Europa
Sulle tracce di Maclou, monaco del sesto secolo, per trovare l’antidoto alla sfiducia che sta uccidendo l’Europa
Maclou, un monaco gallese del VI secolo: attraversò la Manica, raggiunse la Bretagna, trovò una comunità di pastori e pescatori e non si limitò a evangelizzarla. Insegnò agli abitanti a coltivare la terra, trasmettendo conoscenze e costruendo capacità.
17 Agosto 2026
Agosto. Rouen. Un caldo che prima non c’era, in Normandia. Entro nella chiesa di Saint-Maclou quasi per caso, anche alla ricerca di un po’ di frescura. Sul muro, un pannello racconta la storia di Maclou, monaco gallese del VI secolo: attraversò la Manica, raggiunse la Bretagna, trovò una comunità di pastori e pescatori e non si limitò a evangelizzarla. Insegnò agli abitanti a coltivare la terra, trasmettendo conoscenze e costruendo capacità.
Resto lì qualche minuto, in silenzio. Penso: quindici secoli fa, in questo angolo d’Europa, qualcuno aveva già capito la differenza tra assistere un territorio e metterlo nelle condizioni di costruire autonomamente il proprio futuro.
Poi esco. E mi chiedo quale sia, in questa Normandia caldissima e bellissima, l’umore politico di questi tempi complessi. Non ci vuole molto a trovare la risposta. Alle elezioni europee del 2024 il Rassemblement National raccolse il 35,34 per cento dei voti nella regione. A Rouen si fermò al 16,18. Una distanza enorme, dentro la stessa regione. La città e il resto. Il centro e la periferia. Due Normandie che abitano lo stesso territorio ma sembrano guardare in direzioni opposte. Non esiste un’equazione tra periferia e voto populista. Le determinanti sono molte. Ma quella geografia elettorale racconta qualcosa che da tempo gli studiosi delle disuguaglianze territoriali osservano in tutta Europa e negli Stati Uniti. Ovviamente in Italia.
Andrés Rodríguez-Pose, professore alla London School of Economics, l’ha chiamata the revenge of the places that don’t matter: la vendetta dei luoghi che non contano. La sua intuizione ha cambiato il modo di interpretare il populismo. Non dobbiamo guardare soltanto alle persone rimaste indietro. Dobbiamo guardare ai luoghi rimasti indietro.
Territori che per decenni perdono popolazione, giovani, occupazione qualificata, servizi e funzioni sviluppano una sensazione collettiva di esclusione. Non necessariamente sono i più poveri. A volte continuano a produrre una quantità considerevole di ricchezza. Ma vedono gli altri correre più velocemente. Università, ricerca, capitale umano e innovazione si concentrano nelle grandi aree urbane. E mentre alcuni luoghi accumulano opportunità, altri accumulano distanza.
La disuguaglianza territoriale assume così una dimensione che il PIL misura male: quella del riconoscimento. Una comunità comincia a chiedersi se conti ancora qualcosa. È qui che alla geografia economica bisogna affiancare una geografia delle emozioni. Il declino relativo produce perdita di riconoscimento. La perdita di riconoscimento erode la fiducia. E quando viene meno la fiducia nel futuro, il passato diventa improvvisamente molto attraente.
Nasce così la nostalgia politica. Non quella innocua dei ricordi personali. Quella che trasforma il passato in un’età dell’oro: il tempo in cui la fabbrica funzionava, i figli rimanevano, i negozi erano aperti, il medico era vicino, e la comunità aveva la sensazione di partecipare al progresso. Quel passato può essere in parte reale e in parte immaginato. Politicamente importa relativamente. Ciò che conta è il confronto con il presente.
Il populismo intercetta precisamente questa domanda. La sua promessa più potente non è: vi renderemo più ricchi. È: vi restituiremo il mondo in cui contavate. Da qui la forza delle parole che evocano il ritorno: riprendere il controllo, recuperare la sovranità, difendere la comunità, restaurare un ordine perduto. Il futuro come rischio. Il passato come protezione.
Questa dinamica dovrebbe interrogarci sul modo in cui affrontiamo le disuguaglianze territoriali. Per decenni abbiamo pensato soprattutto in termini di compensazione. Se un territorio rimane indietro, trasferiamo risorse. Se perde competitività, introduciamo incentivi. Se si spopola, finanziamo qualche progetto. Sono interventi necessari. Ma non bastano.
Perché un territorio non ha bisogno soltanto di essere compensato per ciò che ha perduto. Ha bisogno di poter immaginare ciò che può diventare. Attraversando la Normandia, la sensazione è di luoghi fuori dal tempo. Dalla contemporaneità. Sensazioni, certo. Ma la domanda resta.
E allora riflesso su quel che serve per ridare ai territori una prospettiva di futuro. Università, ricerca, infrastrutture digitali, cultura, servizi efficienti, imprese innovative: non sono soltanto strumenti di politica economica. Sono infrastrutture della fiducia. La presenza di un’università dice a un ragazzo che può studiare senza andarsene. Un’impresa innovativa dice che anche lì esistono lavori qualificati. Un servizio pubblico efficiente dice a una famiglia che vale la pena vivere lì. Una connessione con i circuiti globali della conoscenza dice a una comunità che periferia non significa marginalità.
In altre parole: rende il futuro credibile. Ed è forse qui che la storia di Saint-Maclou smette di essere ingenua. Il monaco arriva da lontano, porta conoscenza, la condivide. La comunità acquisisce nuove capacità. Quindici secoli dopo, Rodríguez-Pose ci mostra l’altra faccia della stessa questione: cosa accade quando alcuni territori si convincono che conoscenza, opportunità e progresso siano destinati ad accumularsi altrove.
Tra Maclou e il voto populista c’è un filo. Si chiama fiducia. La vera frattura territoriale del nostro tempo non separa soltanto luoghi ricchi e luoghi poveri, centri e periferie, città e campagne. Separa i luoghi che riescono ancora a immaginarsi nel futuro da quelli che hanno cominciato a cercare il proprio futuro nel passato.
È una frattura pericolosa. Perché quando il futuro smette di essere una promessa credibile, la nostalgia smette di essere un sentimento. Diventa un programma politico. Pericoloso, perché da queste parti, in Normandia, la storia ha lasciato cicatrici profonde. Sarebbe bene non dimenticare.
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