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Medio Oriente

No, Hamas non è una storia di eroica resistenza

di Federico Rossini

La presa di Gaza, il sacrificio dei palestinesi, la repressione, le voci dei dissidenti e il coraggio di andare oltre gli slogan

4 Ottobre 2026

Durante gli anni della detenzione di Yahya Sinwar (uno dei vertici di Hamas) nelle carceri israeliane, Yuval Bitton, per molto tempo a capo della divisione intelligence del servizio penitenziario israeliano, gli chiese se valesse veramente la pena che diecimila persone innocenti morissero per liberare un centinaio di prigionieri. «Ne vale la pena anche fossero centomila», fu la risposta. Nel 2024, invece, il Wall Street Journal rivelò alcuni dei messaggi inviati da Sinwar ai leader di Hamas successivamente al 7 ottobre. «Abbiamo gli israeliani proprio dove li vogliamo», scriveva, mentre in un altro messaggio definiva le vittime civili palestinesi «sacrifici necessari» per la causa. Una tesi sposata anche da Ismail Haniyeh, capo dell’ufficio politico globale di Hamas: «abbiamo bisogno del sangue di donne, bambini e anziani palestinesi per la nostra lotta». «Facciamo notizia con il sangue. Niente sangue, nessuna notizia», sosteneva Sinwar. Fu proprio lui, secondo il Wall Street Journal, a resistere a diverse proposte di cessate il fuoco e di scambio degli ostaggi, ritenendo che il protrarsi delle vittime civili avrebbe aumentato la pressione internazionale su Israele e quindi, in un certo senso, giocato a suo favore.
Hamas vince le elezioni nel gennaio del 2006, ottenendo 74 seggi su 132, ossia una maggioranza assoluta. Tra le motivazioni principali della vittoria pesarono soprattutto le accuse di corruzione verso parte dell’Autorità Palestinese, le divisioni interne a Fatah (il principale partito avversario) e un sistema elettorale che favorì Hamas nella distribuzione dei seggi. Un’elezione destinata a cambiare la storia di un popolo: a distanza di vent’anni, quelle del 2006 sono rimaste le ultime elezioni legislative nazionali palestinesi.
Dopo la vittoria elettorale, il rapporto tra Hamas e Fatah entra progressivamente in una fase di forte conflittualità, fino allo scontro armato del 2007, quando Hamas prende il controllo della Striscia di Gaza con la forza. Si combatte per strada: vengono assaliti edifici e basi militari. Secondo l’OCHA (United Nations Office for the Coordination of Humanitarian Affairs) nel corso della settimana di picco degli scontri a metà giugno 2007, si registrano oltre 100 palestinesi uccisi e circa 800 feriti, tra cui diverse donne e bambini. L’ONU segnalò anche esecuzioni extragiudiziali, scontri dentro ospedali e attacchi alle ambulanze.
Hamas conquista quindi tutte le principali installazioni di sicurezza e gran parte degli edifici governativi di Gaza, assumendo il controllo territoriale esclusivo nella Striscia.
Un controllo che si estende anche alla magistratura. Dopo la conquista di Gaza, viene istituito un nuovo organo giudiziario non riconosciuto dai magistrati esistenti. Nel 2007, 48 giudici e 541 dipendenti dei tribunali lasciano gli incarichi; nei mesi successivi il nuovo organismo nomina 24 nuovi giudici e 115 dipendenti. Human Rights Watch documentò l’intervento politico nella struttura giudiziaria e ne denunciò le conseguenze sull’indipendenza della magistratura.
Viene progressivamente ridotto lo spazio per il dissenso politico e per le libertà civili. Sempre HRW documenta arresti arbitrari, maltrattamenti e torture nei confronti di oppositori, attivisti e giornalisti. Un caso emblematico è quello delle proteste del 2019 del movimento “Vogliamo vivere”, nato per contestare condizioni economiche e costo della vita: secondo l’ICHR (Independent Commission for Human Rights), le forze di Hamas arrestano oltre mille persone, tra cui giornalisti e operatori per i diritti umani. Anche negli anni successivi continuano le denunce: tra gennaio e agosto 2023 la stessa Commissione raccoglie 56 denunce di arresto arbitrario e 81 di tortura o maltrattamenti attribuiti alle autorità di Hamas.
Un ulteriore elemento che caratterizza Hamas è la pena di morte. Secondo il World Report di Human Rights Watch, dal giugno 2007 i tribunali di Gaza hanno condannato a morte almeno 203 persone e le autorità hanno effettuato 33 esecuzioni. A queste si aggiungono le esecuzioni extragiudiziali. Una relazione della Commissione d’inchiesta ONU ha identificato 249 casi di esecuzioni e gravi violenze fisiche nel 2024 e 2025, con almeno 108 morti e 384 feriti; in almeno 60 casi risultano coinvolte forze affiliate a Hamas. L’ONU specifica inoltre che si tratta di un conteggio solo parziale. Amnesty International documenta nove esecuzioni extragiudiziali e un’uccisione illegale attribuite a forze affiliate a Hamas nel periodo successivo al cessate il fuoco dell’ottobre 2025.
