Memoria e Futuro
Il conto e la colpa
Il mercato, quando gli si lascia fare il suo mestiere, non mente quasi mai: registra il rischio, lo trasforma in prezzo e manda il conto a chi consuma. Da marzo, con la guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran e la chiusura pressoché totale dello stretto di Hormuz, i prezzi reali dell’energia sono saliti in tutta l’area euro, e i mercati hanno fatto esattamente quello che sanno fare: hanno alzato il premio di rischio su carburanti e prodotti raffinati molto prima che qualunque ministro aprisse bocca per commentare. Il risultato lo leggiamo nei numeri: quasi 12 miliardi di euro di maggiore spesa energetica per famiglie e imprese italiane tra marzo e agosto, secondo la Cna, pari a 276 euro in più a famiglia; quasi 41 miliardi assorbiti da Paesi Bassi, Italia, Francia e Spagna insieme, secondo il centro di ricerca Crea, senza che nessuno di questi Paesi abbia importato un metro cubo di gas in più rispetto al previsto; oltre 280 miliardi il conto complessivo mondiale. È la lettura più oggettiva che esista di una crisi: quella che il mercato stesso ha già dato, prima di ogni narrazione politica successiva.
Ed è per questo che stupisce, o forse non stupisce affatto, la ricostruzione offerta mercoledì dal segretario al Tesoro americano Scott Bessent, che davanti alle telecamere ha attribuito lo shock energetico in corso non soltanto al conflitto in Iran, ma anche, e nelle sue parole quasi soprattutto, all’Ucraina: colpevole, a suo dire, di aver colpito raffinerie e infrastrutture energetiche russe, generando così pressione al rialzo sui prezzi globali. Lo stesso Bessent ha aggiunto, sullo stesso palco, che la guerra commerciale aperta dalla sua amministrazione contro il Canada non avrà “praticamente nessun impatto” sui prezzi americani. Vale la pena leggerla due volte, questa sequenza: un Paese aggredito da quattro anni e mezzo, che colpisce gli impianti con cui l’aggressore finanzia l’invasione, diventa il responsabile designato del rincaro globale dell’energia; mentre i dazi imposti da Washington a un alleato storico vengono liquidati come irrilevanti dallo stesso uomo che minimizza tutto il resto. Eppure lo stretto chiuso da Teheran vale da solo, secondo le stime correnti, tra un quarto e un terzo del petrolio trasportato via mare nel mondo e circa un quinto del gas liquefatto: un peso specifico che nessuna raffineria russa colpita da Kyiv potrà mai avvicinare. Non è un’analisi di mercato, è un esercizio di prestidigitazione: si sposta lo sguardo dal luogo dove il rischio è davvero esploso a chi si sta semplicemente difendendo altrove, perché è più comodo processare la vittima che ammettere il ruolo della propria guerra.
Dall’altra parte della stessa amministrazione, lo schema funziona alla rovescia: non si nega la crisi, la si dichiara già risolta. Il 29 agosto Trump ha annunciato quello che ha definito “il più grande accordo petrolifero della storia”, con cui Washington otterrebbe il controllo su 65 miliardi di barili di riserve venezuelane, un quinto del totale, promettendo un calo sostanziale della benzina per gli americani. Dei contorni reali dell’operazione, però, si sa ancora poco: l’intesa non era nemmeno firmata al momento dell’annuncio, l’operatore privato incaricato di gestirla è rimasto indefinito per giorni, e lo stesso Trump ha dovuto ammettere che i consumatori non vedranno alcun cambiamento immediato. Per incidere davvero sulle scorte statunitensi servirebbero investimenti per centinaia di miliardi di dollari e anni di sviluppo; e resta comunque petrolio grezzo, non prodotto raffinato, quindi non tocca il nodo delle raffinerie che è la parte più acuta della crisi in corso.
Sotto la propaganda restano i dati, ed è lì che bisogna guardare. L’Italia arriva a questa crisi già strutturalmente esposta: nel 2025 la dipendenza energetica dall’estero è tornata a salire, di 1,7 punti, fino a superare i tre quarti dell’energia complessivamente utilizzata, con il gas che pesa nel bilancio nazionale assai più che nella media europea. Non è un dato che una dichiarazione a effetto può cambiare, né in un senso né nell’altro: è il risultato di rigassificatori mai completati in tempo e di una transizione energetica che avanza più lentamente degli obiettivi dichiarati dagli stessi governi che li hanno fissati.
Chi ha interesse a spostare l’attenzione dal luogo reale del rischio lo fa perché ammettere la vera origine della crisi comporterebbe delle responsabilità, mentre incolpare chi si difende non ne comporta nessuna. Ma il mercato, che non fa comizi, ha già certificato dove sia nato lo shock, ed è a quella certificazione che converrebbe guardare quando si scrivono le prossime bollette pubbliche: non servono proclami sulla fermezza, servono rigassificatori, reti interconnesse con il resto d’Europa e un acquisto comune del gas che tolga ai singoli Paesi il premio di rischio che oggi pagano da soli. Sono misure noiose, che non fanno un titolo né un comizio, ma è lì, non nelle dichiarazioni di un segretario al Tesoro, che si misura quanto siamo davvero sovrani.
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