Partiti e politici
La scelta strategica per la destra: allearsi con Calenda o Vannacci?
Saranno i piccoli partiti a decidere le sorti delle prossime elezioni. Con chi andrà Vannacci? E con chi andrà Calenda? Finché la differenza tra centrodestra e centrosinistra resta di pochi punti, saranno i loro “partitini” a far pendere il piatto della bilancia elettorale
Negli ultimi mesi il quadro politico italiano è cambiato più rapidamente di quanto molti immaginassero. Se fino a poco tempo fa la vittoria del centrodestra appariva quasi inevitabile, oggi ci troviamo davanti a una situazione molto più aperta, nella quale i due schieramenti principali risultano sostanzialmente appaiati.
I sondaggi più recenti mostrano infatti un centrosinistra intorno al 44-45%, con un vantaggio molto contenuto sul centrodestra, nell’ordine di circa due punti percentuali. Non si tratta tanto di un crollo della maggioranza di governo, quanto piuttosto della crescita dell’opposizione, che sembra aver compreso la necessità di presentarsi unita.
Già alle elezioni del 2022, se tutte le forze di opposizione si fossero coalizzate, il distacco sarebbe stato assai più ridotto. Oggi, inoltre, il centrosinistra beneficia anche del ritorno di una parte di quegli elettori che allora avevano scelto l’astensione, convinti che il risultato fosse già scritto. Quando una competizione torna a essere percepita come aperta, aumenta infatti anche la propensione al voto.
A questo si aggiunge un certo raffreddamento del consenso verso il governo Meloni. Pesano diversi fattori: il referendum sulla giustizia, alcune tensioni internazionali e soprattutto la percezione di rapporti molto stretti con Donald Trump, che in una parte dell’elettorato moderato italiano continuano a suscitare diffidenza.
Naturalmente il quadro resta estremamente fluido, anche perché molto dipenderà dalle alleanze. L’eventuale ingresso di Vannacci nell’area di centrodestra potrebbe cambiare sensibilmente gli equilibri. Oggi il suo consenso potenziale si aggira attorno al 4%, una quota non irrilevante. Tuttavia, non basta sommare percentuali per capire gli effetti politici di una coalizione.
Un’alleanza con Vannacci sposterebbe inevitabilmente il centrodestra verso posizioni più radicali e meno europeiste, con possibili conseguenze nei rapporti con Forza Italia e con gli alleati europei del governo. Il suo elettorato, infatti, è composto in larga parte da ex elettori della Lega e di Fratelli d’Italia, ma anche da una quota significativa di persone che negli ultimi anni non hanno votato. Si tratta prevalentemente di un elettorato di destra, poco istruito e fortemente critico verso l’Europa e l’euro.
Diverso è invece il caso di Carlo Calenda. Azione pesa circa il 3%, ma presenta caratteristiche sociologiche opposte: maggiore presenza di laureati, ceti medio-alti e giovani, con un orientamento decisamente europeista. Anche in questo caso, però, non è scontato che un’eventuale alleanza col centrodestra produca automaticamente un trasferimento di voti, dato che una parte consistente dell’elettorato di Calenda si sente più vicina al centrosinistra.
Nel frattempo, il dibattito politico continua a concentrarsi quasi esclusivamente sulla legge elettorale e sulle possibili coalizioni. È un fenomeno che rischia di produrre ulteriore disaffezione, perché gli elettori percepiscono sempre meno una discussione sui problemi concreti del Paese e sempre più una competizione costruita attorno agli assetti politici.
Anche il confronto sulla riforma elettorale va letto in questa chiave. L’ipotesi più plausibile, per evitare problemi di costituzionalità, sembra essere quella di un premio di maggioranza variabile, capace di garantire alla coalizione vincente non più del 55% dei seggi, soglia già indicata in passato dalla Corte costituzionale.
Siamo dunque entrati in una fase nuova, molto più competitiva e imprevedibile rispetto a quella vissuta fino a pochi mesi fa. Ed è proprio questa incertezza, oggi, l’elemento più interessante della politica italiana.
Università Statale di Milano
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