Nello stesso anno, la Commissione d’inchiesta ONU ha verificato un caso in cui Hamas utilizzò la scuola Anas Bin-Malik, nel quartiere di Tal al-Hawa, per finalità militari.
Anche la distribuzione degli aiuti umanitari nella Striscia in un periodo particolarmente tragico è stata gravemente compromessa. Secondo i dati monitorati dalle Nazioni Unite, tra il 19 maggio e l’inizio di agosto 2025, su 2.010 camion di aiuti raccolti ai valichi di Gaza, soltanto 260 hanno raggiunto la destinazione prevista; circa 1.753 sono stati intercettati durante il transito, in alcuni casi pacificamente da persone affamate, in altri «con la forza da parte di attori armati».
E mentre in un servizio Rai girato dentro i tunnel di Hamas vengono inquadrati sacchi di riso utilizzati per la costruzione del tunnel stesso, una recente analisi dell’UNFPA (United Nations Population Fund) rilanciata anche dalla BBC raccoglie una testimonianza secondo cui un padre avrebbe dato in sposa la figlia quattordicenne in cambio di due sacchi di farina. Un’immagine che mette in evidenza, tra le altre cose, la drammatica condizione delle donne palestinesi.
A pochi giorni dal terzo anniversario della strage del 7 ottobre, in alcune città italiane sono già pronte manifestazioni in cui si celebrano “3 anni di Resistenza” e in cui verranno sventolate bandiere di Hamas. Ma la verità è che Hamas è tutto fuorché una resistenza che fa gli interessi del suo popolo. E no, i terroristi non “vanno capiti” come sostiene qualcuno. Ne sa qualcosa Moumen Al-Natour, 30 anni, avvocato e attivista per i diritti umani, tra i più noti dissidenti di Hamas nella Striscia. Arrestato, torturato, detenuto da Hamas più di venti volte, ora si trova al sicuro in Italia. Ma sogna di tornare in una Palestina diversa, fatta di diritti, libertà e democrazia. E sostiene di avere un piano ben preciso: separare i civili da Hamas. «L’arma più potente di Hamas, più dei tunnel o delle bombe, sono i civili. Se lo separiamo dai civili, Hamas crollerà». In un’intervista del 2025 spiega di essere in contatto con oltre diecimila persone nella Striscia tra insegnanti, medici, ingegneri e professionisti accomunati dal dissenso verso Hamas e dal sogno di un governo tecnocratico. Ma la dichiarazione più importante di Moumen è rivolta a chi manifesta per il suo Paese: «sono grato a chi manifesta in solidarietà con la Palestina in Occidente, ma è anche a questo pubblico che mi rivolgo: li esorto ad adottare le nostre richieste, non la narrativa di Hamas. Noi non vogliamo che Hamas rimanga nella Striscia. Abbiamo bisogno del sostegno dell’Occidente per questo».
Anche Hamza Howidy, attivista palestinese tra i fondatori del movimento anti-Hamas “Bidna N’eesh” (vogliamo vivere), ora rifugiato in Germania dopo un passato di soprusi e torture, spiega come «non ci sarà mai un futuro per la Striscia di Gaza finché Hamas continuerà a esistere e a governare». E aggiunge: «vivo in Germania, amo il mio Paese ma se tornassi a casa mi ucciderebbero subito. Mi avevano già arrestato perché volevo dire al mondo che noi non siamo due milioni di terroristi. La maggioranza dei gazawiti non supporta la milizia, ma nessuno lo racconta. E se protesti, muori».
I palestinesi meritano una terra libera e democratica, fondata sui diritti. Ed è proprio per questo che il futuro della Palestina non può prescindere da una riflessione sul ruolo di Hamas e sul suo controllo armato della Striscia. Slogan populisti e strumentalizzazione della sofferenza di un popolo per fini politici non contribuiranno alla causa.
E se si avesse il coraggio di andare oltre i soliti slogan sulla Palestina e di ascoltare voci come quelle di Moumen Al-Natour e Hamza Howidy, forse qualche politico disperato in cerca di voti raccoglierebbe meno consensi, qualche cantante venderebbe un po’ meno biglietti e qualche «rivoluzionario da social» otterrebbe meno like su Instagram. Ma sicuramente il dibattito pubblico e la politica stessa sarebbero più incentrati su quelle che sono le vere aspirazioni di un popolo che chiede non soltanto la fine della guerra, ma anche libertà, diritti, sicurezza e la possibilità di decidere democraticamente del proprio futuro.

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