L'architettura e noi

Architettura è partecipazione

di Cristoforo Bono 25 Aprile 2026

Un brusco rappel a l’ordre della Rivista Domus (n°1110, marzo 2026): l’architettura è partecipazione.  Dopo le affermazioni: l’architettura è fantasia, l’architettura è sentire la natura, ecco che la Rivista ritorna al sentire classico dell’architettura come fatto collettivo, proprio in un momento in cui di collettivo c’è ben poco, e domina il gesto individuale.

Certo, non si può che concordare: architettura come partecipazione a un lavoro comune e obiettivo partecipato. La prima cosa è in atto, la seconda non ancora. L’architettura, oggi come oggi, non nasce da un sentimento comune, cioè da una condivisione, anche quando sia l’invenzione di un singolo, come accadde per la cupola del Brunelleschi. Quando si tentò un “ricamo” al tamburo di questa, in parte attuato, il popolo disse: basta con la “gabbia dei grilli”. E così fu.
Per la partecipazione ci vuole una educazione, una scuola.

Il tentativo del Bauhaus ebbe senz’altro successo, si diffuse in centro e in periferia un modo di sentire e di vedere. Il QT8 milanese fu un esempio di partecipazione, come impegno di una intera Triennale. Anche il Piano INA casa (1949 – 1963) fu un fatto partecipato. Il suo intento non era solo quello di costruire case, ma anche di dare lavoro, per cui agì su un decentramento e un coinvolgimento di risorse. Famose furono le targhe INA casa apposte su ogni edificio, una diversa dall’altra.

Poi vennero i quartieri integrati, progettati con la partecipazione di gruppi di architetti che ne condividevano le finalità. Ma la storia finisce qui, cambiano le modalità della professione, sempre più simili a delle engineering, cambiano i riferimenti territoriali. Affinché l’architettura torni ad essere partecipata occorre una nuova cultura della città, che riesca a superare l’attuale dicotomia tra i due termini: appunto architettura e città.

Dove e come questa cultura possa avere origine non è dato per ora di conoscere.

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