Parlamento
Quando la politica era confronto: l’epistolario di Vincenzo Carollo
Attraverso un ricco epistolario, Giuseppe Spallino ricostruisce la figura di Vincenzo Carollo, protagonista della Prima Repubblica. Un libro che racconta la politica come servizio e offre uno sguardo sulla storia della Sicilia e dell’Italia del dopoguerra.
Ci sono libri che raccontano una vita e altri che, attraverso una vita, raccontano un’intera stagione della storia italiana. Non un “magliaro” del potere. Epistolario di Vincenzo Carollo, curato da Giuseppe Spallino e pubblicato da Edizioni Arianna, appartiene senza dubbio alla seconda categoria.
Il volume non è una biografia tradizionale né una semplice raccolta di lettere. È piuttosto un itinerario nella storia della Prima Repubblica attraverso la voce di uno dei protagonisti della politica siciliana del secondo dopoguerra. Vincenzo Carollo, sindaco di Castelbuono, deputato regionale, presidente del gruppo parlamentare della Democrazia Cristiana all’Assemblea Regionale Siciliana, assessore, presidente della Regione e successivamente senatore della Repubblica, emerge dalle pagine del libro come un uomo delle istituzioni prima ancora che un uomo di partito.
Giuseppe Spallino costruisce il racconto affidandosi soprattutto all’epistolario conservato dalla famiglia Carollo. È una scelta metodologica felice, perché restituisce al lettore la politica nella sua dimensione più autentica: quella del confronto, del dubbio, della riflessione e della ricerca di soluzioni. Le lettere non servono a celebrare il personaggio, ma diventano documenti storici che consentono di ricostruire il clima politico di oltre trent’anni della vita repubblicana.
Sfilano così, non come semplici comparse ma come interlocutori, alcuni dei protagonisti della storia italiana: Giuseppe Alessi, Amintore Fanfani, Pietro Nenni, Enrico Mattei, Mario Scelba, Aldo Moro, Arnaldo Forlani, Emilio Colombo, Benigno Zaccagnini, Flaminio Piccoli, Tina Anselmi, Ciriaco De Mita e Sergio Mattarella. Ma il vero protagonista resta Carollo, osservato nel vivo della sua attività politica, lontano dalle semplificazioni che spesso accompagnano il giudizio sulla classe dirigente della Prima Repubblica.
Il titolo del volume è già una dichiarazione d’intenti. Definire Carollo “non un magliaro del potere” significa sottrarlo a quella rappresentazione della politica come mera ricerca di incarichi e privilegi. Dalle lettere emerge invece un amministratore profondamente convinto che il potere abbia senso solo se esercitato come servizio. Non un uomo immune dagli errori o dalle sconfitte, ma un politico che interpreta il mandato pubblico come responsabilità verso la Sicilia e verso il Mezzogiorno.
Uno degli aspetti più interessanti del libro è proprio la ricostruzione della politica meridionalista. Le pagine dedicate ai rapporti con Enrico Mattei, alla difesa dell’intervento pubblico nell’economia, alle battaglie per l’applicazione dell’articolo 38 dello Statuto siciliano e alle richieste di investimenti per l’Isola mostrano quanto la questione meridionale fosse centrale nell’agenda della classe dirigente democristiana degli anni Cinquanta e Sessanta. Una sensibilità che, come osserva Spallino, sembra essersi progressivamente affievolita nel corso dei decenni successivi.
Di particolare interesse è anche la ricostruzione del travagliato passaggio politico rappresentato dal milazzismo. Carollo vi compare come uno dei più convinti oppositori dell’esperienza guidata da Silvio Milazzo, scelta che segnerà definitivamente il suo posizionamento nell’area fanfaniana della Democrazia Cristiana. Ma il libro evita accuratamente ogni lettura agiografica: vengono raccontate anche le sconfitte, le incomprensioni e le amarezze che accompagnarono la parte finale della sua carriera politica.
Le pagine dedicate al rapporto con Aldo Moro sono forse tra le più significative. L’ultimo scambio epistolare tra i due precede di un anno il rapimento e l’assassinio dello statista pugliese da parte delle Brigate Rosse. È un dettaglio che acquista un forte valore simbolico: sembra chiudersi, insieme alla vicenda personale di Moro, un’intera stagione della politica italiana.
L’opera offre inoltre uno spaccato prezioso sulla cultura politica di Vincenzo Carollo. Colpisce il costante richiamo a Benedetto Croce, che rappresenta il suo primo riferimento ideale, e la critica al qualunquismo, considerato una minaccia permanente per la democrazia rappresentativa. Temi che conservano una sorprendente attualità in un tempo segnato dalla diffusione del populismo e dalla crescente sfiducia nelle istituzioni.
Il merito maggiore di Giuseppe Spallino consiste nell’aver evitato la tentazione dell’agiografia. L’autore non costruisce un monumento alla memoria di Carollo, ma restituisce al lettore la complessità di una figura politica attraverso le fonti documentarie. Le lettere diventano così strumenti di conoscenza storica e consentono di comprendere dall’interno i meccanismi della Democrazia Cristiana, le dinamiche tra le correnti, il rapporto tra politica nazionale e regionale e le trasformazioni dell’Italia repubblicana.
Non un “magliaro” del potere è quindi molto più di un epistolario. È una riflessione sul significato della politica come servizio pubblico e, insieme, un contributo alla storia della Sicilia e della Prima Repubblica. In un’epoca in cui prevalgono giudizi sommari sulla classe dirigente del passato, il libro invita a fare ciò che insegnava Benedetto Croce: non trasformare la storia in un tribunale, ma studiarla con rigore, comprenderne le contraddizioni e riconoscere il valore delle testimonianze documentarie.
È un volume che interessa non soltanto gli studiosi della storia politica italiana, ma anche chi desidera comprendere come si formavano le decisioni pubbliche, quali ideali animavano una parte della classe dirigente del dopoguerra e perché la memoria di figure come Vincenzo Carollo rappresenti ancora oggi un patrimonio civile da preservare.
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