Memoria e Futuro
Di grazia
La sola notizia di tutta questa vicenda è questa. Il Quirinale corregge il governo. Seconda volta in due settimane. La prima con il decreto sicurezza, quando il Colle osserva il rischio di incostituzionalità dell’articolo 30-bis e chiede un intervento. La seconda con la vicenda Minetti, quando legge gli articoli del Fatto e domanda al ministero della Giustizia: ma è vero quello che scrive la stampa? Due gesti diversi per natura, ma identici nella sostanza: il Presidente mette una mano sulla spalla dell’esecutivo e gli dice, con toni istituzionali, che qualcosa non torna. Qui però non si tratta di capire se il Quirinale fa il suo dovere. Si tratta di capire chi, in questa vicenda, assume la responsabilità di quello che è accaduto.
Il perché è nelle carte. Leggi i fascicoli della grazia a Minetti e trovi una catena di custodia perfetta. Il magistrato di sorveglianza ha acquisito le informazioni, il procuratore generale ha espresso il suo parere, il ministro della Giustizia ha istruito la pratica e ha trasmesso il fascicolo al presidente con le sue valutazioni, il presidente ha firmato il decreto. Tutto secondo le forme. Tutto legittimo. Tutto, tecnicamente, corretto. Eppure, dice il Fatto, il bambino in questione non era in stato di abbandono come dichiarato. La madre era ancora viva. Le necessità sanitarie erano tutt’altro. Allora, se quanto esposto dal quotidiano di Travaglio è vero, ti fai una domanda semplice: chi è responsabile di questa grazia? E la risposta, in Italia, è sempre la stessa: nessuno.
Il magistrato ha lavorato sui documenti che aveva. Il procuratore ha opinato sulla base delle informazioni ricevute. Il ministro ha trasmesso a scatola chiusa. Il presidente ha deciso sulla base dei pareri. È il trionfo della deresponsabilizzazione, la perfezione di un sistema dove ognuno, procedendo correttamente nel suo ambito ristretto, contribuisce a un risultato che nessuno volontariamente ha prodotto. Non c’è volontà di male. C’è solo l’assenza totale di uno sguardo che veda l’insieme. E quando lo scandalo scoppia—quando il Fatto pubblica i dubbi, quando il Quirinale domanda verifiche—nessuno ammette di aver sbagliato. Il magistrato dice: io ho ricevuto i documenti così. Il ministro dice: io ho trasmesso quello che mi è arrivato. Il presidente dice: io ho firmato sulla base dei pareri. E allora il Quirinale, che pure avrebbe potuto sollevare la questione prima, adesso domanda al ministero di controllare se la stampa dice il vero. E mentre per l’occasione della firma della Grazia non aveva fatto nessun comunicato stampa ieri ci ha tenuto a rendere tutta la stampa edotta dei suoi dubbi, alimentando così anche in parte il caos generato dalla vicenda.
Qui viene da fare una riflessione, e non è secondaria. Il Quirinale corregge il governo due volte in due settimane. Ma sono correzioni di giustizia o di deresponsabilizzazione? Nel decreto sicurezza, il Colle segnala un rischio costituzionale vero: il bonus agli avvocati per i rimpatri stride con diritti fondamentali. È una correzione tecnica, legittima, necessaria. Ma lascia passare altre tematiche almeno altrettanto infrangenti norme costituzionali. Ma lì dice: non è compito mio se ci sono problemi ci penserà la Corte Costituzionale. Su Minetti, invece, cosa corregge il Quirinale? Domanda verifiche su quello che la stampa ha scritto. Non è una correzione, è una domanda. Non è un intervento politico, è un’ammissione di non sapere. E quella domanda, quell’ammissione, arriva due mesi dopo aver firmato, quando il fatto è compiuto, la grazia è già in effetto, la libertà è già goduta e gran parte degli esperti diritto dicono che non si può tirare indietro, a meno che di particolari condizioni, ma di fatto ci si muove al buio in quanto è un evento mai accaduto prima.
Ecco il vero meccanismo: quando il sistema funziona nel buio, non c’è responsabilità da assegnare perché non c’è fatto pubblico da giudicare. Quando il fatto diventa pubblico—tramite la stampa, tramite un articolo, tramite il dubbio—allora tutti corrono a darsi da fare per verificare, a chiarire, a scaricarsi il peso gli uni sugli altri. Ma a quel punto il danno è fatto, e il danno non è il fascicolo sbagliato. Il danno è che tutti, nel loro piccolo, hanno fatto quello che dovevano fare, e nessuno ha visto il quadro generale o si è spostato di un passo rispetto al recinto in cui sta bello comodo. Non è malvagità amministrativa. È qualcosa di più italiano: è l’efficienza della irresponsabilità.
E veniamo alla stampa che è spesso il focus dei nostri scritti quotidiani. Il Fatto Quotidiano cosa fa? Pubblica con ampio risalto la storia di una detenuta a cui è stata concessa la grazia per non fare l’affidamento ai servizi sociali. È una cosa minima, tecnicamente. Una prima pagina di giornale quando una volta, ai bei tempi il Fatto le avrebbe occupate per processi per mafia, inchieste su appalti truccati, scandali politici che scuotevano il governo. Oggi quell’argomento è la prima pagina. Non perché il Fatto sia diventato piccolo. Non solo per questo almeno. È perché gli scandali sono diventati piccoli. Sei costretto a elevare al rango di scandalo nazionale una decisione amministrativa invisibile. Se domani scoppiasse un grande processo per corruzione in magistratura, se emergesse un caso di mafia che tocca le istituzioni, il Fatto sarebbe lì, naturalmente. Ma nel frattempo, cosa fa? Fa quello che può. Pubblica la storia di una grazia per evitare il servizio sociale. E noi leggiamo quella storia e ci chiediamo: ma è possibile che questo sia diventato lo scandalo? Sì, è possibile. Perché è l’unico scandalo che c’è. È un quotidiano che vive di scandalismo moralistico non può che tuffarcisi a pesce.
Ecco ogni pezzo alla fine è al suo posto. Tutto funziona perfettamente. È, forse, questo il problema. Tutto funziona perfettamente, e niente cambia. E allora, alla fine, di grazia, quando fate tutta questa ammuina—verifiche, domande, articoli, decreti correttivi, scaricabarili vari—potreste almeno fare meno casino?
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