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Geopolitica

L’ombra di Epic Fury: quando le basi italiane diventano (anche) un campo di battaglia diplomatico

Le parole di Rutte sono arrivate in Italia a metà mattina e hanno immediatamente scatenato un putiferio politico. La dichiarazione, infatti, appariva in aperto contrasto con quanto il governo di Giorgia Meloni aveva più volte assicurato al Parlamento e all’opinione pubblica

25 Giugno 2026

La giornata del 24 giugno 2026 resterà probabilmente impressa negli annali della diplomazia italiana come uno degli episodi più controversi del rapporto tra Roma, Washington e l’alleanza atlantica. Tutto ha avuto inizio con un’intervista rilasciata da Mark Rutte, segretario generale della Nato, al network Fox News, destinata a innescare una reazione a catena destinata a scuotere le fondamenta del dibattito politico italiano.

Rutte, ospite del programma “Special Report”, ha voluto rispondere alle crescenti critiche di Donald Trump nei confronti degli alleati europei, accusati di non aver fornito un sostegno adeguato all’operazione militare statunitense contro l’Iran, nota con il nome in codice di “Epic Fury”. Il segretario generale ha difeso a spada tratta il presidente americano, definendolo «il leader del mondo libero» e sostenendo che gli alleati europei e canadesi sono pronti a seguirne la linea su Iran, libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz, aumento della spesa militare e guerra in Ucraina. Ma è stato un passaggio specifico della sua intervista a far esplodere il caso: «Comprendo perfettamente la delusione, ma se prendiamo ad esempio l’Italia, 500 aerei statunitensi sono decollati dalle basi americane in Italia per supportare l’operazione. Quindi si tratta di un numero enorme». E ha aggiunto che, guardando all’intera Europa, si parla di un numero complessivo compreso tra 4.000 e 5.000 missioni di volo.

Le parole di Rutte sono arrivate in Italia a metà mattina e hanno immediatamente scatenato un putiferio politico. La dichiarazione, infatti, appariva in aperto contrasto con quanto il governo di Giorgia Meloni aveva più volte assicurato al Parlamento e all’opinione pubblica: che l’Italia non sarebbe stata coinvolta in attività militari offensive contro l’Iran, limitandosi a fornire un supporto esclusivamente logistico e tecnico.

La replica del Ministero della Difesa: un “messaggio totalmente fallace”

Nel giro di poche ore, è arrivata la durissima replica del Ministero della Difesa, guidato da Guido Crosetto. In un comunicato diffuso a tarda mattina da via XX Settembre, la Difesa ha respinto la ricostruzione del segretario Nato, ribadendo «senza tema di smentita» che l’Italia e il Ministero hanno «sempre operato nel pieno rispetto della Costituzione, dei trattati internazionali, degli indirizzi parlamentari e degli accordi che regolano la presenza e l’utilizzo delle basi alleate sul territorio nazionale».

Il ministero ha ricordato quanto già chiarito da Crosetto nel corso dell’informativa al Parlamento: il governo «ha fatto esattamente quanto dichiarato alle Camere» e ha autorizzato «esclusivamente attività di natura tecnica e logistica, non cinetiche, nell’ambito delle procedure previste dagli accordi esistenti». E ha sottolineato che «le volte in cui si è prospettata una richiesta che esulava da questo perimetro, l’Italia non ha concesso l’autorizzazione».

La nota ha poi espresso sorpresa per le dichiarazioni di Rutte: «Per questo sorprende che il segretario della Nato, che nulla ha a che fare con l’operazione Epic Fury, faccia una ricostruzione che trasmette un messaggio totalmente fallace, confondendo la tipologia dei voli autorizzati. Sarebbe bastato un approfondimento alla fonte per poter avere la reale rappresentazione di ciò che è avvenuto».

