Partiti e politici
Il terzo nome che non c’è: la mossa di Conte
La proposta del “terzo nome”, fatta da Conte a Schlein, è stata fatta per essere rifiutata, per legittimare le primarie e trasformarle in una trappola per Schlein
La proposta del “terzo nome” avanzata da Giuseppe Conte a Elly Schlein per la leadership del campo largo è di quelle che in politica suonano bene solo finché non le si guarda da vicino.
Sulla carta è impeccabile: facciamo entrambi un passo indietro, troviamo una figura super partes, evitiamo il duello fratricida. Nella realtà è una proposta costruita per non funzionare. E Conte lo sa benissimo.
Primo: quale terzo nome? Da giorni si fanno circolare indiscrezioni — da Bersani a Gabrielli — ma nessun nome è mai stato formalizzato, nessun profilo condiviso, nessun criterio oggettivo per sceglierlo. È un “terzo nome” senza nome, quindi senza responsabilità. Perfetto per dire “io l’avevo proposto”, sapendo che l’altra parte non può accettare un assegno in bianco.
Secondo: è una proposta che rovescia la logica politica. Conte chiede a Schlein di rinunciare a guidare la coalizione in quanto segretaria del partito di maggioranza relativa del centrosinistra. Ma lui, leader di un partito che nei sondaggi vale la metà del Pd, cosa ci perderebbe davvero? Il suo passo indietro è molto più piccolo di quello che chiede al Pd. Non è generosità, è un pareggio truccato.
Terzo: è una proposta tardiva e strumentale. Arriva dopo mesi di veti incrociati, di alleanze locali saltate, di trattative sul programma ridotte a comunicati. Metterla sul tavolo ora, a ridosso della Direzione Pd del 2 ottobre e a poche ore dalla dichiarazione che “l’unica strada sono le primarie”, significa una cosa sola: bruciarla apposta.
Ed è qui il punto. L’obiettivo di Conte non è mai stato il terzo nome. L’obiettivo sono le primarie.
Conte ha detto ieri, con una franchezza insolita: ho proposto un terzo nome, Schlein ha detto no, quindi restano le primarie. Una sequenza narrativa perfetta. Lui appare come l’uomo del dialogo, lei come quella che chiude. E così si arriva ai gazebo, che sono esattamente ciò che Conte vuole.
Perché? Perché Conte sa di poterle vincere, o quantomeno di giocarsele alla pari, su un terreno che ha scelto lui: il disarmo, il no al riarmo, il pacifismo.
È l’unico tema su cui oggi può sfondare a sinistra dell’elettorato Pd. Sa che una fetta ampia, emotiva, generosa di elettori progressisti su Gaza, sull’Ucraina, sulle spese militari, non ha digerito la linea del Pd. Su quel tasto Conte può alzare la voce, senza i vincoli di governo e senza dover spiegare come si tiene in equilibrio un’alleanza Nato e una coscienza di sinistra.
Le primarie così diventano non una competizione su chi è più adatto a guidare il Paese contro la destra, ma un referendum sul riarmo. Un plebiscito identitario. E in un plebiscito identitario, Conte parte avvantaggiato.
La criticità più grande, quindi, non è procedurale. È politica. Se il centrosinistra va alle primarie non per scegliere un programma di governo, ma per decidere chi è più pacifista, ha già perso.
Perché il Paese non chiede al campo largo un capo del movimento pacifista. Gli chiede un’alternativa credibile su salari, sanità, lavoro, bollette. Il disarmo è un tema nobilissimo, ma non può essere l’unico collante di una coalizione che ambisce a governare.
La proposta del terzo nome, in questo senso, è geniale nella sua cinicità: è stata fatta per essere rifiutata, per legittimare le primarie, per trasformarle in una trappola per Schlein. Se Schlein le perde, il Pd sarà commissariato dal suo alleato-rivale. Se le vince di misura, uscirà indebolita, costretta a inseguire Conte sul suo terreno.In entrambi i casi, Conte ha già vinto la prima partita.
Io non credo affatto che il PD sia il partito dell’opposizione che abbia più peso politico, come dicono loro, da dover dettare le regole sulla scelta del premier e sulla politica estera.
Se questa affermazione si basa sul numero dei votanti dell’ultima elezione politica di 4 anni fa è un dato che non rispecchia il reale peso politico oggi con tutte le variazioni importanti avvenute proprio nel campo della politica estera. Se si basa sulle intenzioni di voto e sulle previsioni attuali (assolutamente non affidabili perché si ignora il numero di coloro che decideranno di andare a votare in un paese con un tasso di astensione molto alto) allora siamo, oggi, sul 19,5 %
Se sommiamo i votanti del M5S e quelli di AVS che hanno la stessa identica posizione sull’armamento dell’Ucraina più quelli del PD che la vedono allo stesso modo, dato questo da non ignorare, il peso politico ha una percentuale molto maggiore di quella del PD.
A questo punto, a mio parere, anche dopo le ultime affermazioni della segretaria del PD, andare ad uno scontro frontale sarebbe controproducente e porterebbe solo alla rottura di un intesa prima ancora di iniziare e l’unica soluzione sarebbe auella di scegliere un terzo che farebbe da interlocutore, quale ad esempio Bersani che ha più volte dichiarato che sarebbe disponibile “a dare una mano”.