Memoria e Futuro
I Baldini che abbiamo conosciuto
Silvio Baldini è arrivato alla panchina della Nazionale italiana per caso, a seguito dell’ennesimo disastro, come spesso capita alle cose giuste. Quando nel luglio del 2025 la FIGC nominò Gennaro Gattuso commissario tecnico della Nazionale maggiore, aveva bisogno di qualcuno anche per l’Under 21: qualcuno di disponibile, di affidabile, di non ingombrante, ma che in qualche modo facesse squadra, per certi versi anche “estetica”, con il CT della nazionale maggiore. Scelsero lui. Gravina motivò la scelta con una frase rivelatrice: le capacità tecniche non si discutono, ma soprattutto è diretto, toscano, uno che sa esprimere concetti in maniera veloce ed efficace. Traduzione: serve uno che parli chiaro. Un anno dopo, con l’Italia fuori dai Mondiali per la terza volta consecutiva e con Gattuso dimessosi il 3 aprile 2026, Baldini si è ritrovato ad interim sulla panchina che conta — quella che aveva sempre guardato dal basso in alto, dalla Serie C, dai campi di periferia, dai sei anni trascorsi lontano dal calcio perché del calcio, a un certo punto, non gli andava più bene il “sistema”.
Baldini è anche un’icona per certi aspetti, comoda per gli articoli pieni di retorica. È considerato da sempre un anticonformista, uno che ha vissuto la panchina in modo personale e spesso radicale: dimissioni in più occasioni, rinuncia a contratti importanti. Quando tornò alla Carrarese nel 2017, dopo sei anni di assenza volontaria, firmò un contratto senza stipendio né rimborso spese — solo una penale in caso di esonero e un bonus promozione. È il gesto di chi si rifiuta di essere pagato per fare una cosa che non gli riesce più bene come un tempo e ha bisogno di mettersi alla prova. A Perugia, nell’ottobre del 2022, se ne andò con una spiegazione disarmante: a sessantaquattro anni non desiderava altro che vivere alla sua maniera. Non è la prima volta che dice una cosa del genere.
Arrivato alla Nazionale maggiore da traghettatore, annunciò subito che avrebbe convocato solo Under 21: atto di logica, disse, non di coraggio. Il ct che verrà dopo le elezioni federali del 22 giugno deve sapere il livello di quei ragazzi. Inutile chiamare chi non ha centrato la qualificazione ai Mondiali e ha voglia solo di staccare la spina. Poi, in conferenza stampa, disse quello che pensava dei dirigenti che gestiscono il calcio italiano. Parole che tutti sapevano e nessuno diceva. Parole che si dicono quando non hai niente da perdere — o quando hai già perso tutto quello che valeva la pena perdere.
Ecco: i Baldini. Li conosciamo. Li abbiamo incrociati in molti ambiti, non solo sui campi di calcio. Sono quelle persone che lavorano bene, spesso benissimo, ma che nel sistema italiano pagano un prezzo costante per come lo fanno. Il prezzo viene retoricamente definito carattere, schiettezza, incapacità di compromesso — parole che però nella lingua corrente del potere hanno tutte una sfumatura negativa, come se fossero difetti da correggere. Il Baldini che si dimette a Catania perché la seconda parte della stagione non gli piace. Il Baldini che firma senza stipendio perché vuole essere libero di andarsene. Il Baldini che dice in conferenza stampa quello che pensa dei lestofanti, davanti ai microfoni della Nazionale azzurra, sapendo benissimo che tra qualche settimana tornerà all’Under 21 e tutti andranno entusiasticamente dietro al prossimo “grande CT”, meglio ancora se “di ritorno”.
Li troviamo nella politica, questi Baldini. Sono quelli che non reggono la liturgia del partito, che non sanno stare in fila dietro al segretario, che alzano la mano nel momento sbagliato e fanno la domanda che nessuno voleva fare. Vengono tenuti ai margini, usati nelle emergenze — quando serve qualcuno che dica una cosa vera senza preoccuparsi delle conseguenze — e poi parcheggiati in commissioni secondarie o candidature impossibili. Riciclati ciclicamente nelle crisi, esattamente come Baldini, vengono chiamati ogni volta che il sistema ha bisogno di qualcuno che non abbia paura di sporcarsi. E poi rimandati indietro, perché il sistema non è fatto per loro.
Li troviamo nel giornalismo. Sono quelli che scrivono un pezzo scomodo al momento sbagliato e si trovano il direttore in redazione la mattina dopo bello carico, pronto al cazziatone. Quelli che non sanno tenere i toni, che non capiscono quando è il caso di ammorbidire, che rifiutano la telefonata del capoufficio stampa che chiede solo un piccolo aggiustamento. Lavorano bene, spesso meglio degli altri, ma non avanzano alla velocità di chi sa navigare le correnti interne. Non perché manchino di talento. Perché manca loro quella disponibilità silenziosa all’ipocrisia che i sistemi consolidati chiedono come pedaggio d’ingresso e d’avanzamento.
Il punto non è che questi Baldini abbiano sempre ragione. A volte esagerano, a volte le loro dimissioni sono capricci, a volte la schiettezza è un modo elegante per chiamare l’insofferenza. Ma quello che il sistema fa con loro è rivelatore: li usa quando non c’è alternativa, li tollera finché non disturbano, li ricolloca appena arriva qualcuno di più gestibile. Le persone schiette restano ai margini, escluse dai grandi giri proprio da chi gestisce il sistema. Non è una legge naturale. È una scelta, ripetuta milioni di volte in milioni di uffici, redazioni, federazioni, partiti, consigli di amministrazione.
Baldini ha sessantasette anni. È arrivato a questa panchina — provvisoria, limitata, già con la data di scadenza stampata sopra — con l’emozione trattenuta di chi forse l’aveva desiderato da sempre (conscio delle sue capacità) e con la saggezza di chi ha già sbattuto contro troppe porte per crederci davvero. Non si lamenta. Convoca i suoi ragazzi, dice quello che pensa, lascia ai posteri il compito di capire se ha avuto ragione. Poi tornerà all’Under 21, che è il posto che gli hanno assegnato nel grande teatro del calcio italiano. Un posto importante, intendiamoci. Ma non il posto principale. Anche perché oggi, a livello dirigenziale, non c’è più nessuno in grado di fare quello che si fece a metà anni ’70, quando il penultimo CT che vinse un campionato del mondo, Enzo Bearzot, venne prelevato dall’under 21 e portato a fare il commissario tecnico della nazionale dopo il disastro del Mondiale ’74, prima in affiancamento a Valcareggi e poi in gestione diretta. Oggi si scommette sempre e solo sui nomi rutilanti, anche se fare il CT non è fare l’allenatore di club, e anche grazie a questo si resta fuori (sempre ci sì qualifichi al prossimo) per sedici anni dai mondiali. Anche qui il parallelo con la politica, col giornalismo e con altri settori dell’impresa (morente) italiana è semplice da fare. Ma non vogliamo neanche perdere tempo a farlo.
I Baldini lo sanno. Lo hanno sempre saputo. E anche noi.
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