Piccola Città
Un cambion troppo alto, un tunnel troppo basso
Un camion fermo all’angolo di una strada secondaria. Un ragazzo straniero seduto al posto di guida, o ai piedi del veicolo, con in mano uno smartphone, che in un accenno di italiano o a gesti mi chiede di fermarmi e di aiutarlo. Una scena che in questa piccola terra di nessuno piantata nel mezzo di un’urbanizzazione infinita ho visto diverse volte. È una piccola storia di margini, che voglio raccontarvi bene, perché – come spesso succede – quel che avviene ai margini parla del “centro”.
Proprio a due passi da casa mia, infatti, la città sembra finire. In realtà non è così, la città è tutta attorno a quell’intreccio di binari, fabbriche abbandonate, orti rubati alle scarpate ferroviarie, e continua e continua, ben oltre la cinta municipale che di lì a un paio di chilometri effettivamente finisce. La porta di ingresso di questo scorcio di “mondo a parte” è un piccolo sottopassaggio ferroviario, all’imbocco di una stradina che congiunge lo storico quartiere popolare nel quale vivo a un viale che porta fuori città in direzione Nord. Quel viale è un’arteria vitale che collega la città con quel che resta del tessuto industriale del Nord Milanese e quindi, in entrambe le direzioni, passano persone e cose trasportate da camion e furgoni. Capita che questi veicoli commerciali, arrivando dalla Brianza o da ancora più lontano, debbano andare verso Nordovest. In città o oltre, cambia poco. E capita che il navigatore dica loro che, per evitare la congestione delle tangenziali, è meglio entrare in città e passare da quella stradina, sconosciuta a quasi tutti. Solo che in quella strada c’è un sottopassaggio piuttosto basso, e spesso i camion che dovrebbero passarci sono troppo alti, e il navigatore questo non lo immagina. E poi c’è un altro problema: la strada è a senso unico e, arrivati alla soglia di quel passaggio, gli autisti devono fermarsi e non possono tornare indietro. I tre che mi è capitato di aiutare non parlavano italiano, e non sapevano chiamare i vigili che, una volta arrivati, chiudono la strada e gli consentono di guidare nel senso vietato per tornare sul viale.
È una piccola storia, come molte che non vediamo, e che neanche io avrei visto se non mi capitasse di passare di lì. Chissà quante volte, in chissà quanti angoli di città, capita che degli esseri umani che lavorano sono fondamentali per fare andare avanti il nostro mondo, eppure ad esso sono così estranei, e in esso così soli, da rischiare di rimanervi “incastrati”, e poi ancora più soli, e ancora più poveri.
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