L’assalto delle opposizioni: “Meloni ha mentito al Parlamento”

Le dichiarazioni di Rutte hanno offerto una sponda immediata alle opposizioni, che non hanno perso tempo nel lanciare attacchi frontali al governo. Angelo Bonelli, deputato di Avs e co-portavoce di Europa Verde, è stato il primo a prendere la parola: «Le parole di Rutte sono gravissime e sbugiardano Giorgia Meloni. Meloni ha ingannato gli italiani e il Parlamento: 500 voli militari americani sono decollati dalle basi Nato presenti in Italia a sostegno di Epic Fury, la guerra di Trump e Netanyahu contro l’Iran». Per il deputato, «è lecito pensare che gli scambi di accuse tra la premier e il presidente degli Stati Uniti siano stati una messa in scena». Bonelli ha anche annunciato il deposito di una interrogazione parlamentare per chiedere che il governo fornisca all’Aula l’elenco completo dei 500 aerei militari statunitensi decollati dalle basi italiane.

Anche il Partito Democratico è sceso in campo con durezza. Giuseppe Provenzano, responsabile Esteri del Pd, ha dichiarato: «Secondo Rutte le basi in Italia hanno svolto un ruolo massiccio a sostegno della guerra illegale di Trump e Netanyahu all’Iran, contraria ai nostri principi e ai nostri interessi. Giorgia Meloni aveva assicurato che l’Italia non sarebbe stata coinvolta, e invece si apprende che almeno 500 aerei Usa sarebbero decollati dal territorio italiano, confermando le preoccupazioni che avevamo manifestato in Parlamento, ricevendo vaghe rassicurazioni dal Governo».

I capigruppo del Movimento 5 Stelle alla Camera e al Senato, Riccardo Ricciardi e Luca Pirondini, hanno tuonato: «È un corto circuito gravissimo su cui il governo ha il dovere di fare immediatamente chiarezza. Chiediamo che Giorgia Meloni venga con urgenza in aula a riferire su questa smentita che metterebbe l’Italia nella condizione di aver supportato una guerra palesemente illegale mentendo agli italiani». I presidenti dei gruppi parlamentari del Pd Francesco Boccia e Chiara Braga, insieme al capo delegazione dem a Bruxelles Nicola Zingaretti, hanno fatto eco: «O Rutte è un bugiardo o Giorgia Meloni ha mentito al Parlamento e al Paese. A questo punto serve, con urgenza, che la Presidente del Consiglio faccia chiarezza».

Il contesto: la freddezza tra Roma e Washington

Questa crisi diplomatica giunge in un momento di forte tensione tra Italia e Stati Uniti. Negli ultimi giorni, Donald Trump aveva rinnovato le sue critiche nei confronti di Giorgia Meloni e dell’Italia, accusando il nostro Paese di non aver fornito un sostegno adeguato all’azione militare in Medio Oriente. In particolare, il tycoon aveva più volte ribadito il mancato utilizzo della base di Sigonella per il transito di velivoli americani diretti in Iran, un rifiuto che aveva scatenato la sua ira.

Proprio per questo, le parole di Rutte assumono un significato ancora più rilevante: il segretario generale della Nato, che oggi incontrerà Trump alla Casa Bianca, ha voluto dimostrare al presidente che gli alleati europei, Italia in testa, hanno in realtà fornito un contributo massiccio all’operazione. Come riportato da fonti Nato, un alto funzionario dell’alleanza ha successivamente cercato di stemperare i toni, sottolineando come Rutte volesse evidenziare che gli alleati hanno semplicemente «dato attuazione agli accordi bilaterali esistenti in materia di basi e sorvoli».

Il ruolo delle basi italiane: Sigonella e Aviano al centro del dibattito

Secondo i dati di tracciamento citati da diversi media, i voli sarebbero partiti principalmente dalle basi di Sigonella, in Sicilia, e di Aviano, in Friuli-Venezia Giulia. Si tratta di due installazioni strategiche per la proiezione della potenza aerea statunitense nel Mediterraneo e in Medio Oriente, da anni al centro del dibattito politico italiano sull’utilizzo delle basi alleate presenti sul territorio nazionale.

