Memoria e Futuro

L’intelligenza senza libertà

di Marco Di Salvo 30 Luglio 2026

Sam Altman lo ha detto senza troppi giri di parole: l’intelligenza artificiale non ci farà lavorare di meno. Non arriveremo mai, sostiene, alla settimana lavorativa di quattro ore su scala di massa; anzi, in un mondo post-IA odierna saremo tutti più occupati di quanto pensassimo di dover essere. È una dichiarazione che meriterebbe di restare scolpita da qualche parte, perché smonta in un colpo solo cinquant’anni di promesse tecnologiche.

Da quando esiste l’automazione industriale ci hanno raccontato la stessa favola: la macchina che sostituisce la fatica umana avrebbe liberato tempo, non lavoro sottratto. Il computer, poi internet, poi gli smartphone, ora l’IA: ogni salto tecnologico ha portato con sé la stessa retorica del tempo libero all’orizzonte. Keynes, negli anni Trenta, immaginava per i nostri nipoti una settimana lavorativa di quindici ore. Novant’anni dopo lavoriamo più di prima, con la differenza che oggi lo facciamo controllando la posta anche di domenica. Persino la fantascienza aveva immaginato meglio di noi: nei racconti di Asimov il robot era scritto per servire, vincolato dalle tre leggi a obbedire e proteggere. Il paradosso è che la macchina reale non è diventata lo schiavo perfetto che ci avrebbe sollevato dalla fatica, ma il capoufficio invisibile che assegna compiti, misura la produttività in tempo reale e non stacca mai alle sei.

Il punto, e qui Altman – per una volta – dice una cosa giusta, non è mai stato lo strumento. Il problema è chi decide come si distribuiscono i guadagni di produttività che quello strumento genera. Ogni ondata tecnologica ha prodotto ricchezza reale, misurabile, enorme. Solo che quella ricchezza, invece di tradursi in meno ore di lavoro o in salari proporzionalmente cresciuti, è stata sistematicamente intercettata da chi possiede i mezzi di produzione del momento: prima le fabbriche, poi le piattaforme, oggi i modelli linguistici. Non è la tecnologia a essere neutra o malvagia: è la scelta politica di lasciare che i suoi frutti si accumulino in poche mani a essere tutt’altro che neutra.

Lo vediamo con chiarezza proprio ora. Le stesse aziende che producono l’IA capace, in teoria, di liberarci da compiti ripetitivi sono anche quelle che intensificano il carico di lavoro di chi resta occupato, spremendo produttività da chi non è stato ancora sostituito e minacciando di licenziamento chi lo sarà. Il risultato non è una società più libera, ma una società più ansiosa, dove il progresso tecnico si converte in pressione sui lavoratori invece che in sollievo.

Se davvero, come dice Altman, competere e “fare sempre di più” è parte irriducibile della natura umana, allora la domanda giusta non è se l’IA ci renderà più liberi – non lo farà da sola, mai, nessuno strumento lo ha fatto – ma chi avrà il potere di decidere le regole del gioco: se i guadagni di produttività verranno redistribuiti attraverso il fisco, i contratti, la contrattazione collettiva, oppure se continueranno a fluire verso gli stessi pochi soggetti che oggi possiedono i server, i dati e gli algoritmi. La sincerità di Altman, paradossalmente, ci offre un’occasione: smettere di aspettare la liberazione dalla macchina e cominciare a pretenderla dalla politica.

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