Memoria e Futuro
Con un amico vicino
Cinque colpi di calibro 7,65 alla nuca, la sera del 5 gennaio 1984, davanti al teatro Stabile di Catania. Giuseppe Fava non fece in tempo a scendere dalla sua Renault 5: andava a prendere la nipote che recitava in Pensaci, Giacomino! e fu lasciato esanime dai killer all’interno dell’abitacolo della sua auto. Le sentenze definitive sulla vicenda, confermate in Cassazione nel 2003, hanno stabilito che Nitto Santapaola ordinò l’omicidio per stroncare le denunce che Fava pubblicava su “I Siciliani” contro i quattro cavalieri del lavoro catanesi — Costanzo, Graci, Rendo, Finocchiaro — legati al suo clan da un “contratto di protezione con prestazioni sinallagmatiche”, che è il modo burocraticamente elegante con cui i giudici chiamano un pizzo pagato e ricambiato. Il pentito Avola ha raccontato durante i vari gradi del dibattimento che Santapaola segnava gli articoli di Fava per mostrarli furibondo ai suoi. Fava rompeva le uova nel paniere a gente che aveva investito parecchio per non farsele rompere, e il boss fece un favore, non richiesto direttamente: ha ammazzato un uomo per tenere in piedi un equilibrio di cui era lui stesso, socio in affari, il primo beneficiario. Una cortesia, non un ordine perentorio, che si trasforma in tragedia pura, senza sconti, eseguita con metodo chirurgico e senza lasciare tracce per un decennio, ben nascosta tra un turbinio di altri moventi buoni per confondere le acque.
Mi trovo a ripensare a questa vicenda una quarantina di anni dopo perché mi pare di vedere lo stesso canovaccio — “l’amico”, il favore, l’ambiente equivoco — in una storia che è tornata sulle pagine dei giornali dopo qualche mese dagli avvenimenti.
Sigfrido Ranucci, conduttore di Report, subisce un attentato dinamitardo il 16 ottobre 2025 davanti a casa sua a Pomezia: un ordigno di “gelatina da cava” — nome che già di suo sembra uscito da un fumetto — distrugge due auto e danneggia il muro di cinta. Quattro esecutori materiali vengono arrestati, banda avellinese-campana. Poi questa settimana la vicenda prende una piega inattesa: indagato come mandante Valter Lavitola, sessantenne ex politico, uno da sottobosco della Seconda Repubblica, con un curriculum giudiziario da manuale — l’estorsione a Berlusconi, i fondi pubblici a L’Avanti! mai restituiti — e soprattutto (bizzarramente) vecchio amico di Ranucci (e qui dovremmo citare la sempiterna battuta di Flaiano sulla rivoluzione in Italia, ma ve la risparmiamo), uno con cui il conduttore andava a mangiare al ristorante e da cui, ammette lui stesso, raccoglieva pure qualche informazione utile per le inchieste.
Ed è qui che il corto circuito esplode, ed in questa occasione è proprio il caso di dirlo. Perché tra le piste al vaglio degli inquirenti nel corso dei mesi — criminalità organizzata, eversione nera, un ricatto per informazioni non pagate — circola, soprattutto sui giornali “non amici” di Ranucci, anche quella più clamorosamente controintuitiva: un finto attentato, organizzato per dare una mano a Ranucci sotto attacco, tra tentativi di chiusura di Report e pressioni varie. Un favore che queste testate ipotizzano organizzato in combutta con la vittima, ma che io non escudo poter essere, come dire, “trasversale”, per usare la parola che lo stesso Ranucci ha scelto parlando al Corriere, sospeso tra lo sconcerto e l’incredulità. E la sua risposta, quando gli hanno riferito la voce, meriterebbe di restare agli atti: “Ma che favore? Mi sono dovuto comprare le macchine da solo, quarantamila euro. Ho l’esercito davanti casa.” Se questo è un favore tra amici, i suoi nemici cosa gli avrebbero regalato, una tomba al cimitero?
Se davvero l’obiettivo — sempre che questa pista regga, perché al momento resta una delle tante ipotesi, non un fatto accertato, e trattarla come tale sarebbe scorretto verso tutti, Ranucci per primo, che finora ha spinto piuttosto sulla pista della criminalità organizzata — se davvero l’obiettivo era costruire attorno al conduttore l’aura del giornalista scomodo colpito dal crimine organizzato, dai servizi, da nemici potenti e inafferrabili, il risultato ottenuto è l’esatto contrario. Non l’epica del bersaglio eccellente, ma la cronaca di un’esecuzione raffazzonata: un intermediario in Camerun, un’auto presa in prestito da un dipendente, celle telefoniche che inchiodano tutti, un cognato a cui si chiede di avvisare “quell’altro”. È il difetto tipico del crimine organizzato male — non solo italiano, ma qui particolarmente casereccio — in cui la sproporzione tra il fine dichiarato (dare peso e protezione a una vittima) e i mezzi concretamente messi in campo (una banda, possiamo dirlo, di cialtroni, che si fa scoprire in pochi mesi) produce un danno reputazionale superiore a qualunque beneficio immaginato. Altro che aura da bersaglio dei poteri forti: sembra il fotogramma di una fiction Rai di seconda serata, con gli attori giusti ma il budget sbagliato.
Fava è morto perché la mafia catanese sapeva esattamente chi voleva zittire, e lo ha fatto con metodo chirurgico, senza lasciare tracce per un decennio. Se a Pomezia ci fosse davvero, sullo sfondo delle piste ancora aperte, un “favore” non richiesto scivolato in tragedia sfiorata, sarebbe la fotografia perfetta di un paese che quarant’anni dopo Fava non ha più boss lucidi che pianificano esecuzioni per interesse di sistema, ma — nella migliore delle ipotesi, tutta da verificare — amici che pensano di aiutarti costruendoti un martirio, e ti imbarazzano impantanandoti in un pasticcio giudiziario.
“Con un amico vicino“, cantava Andrea Mingardi (con Alessandro Bono) a Sanremo nel lontano ’92, pensando probabilmente a una spalla su cui piangere, non a un candelotto di gelatina da cava sotto il cancello di casa. A tal proposito, c’è un vecchio detto siciliano, “amici e vàdditi”, guardati dagli amici, che i nostri vecchi tramandavano pensando ai traditori subdoli, a chi ti pugnala alle spalle proprio perché gli hai dato fiducia. Nessuno, nemmeno il Pitrè che raccoglieva questi proverbi nell’Ottocento, aveva previsto la variante 2026: guardati dagli amici non perché ti tradiscono, ma perché potrebbero volerti bene nel modo sbagliato, con la gelatina da cava al posto dei fiori. Non è progresso morale rispetto a Fava. È solo che quarant’anni dopo, al posto della tragedia lucida, ci ritroviamo il crimine organizzato male — che di italiano, purtroppo, continua ad avere tutto.
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