Risparmio
Risparmio, italiani più prudenti: cresce l’avversione al rischio
L’Indagine Intesa Sanpaolo-Centro Einaudi fotografa le scelte finanziarie delle famiglie: il 56% riesce a risparmiare, ma aumenta la cautela. La tecnologia entra nella gestione del denaro, senza sostituire il rapporto con la banca
Più della metà degli italiani continua a risparmiare, ma lo fa con maggiore cautela rispetto al passato. È quanto emerge dall’Indagine sul Risparmio e sulle scelte finanziarie degli italiani 2026, realizzata da Intesa Sanpaolo e Centro Einaudi e presentata il 15 settembre. La ricerca, condotta su un campione di 1.800 capifamiglia titolari di un conto corrente, analizza comportamenti, opinioni e scelte delle famiglie italiane in materia di risparmio e investimenti. L’edizione di quest’anno è accompagnata da un focus specifico sul rapporto tra risparmiatori e tecnologia, realizzato attraverso un sovracampionamento di 300 individui.
Secondo l’indagine, il 56% degli intervistati è riuscito a risparmiare nel corso dell’anno, una quota in lieve calo rispetto al 58% del 2025. La propensione media al risparmio si attesta all’11,9% del reddito disponibile, in linea con l’anno precedente. Risparmiano più della media i laureati, che accantonano il 14,9% del reddito, e soprattutto i lavoratori indipendenti, con una quota vicina al 20%.
Per il 28% del campione risparmiare è considerato indispensabile, un valore vicino ai massimi registrati dalla serie storica. La motivazione principale resta quella precauzionale, indicata dal 40% degli intervistati. Seguono pensione e casa, entrambe al 19%, e i figli, all’11%. Cresce, seppure ancora su livelli contenuti, la quota di chi mette da parte denaro con l’obiettivo di investirlo: è il 6%, al di sopra dei livelli precedenti alla pandemia.
Sul fronte della situazione economica personale, l’84% degli intervistati dichiara di essere finanziariamente indipendente. Il dato presenta però differenze significative per età e genere: l’indipendenza riguarda l’86% degli uomini e l’82% delle donne, mentre tra i giovani tra i 18 e i 24 anni scende al 47%. Tra i 55-64enni raggiunge invece l’88%. Il 52% del campione si dichiara soddisfatto del reddito corrente, ma le aspettative sul futuro risultano più contenute: soltanto il 34% ritiene che nei prossimi dieci anni avrà un reddito sufficiente.
Aumenta l’avversione al rischio
Il quadro che emerge dall’indagine è quello di risparmiatori sempre più prudenti. Nel 2026 il ratio di avversione al rischio raggiunge quota 33,6, il valore più elevato della serie storica. L’indicatore misura il rapporto tra chi dichiara di non essere disposto a correre rischi negli investimenti finanziari e chi invece si dichiara disposto a farlo. Nel 2017 era pari a 8,1, era salito a 15,1 nel 2024 e a 20,5 nel 2025.
A mostrare la maggiore cautela sono soprattutto i più giovani: tra i 18 e i 24 anni il rapporto arriva a 84 intervistati contrari al rischio per ogni investitore favorevole. L’indagine riconduce questo atteggiamento alla sovrapposizione di diversi shock vissuti durante gli anni della formazione, dalla pandemia all’inflazione fino alle crisi geopolitiche. Anche le differenze di genere sono marcate: il ratio di avversione al rischio è pari a 41,9 tra le donne contro 27,6 tra gli uomini. I valori più elevati riguardano invece disoccupati e persone con livelli di istruzione più bassi, rispettivamente a 113,9 e 111,4.
La crescente incertezza si riflette anche nelle preferenze per la liquidità. Nel 2019 il 62,2% dei risparmiatori indicava la tutela del capitale come priorità; nel 2026 la quota scende per la prima volta sotto la maggioranza assoluta, al 48,8%. Sale invece al 18,7% l’orientamento verso gli strumenti liquidi. L’indagine sottolinea come l’esperienza dell’inflazione abbia mostrato ai risparmiatori il rischio di lasciare il denaro fermo sui conti correnti, con una conseguente perdita di potere d’acquisto.
