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Geopolitica

Alpi, Li Causi e Mandolini: tre vittime del Mosaico Somalia

Tra i capitoli più oscuri e inquietanti di questa storia sommersa vi sono, senza dubbio, le vicende legate agli anni Novanta e, in particolare, a due uomini chiave dell’apparato militare e di sicurezza italiano: Marco Mandolini e Vincenzo Li Causi. E della giornalista Ilaria Alpi

24 Agosto 2026

C’è un odore acre, misto a sabbia rovente e carburante bruciato, che sembra non abbandonare mai i ricordi di chi ha vissuto la Somalia nei primi anni Novanta. Ma è un odore che, a distanza di decenni, si mescola con il sapore metallico del silenzio e della paura.

Prima che i fascicoli venissero chiusi, prima che le querele, i depistaggi e i muri di gomma trasformassero tutto in un rimpallo di carte bollate, c’erano due uomini e una donna che camminavano lungo una linea di confine molto sottile. Da una parte la divisa, il dovere, la bandiera, il taccuino del cronista. Dall’altra la realtà brutale di un traffico di morte, di armi e di veleni che non doveva trovare mai la via della luce.

Immaginate una scogliera battuta dal vento a Livorno, una raffica di mitra in un polveroso villaggio della Somalia, e i taccuini di una giornalista che annotano nomi e coordinate troppo pericolosi per essere scritti. Non sono storie slegate. Sono i pezzi di un unico, inquietante mosaico. Di un tempo in cui servire lo Stato significava spesso scoprire troppo, e scoprirlo, purtroppo, poteva costare la vita. Questa è la storia di Vincenzo Li Causi, di Marco Mandolini, di Ilaria Alpi. E del grande, inconfessabile segreto che li ha legati per sempre nella stessa, oscura, spirale.

La storia repubblicana italiana è costellata di pagine scritte nell’ombra, di segreti di Stato, di missioni internazionali i cui confini tra geopolitica, intelligence e interessi illeciti si confondono in una nebbia fitta. Tra i capitoli più oscuri e inquietanti di questa storia sommersa vi sono, senza dubbio, le vicende legate agli anni Novanta e, in particolare, a due uomini chiave dell’apparato militare e di sicurezza italiano: Marco Mandolini e Vincenzo Li Causi. Uomini d’azione, professionisti della sicurezza, incursori e sottufficiali d’élite che si sono trovati al centro degli snodi più delicati della geopolitica italiana. Le loro morti, avvenute a breve distanza l’una dall’altra in circostanze mai del tutto chiarite, continuano a rappresentare un monito e un enigma. Esaminare il loro legame significa addentrarsi in una zona d’ombra in cui i servizi segreti, i corpi speciali, le missioni all’estero e i traffici illeciti si intersecano drammaticamente. A loro si lega Ilaria Alpi, giornalista. Anche lei uccisa. Hanno in comune il fatto di aver conosciutto i segreti del Mosaico Somalia.

Il Mosaico Somalia: analisi di un paese africano

I decenni che chiudono il ventesimo secolo rappresentano la fase più drammatica e controversa della storia contemporanea della Somalia, segnando indissolubilmente anche la trama dei suoi secolari legami con l’Italia. Questo periodo è racchiuso tra l’involuzione autoritaria del regime di Mohamed Siad Barre, l’esplosione della guerra civile, il collasso totale delle strutture statali e l’amaro fallimento delle missioni d’intervento internazionale.

