Partiti e politici

Il terzo nome che non c’è: la mossa di Conte

La proposta del “terzo nome”, fatta da Conte a Schlein, è stata fatta per essere rifiutata, per legittimare le primarie e trasformarle in una trappola per Schlein

7 Ottobre 2026

 

La proposta del “terzo nome” avanzata da Giuseppe Conte a Elly Schlein per la leadership del campo largo è di quelle che in politica suonano bene solo finché non le si guarda da vicino.

Sulla carta è impeccabile: facciamo entrambi un passo indietro, troviamo una figura super partes, evitiamo il duello fratricida. Nella realtà è una proposta costruita per non funzionare. E Conte lo sa benissimo.

Primo: quale terzo nome? Da giorni si fanno circolare indiscrezioni — da Bersani a Gabrielli — ma nessun nome è mai stato formalizzato, nessun profilo condiviso, nessun criterio oggettivo per sceglierlo. È un “terzo nome” senza nome, quindi senza responsabilità. Perfetto per dire “io l’avevo proposto”, sapendo che l’altra parte non può accettare un assegno in bianco.

Secondo: è una proposta che rovescia la logica politica. Conte chiede a Schlein di rinunciare a guidare la coalizione in quanto segretaria del partito di maggioranza relativa del centrosinistra. Ma lui, leader di un partito che nei sondaggi vale la metà del Pd, cosa ci perderebbe davvero? Il suo passo indietro è molto più piccolo di quello che chiede al Pd. Non è generosità, è un pareggio truccato.

Terzo: è una proposta tardiva e strumentale. Arriva dopo mesi di veti incrociati, di alleanze locali saltate, di trattative sul programma ridotte a comunicati. Metterla sul tavolo ora, a ridosso della Direzione Pd del 2 ottobre e a poche ore dalla dichiarazione che “l’unica strada sono le primarie”, significa una cosa sola: bruciarla apposta.

Ed è qui il punto. L’obiettivo di Conte non è mai stato il terzo nome. L’obiettivo sono le primarie.

Conte ha detto ieri, con una franchezza insolita: ho proposto un terzo nome, Schlein ha detto no, quindi restano le primarie. Una sequenza narrativa perfetta. Lui appare come l’uomo del dialogo, lei come quella che chiude. E così si arriva ai gazebo, che sono esattamente ciò che Conte vuole.

Perché? Perché Conte sa di poterle vincere, o quantomeno di giocarsele alla pari, su un terreno che ha scelto lui: il disarmo, il no al riarmo, il pacifismo.

È l’unico tema su cui oggi può sfondare a sinistra dell’elettorato Pd. Sa che una fetta ampia, emotiva, generosa di elettori progressisti su Gaza, sull’Ucraina, sulle spese militari, non ha digerito la linea del Pd. Su quel tasto Conte può alzare la voce, senza i vincoli di governo e senza dover spiegare come si tiene in equilibrio un’alleanza Nato e una coscienza di sinistra.

Le primarie così diventano non una competizione su chi è più adatto a guidare il Paese contro la destra, ma un referendum sul riarmo. Un plebiscito identitario. E in un plebiscito identitario, Conte parte avvantaggiato.

La criticità più grande, quindi, non è procedurale. È politica. Se il centrosinistra va alle primarie non per scegliere un programma di governo, ma per decidere chi è più pacifista, ha già perso.

Perché il Paese non chiede al campo largo un capo del movimento pacifista. Gli chiede un’alternativa credibile su salari, sanità, lavoro, bollette. Il disarmo è un tema nobilissimo, ma non può essere l’unico collante di una coalizione che ambisce a governare.

La proposta del terzo nome, in questo senso, è geniale nella sua cinicità: è stata fatta per essere rifiutata, per legittimare le primarie, per trasformarle in una trappola per Schlein. Se Schlein le perde, il Pd sarà commissariato dal suo alleato-rivale. Se le vince di misura, uscirà indebolita, costretta a inseguire Conte sul suo terreno.In entrambi i casi, Conte ha già vinto la prima partita.

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