VLD

Memoria e Futuro

Con quella faccia un po’ così

di Marco Di Salvo 2 Ottobre 2026

C’è un rito che in Parlamento si ripete da vent’anni, e quasi sempre ha lo stesso officiante. La maggioranza ha i numeri, il testo è scritto, il governo il risultato lo ha già in tasca, eppure prima del voto finale qualcuno che rappresenta il partito principale dell’opposizione deve alzarsi e fare il discorso. Quello severo, che denuncia lo scempio e promette battaglie, ricorsi, mobilitazioni. Quel qualcuno, spesso, è Gianni Cuperlo. Triestino, sessantacinque anni compiuti a settembre, laureato al Dams di Bologna, ultimo segretario della Fgci. Anzi, per essere precisi, fu colui che la chiuse. Nel 1990 staccò con le sue mani la targa dal portone di via dell’Ara Coeli, se la portò a casa e la custodì come una reliquia, fino a regalarla in una teca a D’Alema per i suoi sessant’anni. Un segretario che sigilla la federazione e tiene per sé l’insegna ha già dentro tutto il personaggio.

La sua carriera parlamentare è un monumento alla coerenza, forse, inutile. Entra alla Camera nel 2006, come deputato di maggioranza subentrando a un sottosegretario. Nella legislatura successiva fino al 2011 è opposizione a Berlusconi, discorsi bellissimi a seguito di sconfitte parlamentari certe. Poi arriva Monti, e li inizia la fase da coscienza critica. Dal 2013 al 2018 la maggioranza è la sua, i governi Letta, Renzi, Gentiloni, e lui ancora critica, con garbo e misura, da sinistra. Nel 2018 rinuncia (diciamo così…) al seggio e per quattro anni il Parlamento lo guarda da fuori. Torna nel 2022. In mezzo a questa carriera da parlamentare due corse alla segreteria del Pd: nel 2013 battuto da Renzi alle primarie, nel 2023 fermato dai circoli con meno dell’otto per cento. E una presidenza dell’Assemblea nazionale, ai tempi di Renzi segretario, accettata dopo un primo rifiuto e lasciata dopo cinque settimane. Anche questo spiega molto del personaggio.

Il suo talento è il tempismo, perfetto per l’irrilevanza. Interviene, di fatto, quando la legge è ormai all’arrivo e non resta più nulla da cambiare. Prendiamo l’ultimo esempio. A giugno accusa la maggioranza di «inoculare per via elettorale» quel premierato annunciato come madre di tutte le riforme e poi finito su un binario morto. Morto come le presenza in aula in quell’occasione, ridotte al lumicino. Ieri, sulle pregiudiziali di costituzionalità, promette che «dal giorno successivo la battaglia si trasferirà fuori da queste aule», con decine di ricorsi. Stavolta i banchi erano pieni, la maggioranza precettata, e le pregiudiziali sono cadute a voto segreto con sette voti in più del previsto. Il voto finale è fissato per l’8 ottobre, dopo tre voti di fiducia. I ricorsi avranno i tempi della giustizia costituzionale, le piazze quelli del meteo.

Torto, Cuperlo, ne ha poco. Ha ragione con un ritardo cronometrico che rasenta il genio, come il medico che viene fatto arrivare a autopsia compiuta e osserva che il paziente poteva essere salvato. Sì, Gianni. Due settimane fa. La politica non premia chi ha ragione, premia chi vince, e da quando ha lasciato la Fgci Cuperlo non ha vinto più nulla di decisivo.

Parla da triestino, Cuperlo, con quella voce e quella malinconia di confine che sa di caffè, di Svevo e di imperi tramontati. Ogni suo discorso ha il passo lento di chi sa che la storia, di solito, gli darà ragione dopo. Una volta ha anche provato a uscire dal personaggio. Il 24 aprile, sul decreto sicurezza, ha preso di mira il premio di 615 euro agli avvocati che ottengono il rimpatrio volontario dei migranti, e ha citato Cetto La Qualunque: «quantunquemente lo si intenda giudicare, questo decreto da me ispirato è grandemente emozionante». La trovata era costruita bene. Il guaio è chi la recitava. Cuperlo è solenne, aulico, grave, e quando si fa leggero somiglia a un professore di latino che tenta un ballo di gruppo. Sui giornali di destra venne seppellito di sfottò, a sinistra si sorrise con il garbo che si riserva a un parente anziano alle prese con il gergo dei nipoti.

Ma è su Facebook che Cuperlo, come tanti nostri contemporanei, trova la sua vittoria. Dopo ogni intervento il video finisce pubblicato sul suo profilo, magari corredato da un suo breve e ben scritto commento, e sotto si allinea il coro. «Bravo Gianni». «Sei l’unico che dice la verità». «Ah, se ci fossi tu». Applausi digitali, sinceri e inutili. Sì, abbiamo visto. Governa l’altro. Anche quando governiamo “noi”.

Questa vocazione a convertire le sconfitte in letteratura viene da lontano. Al congresso del Pds alla Fiera di Roma nel 1997 a lui toccò scegliere l’insegna da appendere sopra il palco, «Il futuro entra in noi molto prima che accada». Rilke, poeta di Praga, dalle Lettere a un giovane poeta. Un partito che governava metteva sul fondale versi boemi sulla tristezza che feconda il destino. Sempre a lui si deve la serata al Teatro Olimpico di Roma del dicembre precedente con Morricone che suonava l’inno nel partito (qualcuno lo ricorda? Neanche la rete ne conserva memoria, volevo farvelo ascoltare ma non sono riuscito a trovarlo), e Gassman che declamava Gramsci. A fare la politica concreta, in quegli anni, pensava qualcun altro.

Ma, imperterrito,Cuperlo resta. Potrebbe dedicarsi ai libri, cosa che fa nei ritagli di tempo, e infatti ne ha appena pubblicato uno, La frontiera ferita. Guerre, fascismo, foibe, esodo, sul confine orientale da cui viene. Potrebbe fare la televisione, un bel programma su La7, che non si nega a nessuno, o insegnare. Invece sta sul banco dell’opposizione costretto dal suo ruolo a parlare quando il voto è già scritto e a denunciare quando la partita è già persa. Non è solo colpa sua. Una sinistra che affida a un solo oratore, e soltanto a corsa finita, il compito di dire ciò che non ha saputo impedire ha semplicemente trovato il modo più elegante di non vincere. I commenti sotto il video arriveranno ancora, e la legge sarà approvata lo stesso.

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