Dopo la rovinosa sconfitta contro l’Etiopia nella guerra dell’Ogaden alla fine degli anni Settanta, Siad Barre, al potere dal 1969, perse il sostegno storico dell’Unione Sovietica. Per garantire la sopravvivenza del suo potere, il generale virò verso l’Occidente e irrigidì il proprio controllo autocratico sulla popolazione, governando il Paese attraverso una spietata logica clanica e militare. In questa cornice si consolidò un solido asse politico ed economico tra Roma e Mogadiscio. Nel corso degli anni Ottanta, l’Italia divenne il principale partner del regime somalo, veicolando enormi finanziamenti attraverso il Fondo Aiuti Italiani gestito dalla cooperazione allo sviluppo. Risorse imponenti vennero destinate a mega-progetti infrastrutturali, come le direttrici stradali per Bosaso, e ad accordi agroindustriali. Molte di queste opere si trasformarono tuttavia in speculazioni e cattedrali nel deserto, alimentando opache vicende di malaffare tra i circuiti politici italiani e la classe dirigente somala.

La tensione sociale accumulata sfociò alla fine del decennio in una vera e propria insurrezione armata. Movimenti di opposizione su base clanica intensificarono la guerriglia nel nord e nel sud del Paese, incontrando una risposta statale feroce che culminò nella devastazione di Hargeisa. Nel gennaio del 1991, i miliziani dell’United Somali Congress guidati dal generale Mohamed Farrah Aidid e da Ali Mahdi entrarono nella capitale, costringendo Siad Barre alla fuga. La caduta del dittatore non spianò la strada alla democrazia, ma determinò l’implosione delle istituzioni e il definitivo frazionamento del territorio. Mentre il nord-ovest proclamava unilateralmente l’indipendenza come Somaliland, il centro-sud sprofondò nello scontro violento tra le fazioni dei cosiddetti signori della guerra.

La combinazione tra il conflitto civile e un’incessante siccità scatenò una tragica emergenza umanitaria, con centinaia di migliaia di vittime per fame. La comunità internazionale cercò di intervenire sul finire del 1992, prima con la missione umanitaria a guida statunitense Restore Hope e poi con l’operazione UNOSOM II promossa dalle Nazioni Unite, pensata per disarmare le milizie e ricostruire lo Stato. L’Italia partecipò alla forza di pace con la missione militare denominata IBIS. Il contingentamento italiano cercò fin da subito una via fondata sulla mediazione e sul dialogo con i capitribù, una linea che generò forti divergenze tattiche e strategiche con i comandi americani. La situazione sul campo degenerò rapidamente in scontro urbano: il secondo giorno di luglio del 1993, durante la battaglia del Pastificio a Mogadiscio, la Brigata Folgore cadde in un’imboscata tesa dalle milizie di Aidid, scontro in cui persero la vita tre militari italiani. L’impossibilità di stabilizzare la capitale e l’aumento delle perdite condussero, entro il 1995, al completo ritiro delle forze ONU e alla presa d’atto del fallimento dell’intervento.

Sullo sfondo delle operazioni militari, la presenza italiana in Somalia nel corso degli anni Novanta rimase avvolta da fitte ombre investigative. Il nodo più drammatico si consumò il venti marzo del 1994 a Mogadiscio con l’assassinio della giornalista RAI Ilaria Alpi e dell’operatore Miran Hrovatin. Le inchieste successive legarono l’agguato all’attività d’indagine che la troupe stava conducendo su presunti traffici illeciti di armi e sullo smaltimento di rifiuti tossici e radioattivi, coperti da flussi finanziari collegati alla cooperazione e dalla gestione di navi donate allo Stato somalo. Contemporaneamente, emergere di testimonianze e inchieste giudiarie su presunti abusi commessi da settori del contingente nei confronti della popolazione locale aprì un amaro dibattito pubblico in Italia. Con l’abbandono delle forze internazionali, la Somalia rimase un Paese frammentato e privo di una guida centrale per oltre un decennio, lasciando in eredità una delle pagine più complesse e dolorose della storia diplomatica e militare d’Italia.

Chi erano Alpi, Li Causi e Mandolini

Per comprendere il filo rosso che unisce queste tre figure, bisogna innanzitutto analizzare chi fossero e quale fosse il raggio d’azione all’interno delle forze armate e dell’intelligence italiana e del giornalismo.

