Memoria e Futuro

I nuovi mostri

di Marco Di Salvo 12 Giugno 2026

C’è un film del 1977 che si intitola I nuovi mostri e che Dino Risi girò, insieme a Mario Monicelli e Ettore Scola, come ideale seguito e aggiornamento di un’Italia nel frattempo peggiorata rispetto a quella narrata nell’immortale classico degli anni sessanta. Quarant’anni dopo, vale la pena chiedersi se il rapporto tra televisione e politica non abbia prodotto una sua versione di quella galleria: non più la TV che racconta i mostri, ma la TV che li fabbrica, li nutre e talvolta, con le migliori intenzioni del mondo, li consegna alla storia elettorale del paese.

Renata Polverini fu il primo caso di scuola. Sindacalista della UGL, volto mediatico costruito con pazienza nei salotti televisivi (specialmente uno) come volto ragionevole di centrodestra, venne candidata alla presidenza della Regione Lazio nel 2010 e vinse (anche grazie all’astensione di parte non irrilevante del centrosinistra, quella più legata ai poteri di Oltre Tevere, contro la candidata della coalizione Emma Bonino). Tra l’altro, prima dell’exploit, Renata Polverini guidava un sindacato che dichiarava quasi due milioni di iscritti quando probabilmente ne aveva settantamila: un rapporto di uno a ventisei, sufficiente però a ottenere poltrone negli organismi pubblici e a costruire la carriera politica che la televisione avrebbe poi provveduto a legittimare. Il pallone, insomma, era già gonfiato prima che arrivassero le telecamere. La sua carriera politica è, nella sostanza, una carriera televisiva traslata in seggi. Ballarò la consacra, come aveva fatto precedentemente con i personaggi che il sistema voleva legittimare anche trasversalmente: apparire sul talk di Floris significava esistere per un pubblico più largo, ricevere il timbro della serietà istituzionale. Polverini quel timbro lo ottiene, e con esso i voti sufficienti a governare una regione. Quando la sua esperienza si conclude nel 2012, travolta dagli scandali dei rimborsi del Consiglio regionale (do you remember”Batman” Fiorito?), resta la domanda: cosa sarebbe stata senza la televisione? Probabilmente nulla, o molto meno. Il mezzo non aveva solo amplificato una figura politica: l’aveva interamente costruita.

Il caso Grillo è più sottile e per questo più rivelatore. Nel 2012, durante la campagna per le regionali siciliane, il Movimento 5 Stelle è ancora una forza in ascesa di cui i grandi talk show stentano a misurare la reale portata. Grillo rifiuta le interviste, non si siede nei salotti, non accetta il formato della domanda e risposta. Una scelta di rottura che avrebbe dovuto, nella logica del sistema, condannarlo alla marginalità mediatica (come accaduto con illustri predecessori). Accade esattamente il contrario. Le televisioni, private dell’intervista, mandano le telecamere ai comizi. E i comizi di Grillo sono spettacolo puro: piazze piene, invettive, energia, humour feroce. Le reti li trasmettono in diretta o in ampie sintesi, trasformando ogni comizio in un monologo televisivo senza contraddittorio, senza interruzioni, senza domande scomode. Grillo parla liberamente a milioni di telespettatori esattamente come non avrebbe mai potuto fare in uno studio, sottoposto al fuoco di fila delle domande. Il risultato lo conoscono tutti: alle politiche del 2013 il Movimento prende il 25 per cento. La televisione aveva tentato di ignorarlo e aveva finito per farne il più grande fenomeno politico del decennio.

Oggi il meccanismo si è raffinato, ma l’effetto è invariato o peggiore. Roberto Vannacci, generale, europarlamentare, autore di un libro autopubblicato diventato caso nazionale (e non sappiamo ancora chi ha comprato gran parte delle copie…), è l’ospite nuovo dei talk della fascia serale. Otto e mezzo è l’apripista, ma vedrete che altri verranno, alle condizioni del generale, naturalmente. Il formato prevede la contrapposizione: Vannacci da un lato, la conduttrice e spesso un secondo ospite dall’altro, in un confronto che dovrebbe smontarne le tesi. Nella pratica accade qualcosa di diverso. Ogni contraddizione lo trasforma agli occhi dei suoi potenziali elettori in un perseguitato dal sistema, ogni interruzione lo erge a voce libera in un contesto ostile, ogni domanda aggressiva consolida l’identità del tribuno che non si piega. Per chi già lo vota o è tentato di farlo, lo scontro televisivo è una conferma e un’investitura. Per chi non lo voterebbe mai, non sposta nulla.

A complicare ulteriormente il quadro intervengono i social network, che al meccanismo televisivo aggiungono un moltiplicatore che nessuno dei due casi precedenti aveva dovuto fronteggiare nella stessa misura. Le clip delle ospitate di Vannacci circolano sulle piattaforme, commentate con indignazione da chi lo avversa e con entusiasmo da chi lo sostiene. Ma l’indignazione, nelle echo chambers in cui ciascuno è rinchiuso dall’algoritmo, non raggiunge mai i suoi elettori: rimbalza all’interno di comunità già convinte, si autoalimenta, cresce di tono e di visibilità, e nel frattempo — effetto paradossale e ormai documentato — amplifica ulteriormente il messaggio che vorrebbe confutare. Chi condivide un suo video per denunciarne le tesi lo sta, di fatto, diffondendo. Chi lo demolisce sui social lo sta rendendo più grande. Il mostro si nutre esattamente di ciò che dovrebbe soffocarlo.

Il paradosso è che questi meccanismi sono tra loro opposti nella forma e identici nell’esito. La costruzione diretta della Polverini, il paradosso del rifiuto di Grillo, la trappola della contrapposizione televisiva e dell’indignazione social per Vannacci: strade diverse che conducono allo stesso risultato. La televisione — e oggi con essa i social — non è mai neutrale rispetto ai populismi, qualunque formato scelga. Può crearli dal niente, può inseguirli fino a consegnar loro il microfono, può affrontarli frontalmente e farne eroi, può lasciar fare all’algoritmo il resto. Quello che non riesce a fare, e che forse non ha mai davvero voluto fare, è ignorarli. Perché i mostri, si sa, fanno ascolto. Ma l’ascolto non può bastare a giustificare questi comportamenti. La televisiun, come diceva un vecchio brano di Jannacci, l’ha gha la forza de liun. Ma è valido anche il resto della breve invettiva jannacciana.

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