Resta inoltre un problema di diversificazione: quasi il 72% di chi investe dispone di portafogli scarsamente o per nulla diversificati. A questo si aggiunge un livello di alfabetizzazione finanziaria ancora fragile. Soltanto il 36% degli intervistati sa, per esempio, che un fondo azionario è meno rischioso di una singola azione. La valutazione del rischio rappresenta la principale difficoltà percepita nel processo di investimento, indicata dal 50,3% del campione, seguita dal momento in cui investire (41,2%), dalla scelta dell’asset allocation (31,3%) e da quella degli strumenti (29,4%).
In questo scenario il gestore della banca si conferma il consigliere ritenuto più affidabile, con il 47%. Cresce anche il ricorso a consulenti indipendenti e private banker, passati dal 10% circa del 2024 al 16%, mentre il fai-da-te continua a rappresentare un’opzione rilevante per il 24% degli intervistati.
Obbligazioni e fondi, investimenti ancora preferiti
Nel 2026 il 23,5% degli intervistati possiede obbligazioni, che rappresentano in media il 26,6% dei portafogli. Il rapporto tra acquirenti e venditori è pari a 2, mentre il rapporto di soddisfazione arriva a 4,9. Restano però alcuni timori legati alle perdite registrate nel 2022: il 43% degli investitori teme ancora una perdita nel caso di vendita anticipata e il 40% non si considera protetto dall’inflazione.
Più contenuta è la partecipazione al mercato azionario. Il 45% degli intervistati dichiara di conoscere le azioni, ma appena il 7,8% le ha detenute negli ultimi cinque anni. Tra chi investe, tuttavia, il livello di soddisfazione è elevato, con un ratio pari a 8,5. A frenare l’accesso a questo mercato sono soprattutto la percezione del rischio di perdita del capitale, indicata dal 78,5%, e la mancanza di esperienza, al 60,9%.
Gli strumenti di risparmio gestito sono posseduti dal 25-30% del campione, una quota ormai vicina a quella dei detentori di obbligazioni. Il dato italiano rimane però inferiore a quello di molti altri Paesi europei, dove i fondi rappresentano il 40-50% della ricchezza finanziaria. Il risparmio gestito registra il livello di soddisfazione più elevato dell’indagine, con un ratio di 12,5, mentre il rapporto tra sottoscrizioni e riscatti sale a 4,77. Crescono anche, seppure lentamente, gli ETF a basso costo, soprattutto tra i 25 e i 34 anni.
La casa resta il principale patrimonio delle famiglie
La casa continua a rappresentare il fulcro della ricchezza familiare italiana. Il patrimonio immobiliare pesa per circa due terzi del patrimonio medio, stimato in circa 320mila euro, e il 79% degli intervistati vive in un’abitazione di proprietà.
Il mercato immobiliare mostra segnali di tenuta: nel 2025 le compravendite hanno raggiunto circa 767mila unità, pari al 97,5% dei livelli precedenti alla crisi del 2008. La domanda potenziale stimata dall’indagine per il prossimo biennio resta intorno a 1,5 milioni di transazioni, ma soltanto il 13,7% degli acquisti dovrebbe concretizzarsi entro dodici mesi.
L’immobile continua a essere percepito come un investimento sicuro dal 66% del campione, ma il dato è in diminuzione per il secondo anno consecutivo: era al 72,6% nel 2024 e al 67,5% nel 2025. Emerge così una concezione dell’immobile sempre più “duale”, considerato sia un patrimonio da trasferire sia uno strumento di protezione lungo il ciclo della vita. Il 23,5% degli intervistati apprezza, in particolare, la possibilità di utilizzare la casa per integrare il reddito durante la vecchiaia, mentre solo il 5% sarebbe disposto a vendere la nuda proprietà.
Previdenza complementare e assicurazioni ancora poco diffuse
La previdenza pubblica continua a raccogliere la fiducia delle famiglie. Il saldo tra ottimisti e pessimisti rispetto al reddito disponibile a 65-70 anni resta positivo, al 34,5%, anche se in calo. Sale inoltre dal 70,5% al 79,6% tra il 2025 e il 2026 il tasso di sostituzione atteso tra pensione e reddito corrente.
