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Senato USA. I nove Stati che decidono la maggioranza/1 Iowa, Kansas e Texas: quando perdere non è più impossibile
9 competizioni decideranno quale partito controllerà il Senato. Sono 9 sfide molto diverse tra loro. Cominciamo da Iowa, Kansas e Texas:3 Stati che solo pochi mesi fa non rappresentavano situazioni contendibili per i DEM e in cui il candidato GOP sembrava sicuro della vittoria.
Nell’articolo precedente abbiamo provato ad aggiornare la mappa del futuro Senato USA.
65 seggi non in rielezione, 26 su 35 delle sfide di novembre con delle previsioni molto chiare (21 che possiamo definire sicure e 5 molto probabili). Sono 91 seggi che possono già essere collocati nella colonna repubblicana o in quella democratica.
GOP 46 – DEM 45 è quanto dicono le mie previsioni ad oggi.
Restano nove competizioni che, sommate, decideranno non soltanto quale partito controllerà il Senato, ma anche quale delle due Americhe emerse durante questi anni riuscirà a sopravvivere politicamente alle elezioni di metà mandato.
Sono Alaska, Iowa, Kansas, Maine, Michigan, Minnesota, New Hampshire, Ohio e Texas.
Non sono però nove sfide uguali. Le analizzeremo cominciando da 3 Stati che solo pochi mesi fa non rappresentavano situazioni contendibili.
Iowa, Kansas e Texas: quando anche gli stati rossi diventano decisivi.
Solo immaginare che questi 3 seggi GOP (uno dei quali difeso dall’incumbent e 2 open) possano cambiare colore a novembre fa capire quanto sia cambiata la geografia delle elezioni di midterm in poche settimane.
Soltanto pochi mesi fa, i Repubblicani non avrebbero immaginato di dover investire tempo, denaro e capitale politico per difendere Iowa, Kansas e Texas.
Donald Trump li ha vinti tutti.
Il Texas non elegge un democratico al Senato dal 1988. In Iowa i Democratici non vincono una competizione federale statewide dal 2012. In Kansas bisogna addirittura tornare al 1932 per trovare l’elezione di un senatore democratico.
E, invece, a poche settimane dal voto, il GOP è costretto a difendere tre seggi che, nella normale geografia politica americana, avrebbero dovuto consentirgli di concentrare uomini e risorse altrove.
In tutti e tre i casi la competizione racconta qualcosa che va oltre la sorte dei singoli candidati.
Racconta le difficoltà che incontra il GOP quando deve tenere insieme l’elettorato MAGA, i conservatori tradizionali, i moderati suburbani e quella parte del voto popolare che Trump aveva conquistato promettendo soprattutto prosperità, sicurezza e prezzi più bassi.
Ma racconta anche qualcosa dei DEM.
Turek, Hamilton e Talarico sono candidati molto diversi fra loro.
Una sola cosa li accomuna: nessuno dei tre conduce la campagna semplicemente riproponendo il linguaggio e l’agenda del Partito democratico nazionale. Cercano, con modalità differenti, di ricostruire un rapporto con elettori che negli ultimi anni si sono allontanati dai Democratici o che democratici non sono mai stati.
È forse il filo politico più interessante che unisce queste tre competizioni: per tornare maggioranza al Senato, ai Democratici non basta mobilitare meglio l’America che già li vota. Devono tornare competitivi anche in una parte dell’America che li ha abbandonati.
E Iowa, Kansas e Texas stanno diventando tre laboratori diversi di questo tentativo.
Iowa: riportare tutto all’economia
Ne avevamo parlato all’indomani delle primarie, quando la situazione sembrava molto più chiara.
Ashley Hinson avrebbe dovuto essere una delle candidate repubblicane più difficili da mettere in difficoltà. Deputata al Congresso, conosciuta nello Stato, sostenuta dal partito nazionale, sufficientemente vicina a Trump per non avere problemi con la base ma con un profilo abbastanza istituzionale da poter parlare anche agli elettori moderati.
