L'architettura e noi
Palazzo Farnese, a Caprarola: un esempio di progettazione totale
L’architettura è corpo. Questa la nuova definizione di Domus (n°1111 aprile 2026). Certo, la suggestione del corpo leonardesco, anche se non citato, è sempre forte. Il corpo che domina lo spazio. O l’universo: e l’architettura sta da quella parte, più che da quella del corpo. Se vogliamo dalla parte dell’anima.
Bizzarra quindi l’idea, come se l’architettura fosse un vestito.
Questo ritorno al corpo è, in questo caso, una rinuncia allo spazio. Rinuncia sorprendente, proprio perché la ricerca di nuovi spazi, o di nuovi concetti spaziali ha caratterizzato l’architettura degli ultimi trent’anni, con diverse sperimentazioni. Nello stesso numero della rivista appare un articolo di Andrès Jaque dal titolo “Edifici come corpi transpecie”, nel quale l’architettura è intesa come organizzazione dei rapporti attraverso cui la vita si metabolizza.
“L’architettura diventa la pratica di disporre relazioni tra minerali, microbi, piante e corpi. Piuttosto che come oggetto finito, la Transpecies Kitchen tratta l’architettura come campo vivente”.
Qui siamo alla frammentazione dello spazio.
Ma esistono nella storia – e devono esistere – altre relazioni ed altri spazi di relazione e di composizione; ad esempio il cortile.
Il cortile, in genere, nella villa rinascimentale, non è di grandi dimensioni, esso traguarda il cielo con una dimensione particolare, riservata. Dal cortile ci si affaccia sulla dimensione più privata, quasi una chiostrina. Porzione di cielo, porzione di luce. Nel cortile non si deve sostare, esso distribuisce gli spazi sotto il cielo.
Mi capita ora di visitare Palazzo Farnese a Caprarola, Viterbo, inizialmente progettata dal Sangallo il giovane, con pianta pentagonale come una fortezza o villa fortificata. Mentre Baldassarre Peruzzi avrebbe voluto il cortile interno analogamente pentagonale, il Vignola, che diresse poi i lavori, progettò un ampio cortile circolare, raro all’epoca, col risultato di moltiplicare l’effetto villa nei singoli lati del pentagono. In particolare i lati dei giardini, che terminano con la casina di piacere, è come se fossero ville a se stanti. Il risultato finale è quello di un mondo completo e composito che investe anche il borgo con la strada rettilinea in esso ricavata che traguarda la facciata principale del palazzo con la grande loggia.
Questa visita porta a una considerazione attuale: si è perduto il senso di una progettazione globale, e non solo per ragioni storiche, ma anche per ragioni disciplinari. Una progettazione dove ogni parte sia riferita alle altre e tutte concorrono a un insieme.
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