Partiti e politici
Antifascismo, un criterio senza padroni
Nasce liberale con Croce nel 1925, Eco lo descrive come trasversale ai totalitarismi, Levi lo rende un termometro del potere. Ridurlo a bandiera di partito lo lascia indifeso davanti a chi lo dichiara finito.
Quando Nello Musumeci ha detto, qualche giorno fa, che l’antifascismo è “da sempre la più grande industria per la sinistra” e ha separato i partigiani “veri” dall’antifascismo militante di oggi; quando lo ha indicato come“un’invenzione strumentale”, ha dato una definizione ombelicale di un principio che dovrebbe essere il terreno comune della convivenza civile. L’antifascismo non si esaurisce nel regime che lo ha prodotto e che è finito ottant’anni fa. Ridurlo a rito di appartenenza è l’equivoco con cui la destra normalizza i prodotti ideologici, senza età, del fascismo.
Una parte della confusione la porta chi l’antifascismo lo brandisce. La parola «fascista» circola come insulto adatto a ogni stagione, appiccicata all’avversario per zittirlo. L’abuso è reale e ha consumato il termine, al punto che dichiararsi antifascisti sembra a molti la posa di una parte contro l’altra. Recuperarne il significato richiede di toglierlo dalla trincea in cui è caduto.
Alla sua origine la parola non stava in nessuna trincea di partito. Il primo maggio 1925 Benedetto Croce firma il manifesto degli intellettuali antifascisti, in risposta a quello che Giovanni Gentile aveva pubblicato dieci giorni prima. Croce è un liberale, il maggiore filosofo dell’idealismo italiano, un senatore che al fascismo delle origini non era stato ostile. Antifascismo, in quella prima accezione, vuol dire difesa della libertà contro la pretesa dello Stato di assorbire in sé la coscienza dei cittadini, con la sua liturgia di ordine, gerarchia e disciplina. Nasce liberale, prima di essere qualunque altra cosa. Un dettaglio che al governo, tra un’intervista d’agosto e l’altra, non risulta.
Per sapere che cosa significhi essere contro il fascismo bisogna sapere che cosa il fascismo sia. Umberto Eco, nella conferenza tenuta alla Columbia University il 25 aprile 1995 distingue il regime storico, che non tornerà con le camicie nere e la marcia su Roma, da ciò che chiama Ur-Fascismo, il fascismo eterno. È una nebulosa di tratti ricorrenti a cui basta un solo elemento per addensarsi: il culto dell’azione che rende sospetta la cultura, il disaccordo trattato come tradimento, la paura del diverso, il capo che si proclama voce del popolo contro i “putridi” parlamenti. Eco aggiunge che quei tratti “sono tipici di altre forme di dispotismo o di fanatismo”. Non sono la proprietà di uno schieramento. Nello stesso saggio chiama totalitari il nazismo e lo stalinismo.
Se il fascismo è una tentazione, che ricorre più che un partito defunto, l’antifascismo è la vigilanza su quella tentazione ovunque compaia. È un criterio, prima di essere un’appartenenza. Chi lo riduce a bandiera della sinistra lo tradisce; chi lo dichiara scaduto fa anche di più: lo tratta come uno stigma invece che come una misura.
Che cosa quel criterio misuri lo aveva scritto Primo Levi nel 1974, sul Corriere della Sera: “Ogni tempo ha il suo fascismo”. Se ne notano i segni, aggiungeva, “dovunque la concentrazione di potere nega al cittadino la possibilità di esprimere ed attuare la sua volontà”, anche senza manganello, “negando o distorcendo l’informazione, inquinando la giustizia, paralizzando la scuola”. È un termometro che chiunque può appoggiare su qualunque governo, anche sul proprio.
In Italia quel criterio ha anche una forma giuridica. È la ragione per cui l’antifascismo non è un’opinione tra le altre. La Costituzione nasce contro il fascismo e lo mette per iscritto: la dodicesima disposizione transitoria vieta di riorganizzare, sotto qualsiasi forma, il disciolto partito fascista. È il patto firmato insieme da democristiani, liberali, azionisti e comunisti, cioè da tutti gli schieramenti che il fascismo aveva soppresso. Piero Calamandrei, che alla Carta lavorò da azionista, nel 1955 disse agli studenti dove cercarne le radici: “andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati”.
Chiamare l’antifascismo un’invenzione recente tocca il fondamento su cui poggia la Repubblica. A un’enormità del genere il centrosinistra non ha opposto quasi nulla. Ha lasciato correre, come si lascia correre l’offesa a un simbolo di cui ci si è stancati. In quel silenzio ha dato ragione a Musumeci: ha confermato di considerare l’antifascismo una cosa propria, un’insegna di parte buona da sventolare quando conviene. Una parola ridotta a insegna identitaria resta indifendibile davanti a chi la dichiara finita, perché ha smesso di misurare e serve solo a separare i nostri dai loro. Giuliano Ferrara ha sentito l’obbligo, dalle pagine de Il Foglio, di scrivere che l’antifascismo di Meloni è “nei fatti”, utilizzando una formula tranquillizzante che conferma come si tratti di un criterio che si misura nella condotta, non una bandiera che si sventola per appartenenza.
Gli antifascisti a cui Musumeci concede rispetto portavano fazzoletti di colore diverso e avevano in comune una sola richiesta: che nessun potere potesse più decidere chi è portatore di diritti. È la richiesta di adesso. Non ha bandiera.
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