Cosa vi siete persi

Il ritorno dello sciamano bianco

di Marco Di Salvo 13 Giugno 2026

Da lontano si era ha avuto l’impressione di vederlo arrivare, e all’inizio non ci si credeva. Sembrava proprio la scena di apertura di un film western, di quelli classici, con l’eroe all’arrivo nel paese all’alba. Invece è così: a inizio maggio è tornato nelle edicole italiane Magico Vento. Non in forma di evento speciale, non come omaggio postumo confezionato frettolosamente, ma come collana regolare curata da IF Edizioni, l’editore milanese che ha fatto della riscoperta del fumetto italiano un progetto editoriale serio e affettuoso. Per chi ha vissuto gli anni di Ned Ellis sulla Frontiera, è una notizia che vale più di molte altre. Ed è anche l’occasione per chi non lo conoscesse di riscoprire uno dei personaggi più affascinanti del fumetto popolare italiano degli ultimi decenni.

L’idea di Magico Vento era nata nella testa di Gianfranco Manfredi riflettendo sul tramonto del western cinematografico, che a parte sporadici episodi come “Balla coi lupi” sembrava oramai destinato a un definitivo declino. Manfredi si era chiesto se esistesse un modo nuovo di raccontare il West. Era tornato alle fonti e aveva trovato qualcosa di sorprendente: per i primi scrittori della Frontiera il West rappresentava i confini della realtà. Le storie di Buffalo Bill erano piene di fantasmi e apparizioni soprannaturali, e persino le memorie del Generale Custer presentavano le Grandi Pianure come il regno dell’ignoto. Lì Manfredi aveva trovato il fondamento per coniugare storia e leggenda, sfruttando quella sua inclinazione per l’horror e il magico che attraversava tutta la sua produzione.

Erano gli anni, quelli, in cui il western sembrava condannato a morte. Il genere che aveva dominato il cinema e la narrativa popolare per decenni stava cedendo il passo ad altro, e chi scommetteva sulla Frontiera veniva guardato con la stessa diffidenza riservata a chi scommetteva sui vinili. Eppure la storia ha dato torto ai profeti del declino. Negli anni successivi il West è tornato prepotentemente, e non soltanto nelle sale. La televisione ha fatto il lavoro più interessante: Yellowstone (e tutti i suoi spin off) ha dimostrato che il mito del ranch e della terra contesa funziona ancora come motore drammatico potente, mentre serie come Dark Winds (anche qui il vento nel titolo) — ambientata nella riserva Navajo del New Mexico, con protagonisti agenti nativi americani, sceneggiatori indigeni e una writer’s room che per la prima volta ha raccontato quelle terre dall’interno — hanno mostrato che il West può essere anche un luogo di indagine politica e culturale, non solo di sparatorie. E ancora American Primeval su Netflix, che ha riportato sugli schermi la brutalità della Frontiera degli anni Cinquanta dell’Ottocento (all’incirca lo stesso periodo che affronta Manfredi in Magico Vento) senza filtri consolatori. Chi ha apprezzato queste serie sa già, forse senza saperlo, apprezzare Magico Vento: perché Manfredi aveva anticipato quella sensibilità vent’anni prima, costruendo un autentico serial a fumetti con la stessa ambizione narrativa, la stessa attenzione alla complessità storica e la stessa volontà di stare dalla parte sbagliata della storia.

Il risultato era approdato in edicola nel luglio 1997 per Sergio Bonelli Editore, aprendo una stagione straordinaria per il fumetto italiano. Magico Vento fu all’epoca il capofila di una vera e propria rinascita bonelliana (di fatto l’ultima), con l’esordio di numerosi personaggi nuovi, alcuni dei quali — come Julia e Dampyr — ancora oggi presenti nelle edicole. Il protagonista si chiamava Ned Ellis, ex soldato dell’esercito statunitense scampato all’esplosione di un vagone blindato, raccolto tra la vita e la morte da un anziano sciamano Lakota che lo ribattezza Magico Vento, riconoscendo in lui un inviato del Grande Spirito. Il suo volto era ispirato a Daniel Day-Lewis. Accanto a lui un giornalista soprannominato Poe per la somiglianza con il grande scrittore americano. Una serie che non era né fantascienza né western puro, ma qualcosa di difficilmente classificabile: storica, spirituale, politica, spietata nella rappresentazione della violenza coloniale.