Certo, pesava la consapevolezza della difficoltà di raccogliere il consenso e l’eredità politica di una vera e propria istituzione dello Stato, Sen. Joni Ernst che ha lasciato la politica dopo due mandati. Ma l’esito sembrava garantito.
Dall’altra parte Josh Turek sembrava quasi costruito per una bella campagna destinata a perdere.
Deputato statale, campione paralimpico di basket in carrozzina, una storia personale straordinaria ma una notorietà inizialmente molto limitata fuori dall’Iowa.
È successo invece qualcosa di diverso.
Turek ha trasformato la propria biografia nello strumento attraverso il quale parlare di sanità, disabilità, famiglie e difficoltà economiche. Soprattutto, ha accuratamente evitato di presentare la propria candidatura come il tentativo di riportare l’Iowa a sinistra.
Il suo messaggio è quasi opposto: non occorre essere progressisti, e neppure considerarsi democratici, per pensare che qualcosa non stia funzionando.
L’Iowa è stato uno degli Stati nei quali la trasformazione trumpiana dell’elettorato del Midwest ha funzionato meglio. Trump lo ha vinto tre volte e nel 2024 lo ha conquistato con tredici punti di vantaggio.
Eppure, oggi la corsa per il Senato è sostanzialmente alla pari.
Le rilevazioni di settembre sono insolitamente divergenti, anche con scarti rilevanti, mentre la media delle rilevazioni si attesta attorno alla parità.
E’ già questo un fatto politico: in uno Stato vinto nettamente da Trump, il seggio aperto al Senato non può più essere considerato automaticamente repubblicano.
Turek sta provando a ottenere questo risultato riportando continuamente la campagna sui problemi quotidiani.
Costo della vita, sanità, agricoltura, conseguenze delle tariffe, prezzo dell’energia. Persino la guerra con l’Iran è entrata nella competizione attraverso questo filtro. Hinson ha protestato contro gli aumenti dei prezzi prodotti dal conflitto; Turek le ha ricordato di avere votato contro una risoluzione che avrebbe limitato i poteri presidenziali in materia di guerra.
La contraddizione che il candidato DEM cerca di mettere in scena è semplice: non si possono sostenere tutte le scelte dell’amministrazione e poi prendere le distanze dalle loro conseguenze quando diventano impopolari.
Hinson lo ha capito. Nelle ultime settimane ha riportato con decisione la propria campagna sull’economia, presentando un piano specifico sul costo della vita.
È forse il segnale più interessante della competizione. Non è più soltanto Turek che deve dimostrare di poter rendere competitivo l’Iowa. È Hinson che deve spiegare perché, dopo due anni di governo repubblicano a Washington, la vita degli elettori non è diventata migliore.
Ed è qui che emerge il primo dei tre possibili modelli democratici.
Turek non tenta di ricostruire il vecchio Partito democratico dell’Iowa né di importare nello Stato il progressismo delle coste. Propone piuttosto una sorta di nuovo populismo del Midwest: lavoro, sanità, famiglie, comunità rurali, concentrazione economica. E prova a parlare contemporaneamente agli elettori democratici e a quella classe lavoratrice bianca e rurale che negli ultimi dieci anni è diventata uno dei pilastri del trumpismo.
La mia previsione oggi: corsa alla pari, con un margine leggermente favorevole a Hinson per la natura repubblicana dello Stato.
Kansas: un pastore metodista contro la macchina repubblicana
Anche il Kansas sembrava una partita chiusa e, invece, la storia è ancora più sorprendente
Qui il candidato democratico è un pastore metodista.
Adam Hamilton ha fondato la Church of the Resurrection, diventata la più grande congregazione metodista degli Stati Uniti. Per decenni ha predicato davanti a migliaia di persone, molte delle quali repubblicane. Ha scritto libri, costruito una presenza pubblica nazionale e sviluppato un linguaggio politico difficilmente assimilabile a quello della sinistra americana.