Vincenzo Li Causi: lo 007 di Gladio e del Centro Scorpione

Vincenzo Li Causi, maresciallo aiutante del SISMI (il servizio segreto militare), è stato uno dei personaggi più complessi e informati degli apparati di sicurezza italiani tra la fine della Guerra Fredda e i primi anni Novanta. Esperto di telecomunicazioni, logistica e tecniche di infiltrazione, la sua figura è indissolubilmente legata al “Centro Scorpione” di Trapani, una struttura di intelligence legata a Gladio, la rete clandestina “stay-behind” della NATO concepita per operare in caso di un’invasione sovietica.

Li Causi non era un semplice esecutore. Era un operatore di altissimo livello, un uomo che conosceva i segreti più reconditi della strategia della tensione, dei depositi di armi nascosti, dei collegamenti tra servizi deviati, criminalità organizzata eversiva e trame internazionali. Quando la struttura di Gladio venne ufficialmente sciolta e al centro delle inchieste giudiziarie si aprì il vaso di Pandora dei poteri occulti in Italia, Li Causi sapeva troppo. La sua traiettoria lo portò inevitabilmente a essere impiegato nei teatri operativi più caldi dell’epoca, primo fra tutti quello somalo. E probabilmente anche nello scenario siciliano.

Marco Mandolini: l’incursore del Col Moschin e la sicurezza in Somalia

Marco Mandolini apparteneva a un’altra eccellenza delle forze armate: i paracadutisti incursori del 9° Reggimento d’Assalto Paracadutisti “Col Moschin”. Incursore provetto, istruttore stimato, uomo di straordinaria preparazione fisica e psicologica, Mandolini ha incarnato il volto più professionale e rigoroso dell’esercito italiano.

La sua strada si incrocia con quella di Li Causi e con i grandi scenari geopolitici nei primi anni Novanta, durante la Missione Ibis in Somalia. In quel contesto complesso, caratterizzato da guerre civili tribali, anarchia totale, interessi economici internazionali, traffici di armi e rifiuti tossici, Mandolini ricopre un ruolo di altissima responsabilità: è il capo della sicurezza e della scorta del generale Bruno Loi, comandante del contingente italiano. Mandolini è dunque il “custode” della sicurezza sul campo, l’uomo che vede, ascolta e supervisiona ogni movimento sensibile in un territorio in cui la linea di demarcazione tra missione umanitaria, intelligence e affari illeciti era incredibilmente sottile.

L’altro tassello del “Mosaico Somalia”: Ilaria Alpi, catalizzatore dei segreti

All’interno di questo scenario opaco, la figura della giornalista del TG3 Ilaria Alpi, uccisa a Mogadiscio il 20 marzo 1994 insieme all’operatore Miran Hrovatin, funge da tragico catalizzatore. Non è possibile parlare dei misteri che avvolsero Li Causi e Mandolini senza comprendere che la giornalista non fu vittima di un casuale episodio di criminalità comune, bensì di un’esecuzione mirata, volta a coprire un sistema che lei aveva iniziato a scoperchiare. Parola dopo parola nel suo taccuino da cronista.

