Memoria e Futuro
Coscritti e felici
Roberto Vannacci ha aperto il tesseramento di Futuro Nazionale a inizio marzo. A fine giugno, quattro mesi dopo, il numero degli iscritti aveva superato quota centomila. Centomila persone in centoventi giorni, senza sedi capillari, senza una macchina organizzativa consolidata, senza il tempo materiale per gestire un tesseramento vero — quello fatto di moduli cartacei, sezioni locali, tesorieri che controllano nome per nome. Un ritmo che nemmeno la Democrazia Cristiana degli anni migliori avrebbe retto, e che i giornali italiani hanno riportato con la stessa disinvoltura con cui si trascrive un comunicato meteo.
La Stampa, per dire, ha titolato che gli iscritti avevano pagato “regolare quota”. Regolare rispetto a cosa, verrebbe da chiedere. Perché nel frattempo Fanpage ha fatto un piccolo esperimento che meriterebbe di finire nei manuali di educazione civica: è andato sul sito di Futuro Nazionale e ha iscritto tre dei villain più celebri della storia del cinema — Hannibal Lecter, don Vito Corleone, Crudelia De Mon. Nome, cognome, indirizzo e telefono inventati di sana pianta. Dieci euro con carta, e in pochi minuti la tessera era pronta in pdf, completa di lettera di benvenuto firmata dal presidente Vannacci in persona: “Ciao Hannibal, lasciatelo dire: quella che hai tra le mani non è solo una tessera”. Nessuna verifica dell’identità, nessun controllo anti-bot, nessuna richiesta di documento. E soprattutto: stesso computer, stesso IP, stessa mail per tutte e tre le iscrizioni. Il che significa che chiunque, con un investimento di poche migliaia di euro, potrebbe da solo, seduto in pigiama, generare cento o mille tessere e presentarsi al partito raccontando di un boom di consensi nel proprio territorio.
Ecco, di questo alla Stampa non hanno sentito il bisogno di preoccuparsi. Hanno preferito il numero tondo, la soglia psicologica, il titolo che si scrive da solo. È la differenza tra il giornalismo che verifica e il giornalismo che trascrive: la seconda opzione costa meno tempo, produce più clic, e non richiede la fatica di alzare il telefono, per esempio, e chiedere al tesoriere di Futuro Nazionale, il deputato Edoardo Ziello, come diavolo si faccia a passare da dodicimila a centomila iscritti senza un solo controllo incrociato.
Il paradosso è che sulle tessere vere — quelle di partiti con settant’anni di storia, apparati, congressi di sezione — la stampa italiana ha sempre praticato un accanimento quasi forense. Ricordo bene le inchieste sugli iscritti morti nei circoli del Sud, le tessere fantasma, i pacchetti di voti comprati per le primarie: casi in cui un giornalista, prima di scrivere, andava a citofonare all’indirizzo del presunto iscritto per vedere se davvero esisteva o se il portone dava su un caseggiato demolito trent’anni prima. Era un giornalismo scomodo, lento, spesso impopolare, ma serio: il tesseramento era considerato un dato politico da sezionare, non un comunicato da incorniciare. Oggi basta che un ex generale in pensione, diventato imprenditore di se stesso con libri che hanno fruttato centinaia di migliaia di euro, dichiari un numero, e quel numero diventa notizia, poi diventa narrazione, poi diventa la base su cui i talk show costruiscono la domanda “perché Vannacci sta sfondando”. Nessuno chiede più: sfondando dove, esattamente, se il sistema di verifica è pensato apposta per non verificare nulla?
Non è complottismo pensare che un partito nato da un fenomeno mediatico — un generale che vende libri, che va da Lilli Gruber, che occupa le prime pagine più di Salvini e Tajani messi insieme — abbia tutto l’interesse a costruire anche il proprio “fenomeno di massa” con lo stesso metodo: annuncio, cifra, titolo, ripetizione. La differenza è che un partito con sedi vere teme le verifiche. Uno che nasce sui social e sui talk le disincentiva strutturalmente, perché il numero deve girare veloce, prima che qualcuno abbia il tempo di controllarlo. E i giornali, che un tempo facevano proprio questo mestiere — controllare prima di titolare — sembrano aver deciso che il tempo della verifica è un lusso che non possono più permettersi. O forse, più semplicemente, che fa più notizia il numero tondo della domanda scomoda.
Ma c’è una domanda che precede persino quella sulla falsificabilità del dato, ed è, volendo, ancora più scomoda: iscritti a cosa? Cosa significa oggi aderire a Futuro Nazionale, al di là della fedeltà personale a un generale che vende libri e occupa le prime pagine? Il programma di Vannacci è un elenco di suggestioni — la remigrazione, le classi “distinte” a scuola, l’inno nazionale, l’insofferenza per Bruxelles — pronunciate con un linguaggio da caserma che funziona benissimo in tivù ma che non si è mai tradotto in un impianto verificabile di proposte. Si aderisce a un tono, a una postura, a un nemico comune, non a un progetto.
Ed è qui che il ragionamento smette di riguardare solo Vannacci e diventa un problema strutturale della politica italiana. Perché la stessa vaghezza — lo stesso vuoto riempito di slogan, indignazione e nemici designati — attraversa quasi tutti i partiti maggiori, da una destra di governo che governa senza un’identità definita a un’opposizione che si tiene insieme più per antipatia condivisa che per progetto comune. Ed è stata proprio questa vaghezza, non solo la pigrizia dei cittadini, una delle cause profonde del crollo degli iscritti ai partiti italiani negli ultimi trent’anni: si è smesso di iscriversi in massa quando si è smesso di capire a cosa, di preciso, si stesse aderendo. La tessera del Pci o della Dc voleva dire qualcosa di riconoscibile, un’appartenenza culturale prima ancora che elettorale. La tessera di un partito-slogan del 2026, di qualunque colore sia, non impegna a nulla se non a un like permanente.
Vannacci ha semplicemente portato alle estreme conseguenze un meccanismo che il resto della politica pratica con più pudore: sostituire l’iscrizione come atto di adesione a un progetto con l’iscrizione come certificazione di fandom. La differenza è che lui, in più, non si è nemmeno preso la briga di verificare chi stesse certificando cosa.
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