Hamilton può parlare di inclusione e diritti civili e, poche frasi dopo, di responsabilità individuale, debito pubblico, fede e comunità.
È precisamente ciò che rende la sua candidatura insidiosa per Sen. Roger Marshall, l’incumbent GOP alla ricerca del suo secondo mandato.
La campagna repubblicana ha provato a trasformare proprio la religione nel terreno dello scontro. Sen. Marshall definisce Hamilton troppo “woke” per il Kansas. Sen. Ted Cruz (TX-2012) ha attaccato un vecchio sermone nel quale Hamilton aveva discusso della possibilità della salvezza anche per chi non è cristiano. Altri messaggi repubblicani hanno utilizzato le aperture della sua chiesa verso la comunità LGBTQ.
Hamilton ha risposto senza arretrare sul terreno religioso. Se Gesù fosse qui oggi, ha ironizzato, probabilmente Sen. Roger Marshall definirebbe “woke” anche lui.
Ma sarebbe un errore ridurre la competizione a questo curioso duello teologico.
Hamilton sta tentando un’operazione politicamente molto più ambiziosa: separare il conservatorismo del Kansas dal trumpismo nazionale.
Lo fa sulle tariffe, ricordandone gli effetti sugli agricoltori e sull’industria aeronautica di Wichita. Lo fa sulla sanità rurale. Lo fa sulla guerra. E prova persino ad attaccare i Repubblicani da destra sul debito federale.
Il primo dibattito tra i due ha mostrato quanto la strategia possa essere insidiosa per Sen. Marshall. In alcuni momenti il senatore repubblicano è stato contestato mentre difendeva l’amministrazione Trump.
Hamilton, invece, cerca continuamente di riportare la discussione sul Kansas.
In fondo la sua domanda agli elettori non è molto diversa da quella posta da Turek in Iowa: non vi chiedo di diventare democratici. Vi chiedo se questo Partito repubblicano rappresenti ancora quello che pensate.
Esiste già un precedente importante.
Laura Kelly ha conquistato nel 2018 e conservato il governatorato nel 2022 costruendo una coalizione fatta di Democratici, indipendenti, sobborghi di Kansas City e una quota decisiva di repubblicani moderati.
Hamilton deve fare la stessa cosa su scala federale.
Se Turek prova a recuperare l’elettorato GOP attraverso l’economia, Hamilton cerca di conquistare il centro attraverso una lingua culturale che i Democratici nazionali utilizzano sempre meno: fede, comunità, moderazione, responsabilità fiscale.
Hamilton non è la versione moderata del progressismo democratico.
È qualcosa di culturalmente diverso.
Condivide con i Democratici molte posizioni sui diritti, sulla sanità e sulla protezione sociale, ma arriva a quelle conclusioni attraverso un’altra lingua.
Se la sinistra socialista parla di disuguaglianze e rapporti di potere, Hamilton parla di responsabilità verso il prossimo. Se il progressismo delle due coste parla di identità e inclusione, lui parla di dignità e compassione. Se il mainstream democratico tratta la religione come una dimensione privata, Hamilton riporta esplicitamente la fede nello spazio pubblico. Non per convertire gli elettori, ma per contendere alla destra religiosa l’idea che esista una sola traduzione politica possibile del cristianesimo.
È forse questa la vera originalità della candidatura Hamilton.
Non chiede al Kansas di avvicinarsi culturalmente al Partito democratico nazionale; prova a fare l’operazione inversa, traducendo alcune politiche democratiche nella cultura politica del Kansas.
In questo senso la sua campagna pone ai Democratici una questione che va molto oltre questo seggio: per riconquistare una parte dell’America perduta devono convincere quegli elettori ad adottare il linguaggio culturale del partito, oppure possono tornare a parlare linguaggi diversi — religiosi, comunitari, rurali, moderati — mantenendo alcuni obiettivi politici comuni?