Ilaria Alpi stava investigando su un intreccio criminale che collegava la cooperazione allo sviluppo, il traffico d’armi e lo smaltimento di rifiuti tossici. È qui che le parabole di Li Causi, Mandolini e Alpi collidono. Vincenzo Li Causi, esperto di intelligence operativa, operava in un contesto in cui il traffico di armi era gestito o monitorato da apparati deviati del SISMI. È accertato che Ilaria Alpi avesse cercato contatti all’interno degli ambienti militari e di intelligence per ricostruire la rete di corruzione. Esistono elementi che suggeriscono come Li Causi potesse essere, direttamente o indirettamente, una delle fonti (consapevoli o intercettate) che stavano fornendo alla giornalista frammenti di verità esplosive. La morte di Li Causi, avvenuta solo pochi mesi prima di quella di Ilaria Alpi, potrebbe aver eliminato una figura che stava perdendo il controllo o che, peggio ancora, stava tentando di rompere il vincolo di segretezza. Se Li Causi rappresenta l’uomo che “sapeva” e che è stato rimosso in teatro operativo, Marco Mandolini rappresenta l’uomo che, tornato in Italia, ha continuato a convivere con il peso di ciò che aveva visto in Somalia. Mandolini era il responsabile della scorta del generale Loi. Conosceva i movimenti, le protezioni, i carichi dei convogli e le attività dei reparti speciali. Dopo l’assassinio di Ilaria Alpi, il clima all’interno degli apparati si fece incandescente: la ricerca della verità da parte dei genitori della giornalista mise sotto pressione l’intero comparto militare operante in Somalia. È plausibile ipotizzare che Mandolini, con la sua esperienza e la sua posizione, fosse diventato un soggetto “instabile” o un potenziale testimone scomodo per chi temeva che il “sistema Somalia” potesse essere smantellato a seguito delle indagini sulla morte della giornalista. Il legame tra questi tre casi risiede nella reazione di sistema: quando Ilaria Alpi ha iniziato a seguire i fili dei traffici illeciti, ha toccato nervi scoperti che coinvolgevano sia la gestione delle missioni militari (dove Mandolini era una pedina fondamentale) sia l’attività occulta dell’intelligence (dove Li Causi era un’autorità). La loro eliminazione, fisica o professionale, appare, a posteriori, come un’azione di “sanificazione” per impedire che il legame tra la politica, il commercio delle armi e la protezione dei traffici tossici venisse definitivamente alla luce. Ilaria Alpi non indagava solo su una morte lontana, indagava su una struttura di potere che era la stessa che impiegava uomini come Mandolini e Li Causi. La coincidenza temporale e la natura dei loro ruoli suggeriscono che, in quel 1994-1995, chiunque potesse unire i puntini di quel mosaico era destinato a essere neutralizzato.

La Somalia come crocevia di segreti e traffici illeciti

La Somalia dei primi anni Novanta rappresenta il teatro d’operazioni in cui si concentrano le tensioni geopolitiche post-Guerra Fredda dell’Italia. Sotto la copertura di una grande operazione umanitaria sotto egida ONU, il Corno d’Africa diventa un crocevia spietato di interessi commerciali opachi. E il crocevia principale dei sistemi di intelligence. Quei crocevia che danno il semaforo verde a tutti.

In quegli anni, le inchieste giornalistiche, rese celebri soprattutto dal lavoro d’inchiesta di giornalisti coraggiosi come Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, portano alla luce una rete criminale internazionale ben strutturata. Si parla di traffici d’armi destinati alle fazioni in lotta o alimentati da canali coperti occidentali; smaltimento illegale di rifiuti tossici e radioattivi, sversati sulle coste somale in cambio di tangenti miliardiche pagate a capibastone locali e facilitate da intermediari collusi con apparati occidentali e di riciclaggio di denaro e coperture istituzionali, in cui pezzi infedeli dello Stato italiano, dell’intelligence e del crimine organizzato operavano mano nella mano.

In questo scenario, sia Li Causi che Mandolini si trovano a operare in prima linea. La loro vicinanza a questi dossier scottanti non era teorica, ma operativa. Entrambi avevano accesso a informazioni riservatissime, registrazioni, report e contatti che avrebbero potuto smontare la narrazione ufficiale di quelle missioni e svelare responsabilità ad altissimi livelli istituzionali e militari.

Le morti sospette: cronache di una fine annunciata

Il destino di Alpi, Li Causi e Mandolini si compie attraverso morti violente, archiviate frettolosamente o circondate da anomalie investigative che, a decenni di distanza, gridano ancora forte la necessità di verità e giustizia.

