Memoria e Futuro

I Conti non tornano

di Marco Di Salvo 10 Luglio 2026

Da noi questa vicenda inglese è stata raccontata, capita spesso, soprattutto come una gag, il genere di notizia buona per il pezzo di colore in fondo al giornale: un uomo vestito da bidone della spazzatura, con tanto di casco argentato e mantella, che sfida sul serio il leader di Reform UK in un’elezione suppletiva. Si chiama Count Binface, è l’alter ego del comico Jon Harvey, sceneggiatore navigato di satira politica britannica — ha scritto per The Thick of It, per Have I Got News for You, perfino per il Last Week Tonight di John Oliver — e il suo intero programma elettorale sta in una riga: non sono Nigel Farage. Ma raccontarla solo come una farsa significa perdere il pezzo più interessante della storia, quello che i titoli italiani hanno tenuto sullo sfondo: perché Farage si sia dimesso da deputato di Clacton proprio ora, e da chi arrivino davvero i soldi al centro dell’inchiesta che lo riguarda.

Farage, che per anni ha costruito la propria fortuna politica raccontandosi come l’uomo del popolo contro un establishment sordo e corrotto, era sotto indagine parlamentare per un dono da 6,7 milioni di dollari ricevuto da un donatore legato a Reform UK, le cui fonti restano tutt’altro che trasparenti — tanto che alcuni banchieri, insospettiti, l’hanno segnalato come possibile caso di riciclaggio alla National Crime Agency. Anziché affrontare l’inchiesta, si è dimesso, dicendo che debba essere il popolo di Clacton, e non un organo tecnico non eletto, a giudicare le sue azioni. Solo che le regole della Camera dei Comuni prevedono che l’indagine si sospenda automaticamente finché non si è più deputati: non è un plebiscito alternativo al controllo istituzionale, è un modo elegantissimo per congelarlo. L’uomo del popolo, l’anti-sistema per definizione, ha usato un cavillo puro e semplice del sistema per disinnescare il sistema stesso. Gli altri partiti l’hanno capito benissimo e hanno boicottato in blocco la sfida — c’è chi lo ha accusato apertamente di “giocare per sfuggire alla giustizia” — lasciando così campo libero all’unico avversario rimasto: un uomo con un bidone in testa, che rischia ora di ottenere il risultato più serio della sua carriera di comico proprio perché è l’unico a dire ad alta voce quello che tutti pensano. Sui social, la vicenda è esplosa: Binface, oltre 200.000 follower su X, ha rilanciato con “Game on, Nige” appena Farage si è dimesso; i meme “Vote Binface” hanno inondato le piattaforme, e persino Andy Burnham ha twittato una foto con lui, sfottendo: “sempre bene sapere quando è il giorno della spazzatura”. I bookmaker hanno subito quotato Binface a 4 contro 1, segno di una scommessa di protesta reale, non solo social.

A livello di informazione, la storia è diventata globale in poche ore: dalla Sydney Morning Herald (“Farage’s biggest opponent? A rubbish bin”) al Times of India, da Le Figaro alla Repubblica, fino a RTHK a Hong Kong. Il New York Times ha colto il punto più tagliente, titolando che “il teatro politico di Farage rischia di diventare farsa”. Non manca la lettura più profonda, offerta da UnHerd: Farage stesso ha inventato le tecniche — spettacolarizzazione, outrage come moneta di attenzione — che ora Binface gli ritorce contro; è, si legge, “una forma di tardo-faragismo”, il mostro che il suo stesso creatore ha reso possibile.

Cambiamo scena, e andiamo a Napoli. Qui, in piazza del Gesù Nuovo, il campo largo mette in scena la prima uscita pubblica in vista delle politiche del 2027 — Schlein, Conte, Fratoianni, Bonelli sul palco — e viene interrotto per una ventina di minuti dagli attivisti di Potere al Popolo, che gridano “buffoni” e “venduti”. Ascoltavo distrattamente Radio Radicale (che trasmetteva, come spesso capita, in diretta questo evento) e mi è capitato di sentire il passaggio in cui Giuseppe Conte prende il microfono e replica ai manifestanti, spazientito: “Non fate i fenomeni coi megafoni, venite e confrontatevi”. Ascoltata per radio, la frase suona paradossale appena ci si ferma un secondo a pensarla: un uomo con un impianto professionale da diecimila watt accusa di prepotenza chi ha in mano solo un megafono a batteria.

Ed è qui che le due vicende, prese insieme, restituiscono un gioco di parole che vale più di ogni analisi: a Clacton un Conte — Count, appunto — con la faccia di bidone sfida apertamente Farage dichiarando di essere un vuoto simbolico, un contenitore satirico e in questa guisa, nella migliore tradizione del fool scespiriano, dice alcune scomode verità. A Napoli un Conte in carne e ossa, senza alcun costume, dal palco tratta la voce proveniente da un megafono come un’aggressione mentre lui stesso dispone di un’amplificazione incomparabilmente superiore. Sono i due lati della stessa medaglia: da una parte, Farage l’anti-sistema che usa un trucco da manuale del sistema per proteggersi da un’inchiesta sui propri fondi; dall’altra l’opposizione incarnata dal leader 5 stelle che si racconta come alternativa al potere costituito e poi, quando viene contestata da sinistra — dal suo stesso fianco scoperto, un po’ come sta capitando al centro destra con Vannacci — reagisce lamentandosi del volume altrui invece di rispondere nel merito su salario minimo, riarmo, tirocini sospesi. In entrambi i casi il vero bidone, quello vuoto, quello che fa rumore senza contenuto, non è chi lo indossa in testa dichiarandolo apertamente per ironia. È chi lo nasconde sotto un completo scuro, un microfono acceso, e la pretesa di essere sempre e comunque parte lesa.

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