Resta una sfida difficilissima. La struttura politica dello Stato continua a essere nettamente repubblicana e Sen. Marshall è un senatore uscente.
Ma anche qui è cambiata la domanda. Non ci si chiede più se Hamilton possa evitare una sconfitta a doppia cifra. Ci si chiede fino a dove possa spingersi.
Le poche rilevazioni disponibili consigliano prudenza, ma descrivono una gara sorprendentemente ravvicinata.
Per uno Stato che non elegge un democratico al Senato da quasi un secolo è già una notizia politica.
La mia previsione oggi: leggero vantaggio repubblicano, ma Kansas pienamente competitivo,
Texas: il seggio che il GOP non pensava di dover difendere
Poi c’è il Texas.
Ed è qui che il problema per i Repubblicani assume dimensioni completamente diverse.
Il Texas non avrebbe dovuto essere un battleground. Avrebbe dovuto rappresentare una delle fondamenta sulle quali costruire la maggioranza repubblicana al Senato.
La vittoria di Ken Paxton nelle primarie contro Sen. John Cornyn ha cambiato tutto.
Paxton era il candidato preferito da Trump e dalla base MAGA. Ha sconfitto uno dei senatori repubblicani più esperti, trasformando la primaria in un referendum sul vecchio establishment del partito.
Ma vincere una primaria e vincere il Texas non sono necessariamente la stessa cosa.
Paxton porta nella general election una lunga storia di controversie politiche, personali e giudiziarie. È stato messo sotto impeachment dalla Camera del Texas, a maggioranza repubblicana, e successivamente assolto dal Senato statale. È amatissimo dalla componente più trumpiana del partito, molto meno dai moderati e da una parte del vecchio establishment repubblicano texano.
Di fronte c’è James Talarico, probabilmente uno dei candidati democratici più interessanti di questo ciclo elettorale.
Trentasette anni, ex insegnante, studente di seminario presbiteriano, Talarico non nasconde le proprie posizioni progressiste. Ma le racconta attraverso un linguaggio molto diverso da quello abitualmente associato alla sinistra nazionale.
Parla continuamente di fede, dignità del lavoro, concentrazione della ricchezza e costo della vita.
Anche qui – come in Kansas – la religione è diventata terreno di battaglia.
I Repubblicani continuano a ricordare una sua vecchia affermazione secondo cui Dio sarebbe “non binario”. Talarico non cerca di cancellarla. Risponde con le Scritture, parla di cristianesimo e prova a rovesciare contro la destra religiosa l’accusa di avere trasformato la fede in uno strumento politico.
Ma la vera battaglia del Texas si combatte altrove.
Nei suburbs delle grandi città e tra gli elettori ispanici.
Trump aveva ottenuto nel 2024 risultati straordinari lungo il confine con il Messico, conquistando contee che per generazioni avevano votato democratico.
È stata una delle trasformazioni più importanti della geografia elettorale americana.
Talarico non deve necessariamente cancellarla. Gli basta recuperarne una parte.
Sta quindi attraversando il South Texas con un messaggio calibrato: riconosce che i Repubblicani hanno ridotto gli attraversamenti illegali della frontiera, ma sostiene che non abbiano mantenuto le promesse economiche fatte alle famiglie che hanno votato GOP.
Parallelamente deve continuare la crescita democratica nei grandi sobborghi di Dallas, Houston, Austin e San Antonio.
È qui che Paxton presenta il problema maggiore per il GOP.
Un candidato capace di massimizzare il voto MAGA può contemporaneamente perdere una parte degli elettori moderati che permettono ai Repubblicani di conservare il vantaggio statewide.
I sondaggi spiegano perché sia scattato l’allarme.
Le rilevazioni di settembre hanno visto tutte Talarico davanti a Paxton. I margini sono molto diversi — da uno a sei punti — ma la media è arrivata a circa tre punti a favore del candidato DEM.
Paxton stesso ha definito la sua elezione “sul filo del rasoio”.
