Memoria e Futuro

Descansate niño

di Marco Di Salvo 28 Luglio 2026

C’è un verso di Paolo Conte che mi è tornato in mente leggendo le notizie di questi giorni sulla vicenda Pirlo-Maldini-Leonardo-Malagò. In Alle prese con una verde milonga il musicista insegue la danza «fino ai laghi bianchi del silenzio», finché non arriva la voce di un dio più antico, Atahualpa, a fermarlo: “descansate niño, che continuo io”. Riposati, bambino, ora continuo io. Sembra scritto apposta per raccontare quello che è successo alla Federcalcio.

Malagò ha bloccato la nomina di Pirlo per «pressioni politiche», non prima di aver giurato e spergiurato che i tre alfieri del rinnovamento andavano avanti “d’amore e d’accordo”, delegando al presunto DT il controllo completo della scelta del CT (per commentarlo ad ogni piè sospinto con interviste e conferenze stampa), ma alla fine lasciando che il progetto di rifondazione affidato a Maldini e Leonardo si sfasciasse in un pomeriggio di telefonate, ed è rimasto lui, seduto al tavolo, a cercare un nome di ripiego — prima Thiago Motta, poi il ritorno ai soliti Conte e Mancini. Maldini e Leonardo hanno sbattuto la porta. Pirlo si è ritirato senza nemmeno arrivare a Roma. Tre uomini nel pieno della maturità professionale, chiamati a “rifondare” il calcio italiano, hanno scoperto quello che tanti quarantenni e cinquantenni italiani scoprono ogni giorno in altri campi: che il potere non si trasferisce per merito, si trasferisce per cooptazione, e chi cooptava può sempre revocare l’invito.

Il punto è che Maldini e Leonardo non erano nemmeno “giovani” in senso proprio: erano adulti fatti e finiti, vaccinati, esperti quanto e più di chi li aveva chiamati. Il loro ruolo, nella messa in scena, era semmai quello di fare da paravento anagrafico a un potere che restava saldamente in mano ai settantenni: un’operazione di facciata, una promessa di ricambio che serviva a raccontare il rinnovamento senza davvero concederlo. Ed è un gioco a cui, evidentemente, i due ex milanisti non erano portati — non tanto per ingenuità, quanto perché il loro modo di attivarsi, appena messo alla prova, si è rivelato clanico esattamente come quello dei vecchi che avrebbero dovuto sostituire: la stessa logica di cerchia ristretta, di fedeltà personale prima che di progetto. Per citare il sempiterno Fulvio Abbate, sarebbe stato solo un altro nucleo di amichettismo, non diverso nella sostanza da quello che pretendevano di superare.

È la stessa grammatica che regola politica, accademia, professioni ordinistiche: chi comanda da decenni non cede la cabina di regia, al massimo affitta ai più giovani un ufficio con vista, revocabile a piacimento. Maldini e Leonardo hanno provato a giocare lo stesso gioco dei loro predecessori — cooptare, scegliere, costruire una linea parallela — e hanno perso comunque, perché la partita vera si giocava sul piano politico, dove Malagò resta arbitro e parte in causa insieme. Non un rifiuto netto, ma quella tutela paternalistica che smonta il progetto e si riprende la scena: descansate niño, ora continuo io.

Il paradosso è che il calcio dovrebbe essere il settore più giovane del paese: altri vincono i Mondiali con squadre con età media a ventitré anni. E invece da noi anche lì comanda chi è nato prima del boom economico, e governa i balletti di potere di FIGC e CONI, facendo finta di essere il nuovo che avanza. E invece non avanza mai.

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