La morte di Vincenzo Li Causi (12 novembre 1993)

Li Causi muore a Balad, in Somalia, durante la missione Ibis II. La versione ufficiale parla di un’imboscata, di un conflitto a fuoco in cui il maresciallo del SISMI rimane mortalmente ferito. Tuttavia, fin da subito, la dinamica appare poco chiara. I compagni d’armi e i familiari denunciano una serie di anomalie sconcertanti. A partire dall’assenza di un’autopsia tempestiva e accurata, elemento fondamentale che avrebbe dovuto essere automatico per la morte di un militare di così alto rango in territorio operativo. Cui si sommarono le contraddizioni nelle testimonianze dei commilitoni presenti sul posto riguardo alla dinamica dello scontro a fuoco. L’ipotesi, avanzata da diverse inchieste giornalistiche e parlamentari, che Li Causi non sia caduto in un agguato casuale, ma sia stato eliminato “dal fuoco amico” o da forze interessate a tacerne per sempre le conoscenze, magari proprio in relazione ai contatti che aveva avuto con giornalisti, come Ilaria Alpi, o a dossier scottanti sui traffici illeciti in Somalia.

La morte di Ilaria Alpi (20 marzo 1994)

Il 20 marzo 1994, a Mogadiscio, la Toyota Hilux su cui viaggiano la giornalista del TG3 Ilaria Alpi e l’operatore Miran Hrovatin viene bloccata da un commando armato. È un agguato fulmineo e spietato. Bastano pochi colpi per spezzare le vite di due professionisti che cercavano semplicemente la verità. Quello che viene inizialmente etichettato come un disgraziato atto di criminalità comune o un tentativo di rapina finito male, rivela ben presto la sua natura di esecuzione scientificamente pianificata. Ilaria non era in Somalia per caso: il suo taccuino custodiva i tasselli di un traffico tentacolare che univa il corno d’Africa all’Italia, fatto di armi illegali e scorie tossiche scaricate sulle coste somale. La sua morte ha aperto una voragine investigativa mai del tutto colmata, trasformandola nel simbolo eterno del giornalismo d’inchiesta sacrificato sull’altare dei segreti di Stato.

La morte di Marco Mandolini (13 giugno 1995)

Alcuni mesi dopo, nel giugno del 1995, la tragedia colpisce Marco Mandolini. Il suo corpo viene ritrovato senza vita su una scogliera a Livorno, crivellato da colpi di arma da taglio, quaranta, e recante ferite gravissime alla testa.

Anche in questo caso, le indagini iniziali imboccano la strada sbrigativa del delitto passionale o della lite privata, ipotesi che la famiglia, in particolare il fratello, ha sempre respinto con forza, lottando per decenni per la verità. Le incongruenze investigative furono macroscopiche: nessun riscontro logico con la presunta vita privata turbolenta che gli inquirenti cercarono di cucirgli addosso per giustificare l’omicidio; la natura delle ferite, tipiche di un’aggressione professionale, perpetrata con tecniche di combattimento corpo a corpo che richiamano l’addestramento riservato agli incursori e infine la sparizione di effetti personali, agende e altro materiale che Mandolini avrebbe custodito gelosamente dopo il suo rientro dalla Somalia.