La serie, iniziata nel 1997, si chiuse nel 2010 dopo 13 anni e 131 albi, i primi cento con cadenza mensile, poi bimestrale, con un numero finale da 206 pagine che aveva tutti i caratteri dell’albo speciale. Manfredi aveva costruito quasi totalmente da solo (solo tre storie furono scritte da altri autori) un universo coerente e ambizioso, documentandosi con rigore su usi, riti e storia dei nativi americani, rifiutando la mitologia consolatoria del western classico. Le sue pagine introduttive di ogni numero erano una vera miniera di informazioni per chi volesse approfondire il tema. La Frontiera di Magico Vento non era un luogo di eroi e cattivi, ma una linea sottile tra la realtà e l’immaginario, tra la storia e il mito, tra la civiltà che avanzava e il mondo che distruggeva.

Manfredi è morto il lo scorso anno a gennaio, a 76 anni, dopo due anni di malattia. Era tornato sul personaggio nel 2019 con una miniserie in quattro albi, “Il ritorno”, e ancora nel 2023 con “Guerra Apache”, sempre in quattro albi: come se non riuscisse a staccarsi del tutto da Ned Ellis, o come se Ned Ellis non si staccasse da lui.

Nel mezzo, tra la chiusura della serie nel 2010 e questo nuovo capitolo firmato IF Edizioni, c’era stata anche la ristampa Panini, la Magico Vento Deluxe uscita a partire dal marzo 2013. Un’operazione che portava in edicola gli albi originali ricolorati, a 3,50 euro l’uno, in formato bonelliano. L’idea, in sé, non era cattiva: rimettere in circolo una serie che molti avevano perso, aprirla ai mercati internazionali dove era del tutto inedita. Ma Manfredi stesso aveva suggerito, quando l’operazione era partita, di pubblicare soltanto una selezione degli albi migliori invece di procedere in ordine cronologico. Dubitava che un’edizione integrale potesse funzionare in Italia, dove la maggior parte dei lettori fedeli possedeva già la collezione completa che era finita solo pochi anni prima. In Brasile e in Croazia la serie era stata pubblicata dall’inizio alla fine perché era un fumetto nuovo: da noi era una ristampa, e le leggi del mercato non perdonano. Le vendite calarono progressivamente, la fase iniziale della crisi delle edicole fece il resto, e Panini chiuse la collana al numero 25. Fine della storia, o quasi.

IF Edizioni riparte dall’inizio, con una nuova collana che include materiali inediti e approfondimenti oltre alle storie originali. Il prezzo del primo numero è fissato a 8,90 euro (ma contiene due storie per numero). IF Edizioni è un editore milanese che merita fiducia, e non lo diciamo per simpatia: ha dimostrato in questi anni di trattare il fumetto italiano classico con cura e rispetto, non come merce da svendere in edicola ma come patrimonio da preservare e valorizzare. Soprattutto lo merita perché è una casa editrice che fa di tutto per non interrompere le collane di ristampa. Tutte operazioni condotte con la stessa logica: edizioni curate, non ristampe di massa puntate sull’impulso nostalgico. La differenza rispetto all’avventura Panini si vede già dall’impostazione.

C’è una ragione in più per comprare questa ristampa, che va oltre la nostalgia o il valore collezionistico. Magico Vento è uno dei pochi fumetti italiani che ha fatto i conti senza sconti con la storia della violenza coloniale, con la distruzione sistematica delle culture native americane, con l’ipocrisia di una civiltà che si autodefiniva progresso. L’ha fatto attraverso un protagonista bianco che sceglie di stare dall’altra parte, non per eroismo ma per necessità spirituale, e che non riesce mai a essere completamente né una cosa né l’altra. Quella ambiguità, quel non appartenere, è la radice più autentica del personaggio. Vale la pena ritrovarlo in anni come questi che sono fatti di schieramenti macisti senza dubbi che tanti danni stanno facendo e faranno alla nostra società. Vale ancora di più farlo adesso, un anno e mezzo dopo che il suo autore ci ha lasciato, sapendo che quelle pagine sono una parte importante di ciò che rimane di un dialogo che sarebbe potuto continuare ancora a lungo.

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