Memoria e Futuro

Ghino di Hormuz

di Marco Di Salvo 14 Luglio 2026

A poco più di due ore d’auto da casa mia c’è la rocca di Radicofani, da cui un nobile decaduto di nome Ghino di Tacco, spogliato delle sue terre dalla repubblica di Siena, dominava per anni i tornanti che portavano a Roma. Chi passava di lì, pellegrino o mercante, pagava. Non c’era altra strada, e questo per un brigante di passo vale più di qualunque esercito: il monopolio del punto obbligato. Dante lo mise nel Purgatorio, Boccaccio lo raccontò nel Decameron come un ladro capace comunque di cortesia, e la leggenda gli ha cucito addosso un’aura di bandito gentiluomo che con la realtà storica ha poco a che fare, ma che serve benissimo, come tutte le leggende, a chi la usa dopo.

Nell’86 fu Eugenio Scalfari a riesumarlo, per dare a Bettino Craxi un soprannome che voleva essere un insulto: il segretario del Psi, diceva il direttore di Repubblica, taglieggiava tutti dall’alto della sua rocca socialista, perché senza il pacchetto di voti del partito nessuna maggioranza si faceva a Roma. Un ricatto permanente travestito da generosità. Craxi, che di fiuto politico ne aveva parecchio, capì che l’insulto poteva rovesciarsi in vanto, e cominciò a firmare i suoi corsivi sull’Avanti! con lo pseudonimo Ghino di Tacco. Se sei il gabelliere obbligato di un passaggio che tutti devono attraversare, tanto vale intestarsene l’orgoglio: meglio bandito temuto che mediatore invisibile. Craxi arrivò perfino a scrivere, molti anni dopo, esule ad Hammamet, un libro sulle gesta del suo omonimo medievale, dove la storia e l’autobiografia si mescolavano senza troppo pudore.

Il punto è che la gabella del brigante di passo, a differenza del pedaggio signorile o statale, non nasce da un titolo. Nasce dal controllo nudo dello stretto: una gola di montagna, un ponte, un guado. Nel Basso Medioevo tedesco erano i Raubritter, cavalieri decaduti che si erano ridotti a taglieggiare i mercanti lungo il Reno; nell’Italia dei mille staterelli erano castellani che si erano abusivamente appropriati di un dazio che un tempo apparteneva al sovrano legittimo. La forza sostituisce il diritto, ma si traveste da diritto: si chiama sempre gabella, pedaggio, dazio, mai rapina, perché il linguaggio della sovranità è troppo comodo per lasciarlo ai soli sovrani.

Non stupisce allora che lo stesso repertorio torni oggi, applicato allo Stretto di Hormuz. Washington ha annunciato in questi giorni un pedaggio del venti per cento per le navi che vogliono transitare, mentre Teheran minaccia di uscire dall’accordo internazionale che regola il passaggio e continua a colpire petroliere e mercantili accusandoli di violare gli avvertimenti dei pasdaran. Trump, con la consueta finezza diplomatica, ha fatto sapere che ora lo stretto “lo mettiamo a pagamento noi”. Vale la pena ricordare come tutto questo fosse cominciato, solo qualche mese fa: bombardamenti presentati come risposta a un regime che uccideva i propri cittadini, retorica sui diritti umani iraniani spesa a piene mani nelle conferenze stampa del Pentagono. Della piazza repressa, oggi, non si parla più: quel che resta, alla fine della filiera, è una percentuale su ogni carico di petrolio che attraversa lo stretto. È il destino di ogni crociata che duri abbastanza a lungo: comincia con un principio e finisce con un casello al sapore di pizzo (la “o” non è un refuso).

Il problema, che né Washington né Teheran sembrano voler porsi, è lo stesso che valeva per Ghino di Tacco: di quale titolo si sta parlando. Le acque di Hormuz sono in gran parte territoriali, iraniane da un lato e omanite dall’altro; il diritto internazionale del mare prevede un transito di passaggio che nessuno Stato costiero può a rigore tassare arbitrariamente, tanto meno una potenza che si trova a migliaia di chilometri di distanza e che, per inciso, la convenzione sul diritto del mare non l’ha nemmeno mai ratificata. Eppure è precisamente lì, nel vuoto fra la forza che si esercita e il titolo che manca, che nasce ogni gabella brigantesca: prima la rocca, poi la pretesa, e infine, se qualcuno la beve, la leggenda che trasforma il taglieggiatore in eroe popolare, come è successo a Ghino, e come Craxi capì che poteva succedere anche a lui.

C’è però una differenza che vale la pena di annotare, prima di chiudere. Ghino di Tacco controllava un varco che non aveva altre strade: era quello, o il bosco. Craxi controllava un pacchetto di voti che non aveva altre maggioranze possibili: era quello, o le urne. Volendo, un’alternativa, per quanto rischiosa, c’era. Hormuz invece resta, nonostante tutto, un imbuto naturale che il pianeta non può aggirare facilmente: un quinto del petrolio mondiale ci passa attraverso, e non esistono al momento rotte convenienti capaci di assorbirlo. Il che rende la posta, rispetto a Radicofani, molto più alta, e il numero dei banditi che si contendono la rocca, purtroppo, molto più di uno.

E qui il paragone smette di essere solo folclore letterario e comincia a fare male. Perché tra il Duecento di Ghino e il Duemilaventisei c’è stato tra l’altro di mezzo un secolo intero (il Novecento) speso a costruire, faticosamente, un diritto internazionale del mare che dovrebbe rendere impossibile proprio questo: che una potenza estranea alle acque contese si autonomini gabelliere, e che lo Stato costiero rivendichi il diritto di chiudere ciò che per trattato deve restare aperto. Le convenzioni di Montego Bay, quelle di Losanna e Montreux sugli stretti turchi, l’intero edificio giuridico nato dopo Suez per evitare che il controllo di un canale tornasse un affare fra cannoniere, esistono precisamente per impedire la restaurazione della rocca di Radicofani su scala planetaria. Vederle ignorate con la stessa disinvoltura con cui Ghino ignorava i giudici senesi non è un dettaglio: è la notizia. Il diritto internazionale, quando si scontra con una portaerei o con un lanciamissili, si scopre debole quanto lo era un editto pontificio contro un castellano ghibellino asserragliato sulla sua rocca: bellissimo sulla carta, inapplicabile senza qualcuno che lo faccia rispettare con la forza, e la forza, per definizione, ce l’hanno solo i banditi.

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