Alpi, Li Causi e Mandolini: simboli di una storia segreta

Il legame profondo tra Marco Mandolini e Vincenzo Li Causi non risiede soltanto nel fatto di aver indossato una mimetica o di aver servito lo Stato nei reparti più duri e rispettati. Il loro legame è il filo nero della consapevolezza. Entrambi rappresentano la categoria dei servitori dello Stato che, trovandosi a operare in zone grigie dove la ragion di Stato si mescola agli affari illeciti, finiscono per sapere troppo. Quando l’operatore militare smette di essere un semplice esecutore cieco e diventa testimone o depositario di verità inconfessabili, il rischio di diventare un bersaglio aumenta esponenzialmente. Alle loro morte si lega quella di Ilaria Alpi, il cui lavoro ha cercato di scoperchiare quella che definire una vergogna di stato può sembrare una sottovalutazione di quanto è accaduto. Le inchieste parlamentari e giornalistiche che nel corso degli anni hanno cercato di riaprire i fascicoli sulle loro morti hanno spesso evidenziato punti di contatto impressionanti. In prima analisi il contesto somalo, figure cruciali vissute nell’epicentro del “sistema Somalia”, il grande buco nero della politica estera italiana degli anni Novanta. Inoltre la natura dei depistaggi perché n ognuno dei tre casi, le indagini preliminari sono state caratterizzate da omissioni, piste alternative surreali, ritardi e una singolare mancanza di volontà istituzionale nel scavare a fondo. E infine il silenzio istituzionale in quanto per decenni, il muro di gomma dei apparati di sicurezza ha protetto le zone d’ombra, rendendo estremamente difficile per i familiari ottenere giustizia o anche solo una ricostruzione credibile dei fatti. Inoltre Documenti decrittati e atti giudiziari citano comunicazioni in codice relative all’operatore “Condor” (identificato da diverse fonti in Mandolini), ingaggiato in operazioni tattiche in Somalia in concomitanza con le indagini sui traffici d’armi e rifiuti. L’ipotesi è che Mandolini fosse a conoscenza di dettagli compromettenti sugli intrecci tra servizi segreti, traffici illeciti e la morte di Ilaria Alpi.

Somalia, da mosaico a sistema

Oggi, continuare a parlare di Marco Mandolini, Vincenzo Li Causi e Ilaria Alpi significa sottrarre alla polvere dell’oblio tre vite spezzate e una parte fondamentale, quanto dolorosa, della storia recente d’Italia. Non si tratta soltanto di rincorrere il fascino torbido del mistero, ma di pretendere la verità storica e giudiziaria su eventi che hanno macchiato profondamente l’onore le istituzioni democratiche del nostro Paese.

Essi rimangono i simboli tragici di una “storia segreta” fatta di uomini in divisa mandati in prima linea a rischiare la vita e di giornalisti coraggiosi determinati a raccontare la realtà, tutti ugualmente sacrificati sull’altare di equilibri geopolitici indicibili e di interessi criminali protetti dai piani alti del potere. Le loro storie dimostrano come, nei momenti più critici della Repubblica, la ricerca della verità sia stata sistematicamente ostacolata da depistaggi, silenzi istituzionali e omertà.

Le loro vicende restano indissolubilmente legate da un unico, drammatico filo conduttore: chiunque si sia avvicinato troppo al cuore marcio del “sistema Somalia”, toccando i fili invisibili che univano i traffici illeciti ai segreti dell’intelligence e delle forze armate, è stato inesorabilmente messo a tacere.

In ultima analisi, la catastrofe somala non fu una mera fatalità autoctona, bensì il prodotto diretto di un’ingerenza neocoloniale e miope, guidata con responsabilità condivise tanto dall’Italia quanto dall’intera comunità internazionale. Riconvertendo la Somalia prima in una pedina nello scacchiere della Guerra Fredda e poi in un lucrativo crocevia d’interessi opachi, tra fondi per lo sviluppo distorti a fini speculativi, traffici d’armi e l’ombra mai dissipata dello smaltimento di rifiuti tossici, l’Occidente ha esercitato un paternalismo predatorio che ha alimentato e armato le medesime strutture autocratiche destinate a divorare il Paese. L’intervento degli anni Novanta, spesso sbandierato sotto le insegne del presunto altruismo umanitario, ha tradito la pretesa di risolvere con la forza militare e con logiche d’imposizione esterna crisi strutturali e sociali di cui si ignoravano deliberatamente la complessità e le dinamiche claniche. Trasformata in un laboratorio di speculazioni economiche, cinismo geopolitico e fallimenti operativi, la Somalia è stata infine abbandonata al proprio destino una volta esauriti i benefici strategici, lasciando in eredità una nazione frammentata e un debito d’inchiesta e di responsabilità storica che le cancellerie occidentali non hanno mai davvero voluto saldare.

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