la candidata ideale per affrontare Collins. Popolare, moderata e molto conosciuta, Mills appariva la scelta naturale.
Poi è emerso Platner.
Ex Marine, veterano di Iraq e Afghanistan, allevatore di ostriche nella piccola Sullivan, ha costruito una campagna apertamente populista contro le élite economiche e contro lo stesso establishment democratico.
La sua è una retorica più vicina a quella di Sen. Bernie Sanders che al tradizionale liberalismo del New England. Lotta al potere dei miliardari, rafforzamento dei sindacati, sanità universale, crisi abitativa e critica della concentrazione economica sono i temi centrali della sua campagna.
Alla fine, Mills ha preferito ritirarsi piuttosto che affrontare una probabile sconfitta nelle primarie.
Da sola, questa è una delle notizie politiche più sorprendenti dell’anno.
Le controversie
Il problema per i democratici è che Platner arriva alle elezioni generali con un bagaglio di controversie che pochi candidati competitivi possiedono.
Nel corso della campagna sono emersi vecchi post offensivi sui social, messaggi sessualmente espliciti, accuse provenienti da ex partner, dichiarazioni considerate inappropriate e polemiche legate a simboli nazisti utilizzati in passato.
Le polemiche sono state così intense da provocare le dimissioni della direttrice politica della sua campagna. Eppure, Platner è sopravvissuto.
Invece di negare, ha ammesso errori e fragilità personali, parlando apertamente delle difficoltà vissute dopo il servizio militare, compreso abuso di alcool e disturbo da stress post-traumatico sviluppato negli anni successivi alle missioni in Iraq e Afghanistan.
Molti elettori democratici hanno interpretato questa esposizione delle proprie debolezze come una prova di autenticità piuttosto che come un elemento negativo.
La domanda è se ciò che ha funzionato nelle primarie funzionerà anche nelle elezioni generali.
Nelle primarie democratiche il messaggio economico populista di Platner ha oscurato le controversie. Nelle elezioni generali Sen. Susan Collins farà probabilmente l’opposto: cercherà di trasformare la corsa in un referendum sulla credibilità personale del suo avversario.
Per la prima volta dopo molti anni Collins non affronta un avversario dell’establishment democratico ma un candidato anti-establishment.
Il Ranked Choice Voting
Anche il sistema elettorale racconta qualcosa della cultura politica del Maine.
A differenza della Georgia, dove la maggioranza assoluta viene costruita attraverso un eventuale ballottaggio, il Maine utilizza il Ranked Choice Voting.
Gli elettori classificano i candidati in ordine di preferenza. Se nessuno supera il 50% delle prime scelte, si eliminano i voti attribuiti all’ultimo candidato e si attribuiscono alla seconda scelta espressa su quelle schede e così via i voti vengono redistribuiti fino a individuare un vincitore maggioritario.
È un sistema pensato per premiare non soltanto i candidati più amati dai propri sostenitori, ma anche quelli più accettabili per gli elettori degli altri schieramenti.
Non è difficile capire perché molti osservatori ritengano che questa regola favorisca proprio Collins.
Da quasi trent’anni la sua forza consiste infatti nell’attrarre indipendenti, moderati e persino una parte degli elettori democratici.
Chi parte favorito?
A oggi Sen. Susan Collins appare ancora leggermente favorita.
La notorietà costruita in trent’anni di vita politica, il ruolo istituzionale acquisito al Senato e il vantaggio che il Ranked Choice Voting tende a garantire ai candidati dal consenso trasversale continuano a rappresentare risorse formidabili.
Ma la corsa è molto più aperta di quanto sarebbe stata soltanto pochi anni fa.
La crescente polarizzazione nazionale, il progressivo orientamento democratico del Maine nelle elezioni federali e la difficoltà di separare completamente la propria immagine da quella del Partito Repubblicano rendono questa probabilmente la sfida più difficile della carriera politica di Collins.
In fondo, il Maine pone una domanda diversa da quella della Georgia.
In Georgia si cerca di capire se il nuovo Sud democratico sia destinato a consolidarsi. Nel Maine si cerca di capire se nell’America contemporanea esista ancora spazio per il vecchio repubblicanesimo moderato del New England.
La curiosità del Maine è che nessuno dei due candidati chiederà agli elettori di scegliere tra repubblicani e democratici.
Sen. Susan Collins Chiede loro di scegliere tra l’esperienza, l’influenza e i risultati che sostiene di aver garantito allo Stato e l’incertezza rappresentata da uno sfidante outsider. Platner chiederà loro di scegliere tra un sistema che considera sempre più dominato da grandi interessi economici e una politica che promette di restituire voce alle comunità locali.
La risposta degli elettori del piccolo Maine (1,4 milioni di abitanti) potrebbe contribuire a decidere il controllo del Senato degli Stati Uniti nel 2027.
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