La questione è delicata: l’utilizzo delle basi italiane per missioni offensive direttamente collegate ad azioni di guerra richiede specifiche autorizzazioni con il coinvolgimento del Parlamento. Il governo Meloni ha sempre sostenuto di aver agito nel rispetto delle procedure, autorizzando esclusivamente voli tecnico-logistici e non missioni di natura cinetica. Ma la cifra di 500 voli citata da Rutte, un numero definito dallo stesso segretario Nato «enorme», solleva interrogativi sulla natura effettiva di quelle missioni e sul confine, talvolta labile, tra supporto logistico e partecipazione indiretta a operazioni belliche.

Il “Trump whisperer” in missione a Washington

L’intervista di Rutte a Fox News non è stata un evento isolato, ma si inserisce in una strategia più ampia del segretario generale della Nato volta a gestire i rapporti con un presidente americano notoriamente difficile e imprevedibile. Rutte, che ha costruito la sua reputazione come “Trump whisperer” per la sua capacità di ammaliare il presidente, è atteso alla Casa Bianca mercoledì per un incontro faccia a faccia con Trump, due settimane prima del vertice annuale dell’alleanza in programma ad Ankara il 7 e 8 luglio.

La visita arriva dopo che il segretario alla Difesa americano Pete Hegseth, la scorsa settimana, aveva attaccato duramente gli alleati durante una riunione al quartier generale Nato di Bruxelles, annunciando una revisione semestrale delle forze americane in Europa. Hegseth aveva fatto eco ad alcune delle critiche di Trump, accusando gli alleati europei di non aver consentito agli Stati Uniti di utilizzare le basi in Europa per attaccare l’Iran. Trump, dal canto suo, ha rinnovato le sue minacce di abbandonare l’alleanza atlantica, fondata nel 1949 per contrastare la minaccia sovietica all’Europa.

Proprio per questo, la missione principale di Rutte in questi giorni è mantenere gli Stati Uniti all’interno della Nato, e il segretario generale si è dimostrato in passato abile nel placare le frustrazioni di Trump. Rutte lusinga frequentemente il presidente, attribuendogli il merito di aver spinto i membri della Nato ad aumentare la spesa per la difesa. Durante l’intervista a Fox News, ha sottolineato che «quando si guardano i numeri degli investimenti che i paesi Nato stanno facendo nella loro difesa, sono sbalorditivi». Ha anche affermato di essere «completamente dietro» Trump sulla sua strategia in Iran, definendo il presidente «esattamente ciò che è necessario» per degradare le capacità nucleari dell’Iran. «Potete immaginare se l’Iran riuscisse a mettere le mani su un’arma nucleare? – ha detto Rutte – È un esportatore di caos, un esportatore di terrorismo. Sarebbe devastante per la regione, sarebbe devastante per il mondo intero».

Un caso che interroga la democrazia italiana

Al di là delle polemiche politiche, il caso solleva questioni di fondo sul ruolo dell’Italia nell’alleanza atlantica e sulla trasparenza delle decisioni di governo in materia di politica estera e di difesa. La contrapposizione tra le dichiarazioni di Rutte e le smentite del Ministero della Difesa, definite da alcuni «un corto circuito gravissimo», ha messo in luce una zona grigia nel rapporto tra esecutivo e Parlamento, e più in generale tra governo e opinione pubblica, su un tema di straordinaria rilevanza come il coinvolgimento del nostro Paese in un conflitto armato.

Il governo Meloni, che aveva costruito buona parte della sua immagine internazionale sull’asse privilegiato con Washington, si trova ora a dover gestire una crisi che rischia di minare la credibilità dell’esecutivo sia all’estero che in patria. Le opposizioni chiedono a gran voce che la premier riferisca in Parlamento, mentre il ministro Crosetto si è detto pronto a elencare in Aula tutti i voli autorizzati. Ma la domanda di fondo rimane: chi dice la verità? E qual è il confine, per un paese alleato, tra il rispetto degli impegni internazionali e la partecipazione, anche solo indiretta, a una guerra?

Mentre Rutte si appresta a varcare i cancelli della Casa Bianca per il suo ruolo di mediatore tra Trump e l’Europa, l’Italia resta sospesa tra la necessità di difendere la propria posizione e l’evidenza dei numeri, in attesa che le parole si trasformino in atti e che i voli, quei 500 voli, trovino finalmente una spiegazione che possa ricomporre una frattura destinata a lasciare il segno.

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