La previdenza complementare rimane invece stabile al 22% del campione. Oltre due terzi degli aderenti conferiscono il TFR, mentre il 68,7% non conosce i vantaggi fiscali della contribuzione volontaria. Tra chi non aderisce a una forma di previdenza integrativa, poco meno del 30% indica nella mancanza di liquidità il principale ostacolo.
Anche il ricorso alle assicurazioni rimane limitato. Le polizze vita coprono il 26,7% del campione, quelle sanitarie il 16,9% e le coperture long-term care il 13,9%. Secondo l’indagine esiste una domanda potenziale, ma le assicurazioni non sono ancora percepite in modo diffuso come uno strumento essenziale per la protezione del patrimonio e della stabilità familiare.
Digitale, gli italiani restano prudenti
Il rapporto tra risparmio e tecnologia costituisce il principale focus dell’edizione 2026. Il quadro che emerge è fortemente polarizzato: il 28,2% degli intervistati non utilizza internet, mentre il 27,9% lo utilizza in modo pienamente integrato nelle proprie attività. Età, istruzione e reddito rappresentano le principali variabili che distinguono i due gruppi. Tra i 18 e i 44 anni la quota degli utilizzatori intensivi arriva al 38,8%, mentre tra i laureati raggiunge il 40,2%.
Quando si tratta di gestire concretamente il denaro, però, la filiale mantiene un ruolo centrale. Il 58,1% del campione opera prevalentemente allo sportello, il 26,5% utilizza un modello misto e appena il 12,8% gestisce principalmente le proprie operazioni attraverso un’app mobile.
La fiducia rappresenta il principale elemento di distinzione nel rapporto con gli strumenti digitali. Circa un terzo degli intervistati dichiara di non fidarsi affatto e soltanto uno su cento afferma di fidarsi “molto”. La preoccupazione più diffusa riguarda la sicurezza: il rischio di truffe e la protezione dei dati sono indicati dal 76,5% del campione, davanti alla paura di perdere il controllo, al 45,1%. Un quarto degli intervistati ha inoltre avuto un’esperienza diretta o indiretta di truffe online.
Le funzionalità digitali più apprezzate sono quelle che rafforzano la possibilità di controllo sulle proprie finanze. Le notifiche di spesa sono indicate da circa il 52% degli intervistati, mentre l’analisi predittiva basata sull’intelligenza artificiale è apprezzata dal 36%. Maggiore diffidenza emerge invece verso le tecnologie che riducono il ruolo attivo dell’utente: oltre il 60% considera troppo rischiosi gli assistenti vocali e circa l’87% si oppone ai sistemi completamente automatizzati basati sull’IA.
Gli strumenti finanziari più recenti restano per ora marginali. Le criptovalute sono utilizzate come investimento da meno del 2% del campione e circa l’88% degli intervistati non le conosce o non è interessato. Crowdfunding e peer-to-peer lending sono ignorati da oltre l’80%, mentre euro digitale e stablecoin risultano ancora poco conosciuti. Anche il trading online rimane un fenomeno di nicchia: oltre il 96% non dispone di app dedicate. Per conoscere nuovi strumenti finanziari, il riferimento principale resta il consulente in filiale, indicato dal 69% degli intervistati; social network, influencer e recensioni hanno invece un peso marginale.
L’indagine distingue infine tra risparmiatori “digitali”, pari al 41,9%, e “analogici”, pari al 58,1%, sulla base della disinvoltura dichiarata nell’utilizzo degli strumenti online per la gestione del risparmio. Un dato emerge in particolare: gli investitori definiti analogici risultano più presenti nei mercati organizzati. Possiedono fondi nel 21,7% dei casi contro il 16,7% dei digitali, gestioni nell’11,5% contro l’8,2% e ETF nel 4,6% contro il 2,7%. La maggiore familiarità con la tecnologia, quindi, non coincide necessariamente con una maggiore partecipazione ai mercati finanziari.
Nel complesso, l’indagine descrive un sistema finanziario ancora ibrido, nel quale strumenti digitali e rapporto con la banca tradizionale sono destinati a convivere. La tecnologia viene utilizzata soprattutto come supporto operativo, mentre nelle decisioni finanziarie più rilevanti rimane centrale la supervisione umana. Sicurezza, chiarezza, assistenza e inclusione emergono come condizioni considerate necessarie perché l’innovazione digitale venga percepita come un effettivo miglioramento nella gestione del denaro.
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