Cronaca

I custodi di Antonello: tra Entrapment e Quo Vado?

Il furto di Ferragosto al Museo regionale di Messina si spiega meno con basista e committente che con il modello di custodia: una sola persona vende biglietti, accoglie il pubblico e sorveglia le sale, senza formazione e con organici al minimo.

18 Agosto 2026

Il furto è durato tra i due e i tre minuti. Nel Museo regionale di Messina, la sera del 15 agosto, erano in servizio quattro custodi del turno 19.30-7.30. Due uomini con il casco integrale e la maglietta nera hanno forzato una porta laterale, hanno raggiunto la sala, hanno spaccato le teche e portato via quattro opere di Antonello da Messina: tre delle cinque tavole superstiti del Polittico di San Gregorio e la tavoletta bifronte con la Madonna e il Cristo in pietà. Altri due li aspettavano fuori. Due delle tavole sono ricomparse poco dopo su un muretto lungo il viale Annunziata, abbandonate durante la fuga. A notarle è stata una famiglia di passanti, che ha chiamato il 112. L’allarme del museo risulta scattato dopo quella telefonata.

La direzione del museo ha dichiarato che allarme e videosorveglianza erano perfettamente funzionanti. I testimoni che si sono fermati davanti alle tavole abbandonate non hanno sentito sirene. Nessun movimento, nessun segnale, silenzio. Le due versioni possono stare insieme, perché un impianto funziona perfettamente e non serve a niente, se nessuno guarda i monitor a cui è collegato. Quella sera, mentre i ladri lavoravano, in città passava la processione della Vara, il carro votivo dell’Assunta che ogni Ferragosto raccoglie migliaia di persone e impegna le forze dell’ordine. Si sussurra che i custodi la stessero seguendo in televisione.

La cronaca ci interessa il giusto; ci è utile però a segnalare un problema che non riguarda Messina soltanto. Chi custodisce le opere nei musei pubblici italiani porta un nome burocratico: assistente alla fruizione, accoglienza e vigilanza. AFAV nella dizione ministeriale, operatore dei servizi di custodia e accoglienza in quella regionale siciliana. Un solo profilo di mansione che accorpa per contratto la vendita dei biglietti, l’informazione al pubblico anche in lingua straniera, la sorveglianza in sala, il controllo della strumentazione di sicurezza. Inquadramento basso, nessuna competenza di security richiesta al momento dell’assunzione.

La stessa persona che stacca i biglietti la mattina siede davanti ai monitor in un altro turno. Il contratto tratta le due mansioni come intercambiabili, quindi non la prepara per nessuna delle due. In venticinque anni tra cantieri, siti archeologici e palazzi storici ho visto questo profilo all’opera dappertutto. La regola è la presenza e l’apertura al pubblico: esserci, tenere aperto. La sorveglianza attiva resta un’eccezione, affidata al singolo che ci mette del suo.

A nessuno hanno insegnato a leggere un flusso di visitatori come un rischio, a tenere gli occhi su una griglia di monitor per otto ore di turno, ad affrontare il caso raro con la giusta prontezza, con un protocollo adeguato. A quella persona lo Stato ha chiesto di stare in una stanza e di essere gentile con il pubblico. Poi le ha affidato beni dal valore inestimabile senza che ne avesse piena coscienza.

Chi gestisce questo personale lavora dentro una morsa. Da una parte le norme sulla sicurezza del lavoratore, sacrosante, che regolano turni, carichi, esposizione al rischio. Dall’altra un’esigenza di protezione del bene che quelle norme non contemplano, perché nascono per tutelare chi lavora. Una tavola del Quattrocento minacciata da una banda con i caschi non rientra nel loro orizzonte. Il conflitto si risolve sempre allo stesso modo: si garantisce la presenza formale, si rinuncia alla vigilanza reale. Tutti sanno, peraltro, che gli organici sono erosi, i pensionamenti non rimpiazzati, i turni coperti a fatica. Un museo tenuto aperto con il personale ridotto al minimo espone le opere e non le custodisce. Peggiora la situazione il fatto che il personale residuo non abbia la minima preparazione sulla security. Molto spesso, nemmeno sulle relazioni con il pubblico. Ora ci sono anche dei giovani che danno speranza, parlano le lingue, sanno interagire coi visitatori ma hanno le stesse carenze – di origine sistemica – in relazione alla vigilanza, in merito all’appetibilità perversa delle opere, al contesto culturale in cui quelle opere sono custodite.

C’è un modo comodo di raccontare un furto come questo: quello del cinema. La banda specializzata, il basista interno, il committente misterioso, il mercante che ordina il colpo. Entrapment. Gli inquirenti battono la pista della commissione perché opere così sono invendibili sul mercato aperto. Hanno ragione a farlo. Ma la trama da romanzo rischia di coprire il dato più povero e più vero. Il colpo è riuscito perché nessuno stava davvero guardando, senza bisogno di un piano geniale. Due minuti, una porta laterale, una città che guardava altrove. Quo Vado?

Un vincolo di tutela, una teca blindata, un impianto d’allarme certificato valgono poco quando l’ultimo anello della catena è una persona sola, sottopagata, spostata ogni giorno da un compito all’altro, a cui è stato chiesto di custodire capolavori senza che nessuno le abbia mai spiegato come si fa. La tutela dei beni culturali in Italia si racconta come una faccenda di leggi e di restauri. Passa, invece, per chi sta in sala il 15 agosto, mentre fuori sfila la Vara. Due delle quattro opere sono tornate quasi subito, mollate dai ladri su un muretto e viste da una famiglia che risaliva dal mare. Le altre due non si trovano. Del furto in casa propria, il museo si è accorto grazie alla telefonata di due passanti.

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