Partiti e politici
Le tre incognite delle prossime elezioni: Vannacci, giovani e astensionismo
Qualcosa è cambiato, all’indomani del referendum sulla giustizia e dei suoi risultati: le intenzioni di voto hanno subito una significativa trasformazione. E ora è importante tenere sotto controllo questi tre elementi, per capire cosa accadrà nelle prossime elezioni politiche.
Le conseguenze del voto referendario e dei venti di guerra, anche energetica, non hanno tardato a farsi sentire sulle intenzioni di voto, che hanno subito una piccola ma importante trasformazione. Nell’ultimo mese, infatti, le coalizioni di governo e di opposizione (se vogliamo, di centro-destra e di centro-sinistra) dal punto di vista dei consensi elettorali, si sono progressivamente avvicinate e ora più o meno si equivalgono: 45-46% circa da una parte e dall’altra, con le due forze politiche ancora “incerte” sul loro posizionamento (quelle che fanno capo a Calenda e Vannacci) entrambe intorno al 3%.
Cosa dobbiamo aspettarci da qui alla fine della legislatura? E quali le previsioni per la prossima competizione elettorale? Due sono gli elementi che è opportuno tenere sotto controllo in questi mesi, elementi che potranno diventare forse decisivi per il risultato finale: il primo ha a che fare proprio con il generale Vannacci, il secondo riguarda i giovani o, se vogliamo, la partecipazione giovanile.
Nato soltanto da poche settimane, il partito di Vannacci (Futuro Nazionale) rappresenta già un tassello decisivo all’interno del panorama politico della destra, dalle cui scelte dipenderà l’assetto definitivo della coalizione attualmente al governo. L’alternativa per il generale è se presentarsi da solo alle elezioni, restare dunque in una incontaminata purezza e solitudine, ma con il rischio di contare poco, troppo poco per risultare decisivo; o se invece unirsi alla fine alla compagine di centro-destra, determinandone forse la vittoria sul filo di lana, ma con il rischio di appiattirsi troppo sulle forze politiche dalle quali ha voluto distaccarsi, perdendo quindi quell’appeal che potrebbe avere sull’elettorato dichiaratamente di parte.
Vannacci attualmente trova i suoi maggiori consensi nel nord del paese, nella città né troppo piccole né troppo popolose, tra gli uomini e i lavoratori autonomi, e ovviamente tra chi si colloca a destra o nell’estrema destra. Il suo appeal rimane invece piuttosto basso tra gli studenti e i giovani.
Per quanto concerne appunto i giovani, da più parti è stato sottolineato come sia stata proprio la loro mobilitazione a contribuire, se non addirittura a determinare la vittoria del NO al recente referendum. La generazione Z e in generale quelli con un’età inferiore ai 35 anni (circa il 20% della popolazione elettorale) rappresentano una sorta di contraltare plastico ai sostenitori di Vannacci: si dichiarano in generale di sinistra, soprattutto le donne, ma sono decisamente indecisi su quale partito preferire e votare; non amano i partiti, questi partiti, non si identificano con nessuna specifica forza politica, ma amano la Politica, quella appunto con la P maiuscola. E nella difesa della Costituzione scendono in strada, si sentono coinvolti, come per la pace, per l’ambiente, nel volontariato sociale.
Si è visto chiaramente in questi ultimi anni come la mobilitazione delle nuove generazioni dipenda più da policies e polity, quindi dalle proposte di agenda politica e la salvaguardia delle istituzioni, che dalle politics (con chi allearsi, quale sarà il candidato premier, meglio fare o non fare le primarie, eccetera) insomma, il consueto “teatrino della politica” che non piace per nulla ai giovani. Se le forze progressiste sapranno parlare in maniera convincente di ciò che vorranno fare, sulla loro proposta di una società migliore, su un progetto di futuro condivisibile, i giovani che si sono mobilitati per il referendum li seguiranno e con loro, forse, una quota significativa di ex-astensionisti.
Il risultato finale, alle elezioni del prossimo anno, dipenderà dunque dal peso di questi due elementi: sarà maggiormente decisivo il fattore Vannacci oppure il fattore giovanile?
Ma forse il vero nodo, ancor più delle geografie, del rapporto centro/periferia, sarà quello della partecipazione, ovvero dell’astensionismo. Per il referendum l’area di opposizione è riuscita a riportare alle urne milioni di elettori che nelle precedenti tornate erano rimasti a casa. Inclusi molti moltissimi giovani, come abbiamo detto. Il centrodestra, al contrario, ha lasciato per strada una parte consistente del proprio elettorato. Il risultato è stato un riequilibrio che non nasce tanto da spostamenti massicci di voto, quanto da chi decide — o meno — di disertare le urne.
I numeri hanno raccontato bene questo meccanismo: il No ha raccolto più voti rispetto a quelli ottenuti complessivamente dall’opposizione nelle ultime elezioni, mentre il fronte del Sì ha perso milioni di consensi rispetto al passato. Non è stata tanto una fuga verso l’altro campo, quanto una mancata mobilitazione. E in politica, si sa, anche l’assenza pesa.
Se questa configurazione delle adesioni elettorali si ripresenterà anche alle prossime elezioni politiche, la speranza per la coalizione progressista, quella cioè di diventare maggioranza nel paese, si farà certo più realistica.
Università Statale di Milano
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