E il livello dell’allarme si misura soprattutto in dollari. Le organizzazioni repubblicane nazionali stanno impegnando somme enormi per difendere un seggio che fino a pochi mesi fa non avrebbe dovuto assorbire risorse di questa dimensione.
Ed è il terzo laboratorio democratico.
Talarico è diverso sia da Hamilton sia da Turek. Non arretra sulle proprie posizioni progressiste e non cerca di presentarsi come un centrista. Prova invece a cambiare il modo di raccontarle: fede anziché guerra culturale, lavoro e concentrazione della ricchezza anziché categorie ideologiche, costo della vita anziché identità politica.
È forse l’esperimento più ambizioso dei tre: verificare se un Democratico chiaramente progressista possa essere culturalmente comprensibile anche a elettori che progressisti non sono.
Previsione provvisoria oggi: puro battleground. Il GOP può ancora difendere il Texas, ma una vittoria di Talarico non sarebbe una sorpresa.
Tre Stati rossi, ma soprattutto tre esperimenti democratici
È qui che Iowa, Kansas e Texas diventano una sola storia.
Non sono tre Stati diventati democratici.
Sono tre Stati repubblicani nei quali candidati democratici molto diversi tra loro stanno cercando di separare almeno una parte dell’elettorato dal Partito repubblicano nazionale.
Turek lo fa attraverso un populismo economico del Midwest.
Hamilton attraverso un conservatorismo comunitario, religioso e moderato.
Talarico attraverso una combinazione molto particolare di progressismo economico, linguaggio religioso e attenzione al nuovo elettorato ispanico e suburbano del Texas.
Sono tre strade diverse, ma partono dalla stessa constatazione.
Negli ultimi quindici anni i Democratici hanno progressivamente rafforzato la propria presenza nelle grandi città, tra gli elettori con istruzione universitaria e in una parte crescente dei suburbs. Contemporaneamente hanno perso terreno nell’America rurale, tra gli elettori senza laurea e in settori della classe lavoratrice; nel 2024 hanno scoperto che persino una parte del voto ispanico non poteva più essere considerata automaticamente acquisita.
Se vogliono tornare a costruire maggioranze nazionali più larghe, devono trovare un modo per parlare anche a quell’America.
Iowa, Kansas e Texas mostrano tre possibili tentativi.
Non è il dibattito nazionale se il Partito democratico debba spostarsi verso il centro o verso sinistra.
La questione è più profonda: costruire candidati capaci di partire dalla cultura politica del proprio Stato anziché dal linguaggio politico di Washington.
La lezione che i DEM stanno sperimentando è che per tornare competitivi nell’America rossa non serve trovare un unico messaggio nazionale. Serve trovare candidati capaci di tradurre alcuni temi comuni — lavoro, sanità, costo della vita, comunità, disuguaglianze — dentro culture politiche profondamente diverse.
C’è infine un effetto immediato sulla battaglia per il Senato.
Se il GOP fosse certo di Iowa, Kansas e Texas, potrebbe concentrare quasi tutte le proprie risorse offensive sugli Stati nei quali i DEM sono vulnerabili e quelle difensive su Alaska, Maine e Ohio.
Non può farlo.
Deve difendere contemporaneamente territori che Trump ha vinto, candidati che la propria base ha scelto e una maggioranza al Senato che sembrava molto più semplice da conservare all’inizio del ciclo elettorale.
E ogni milione speso per difendere il Texas o l’Iowa è un milione che non può essere utilizzato in Michigan, Maine, Ohio o negli altri battleground.
Naturalmente Iowa, Kansas e Texas conservano caratteristiche politiche molto differenti, ma la trasformazione della mappa è già avvenuta.
Tre Stati che avrebbero dovuto costituire la retrovia sicura del Partito repubblicano sono diventati parte del campo di battaglia sul quale si deciderà il controllo del Senato.
È questo, a poche settimane dal voto, il dato politicamente più importante.
In Iowa, Kansas e Texas, per il GOP, perdere non è più impossibile.
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